martedì 10 agosto 2021

Sala Tribuna agli Uffizi

  #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio
Sala Tribuna

La Tribuna venne realizzata fra il 1581 e il 1583 dall’architetto Bernardo Buontalenti per “tenere le più preziose gioie ed altre delizie onorate e belle che abbi il Granduca”, Francesco I de' Medici. Secondo la concezione del museo di allora, non doveva esporre solo opere d’arte come sculture e pitture, ma anche oggetti straordinari e curiosi, provenienti dal mondo naturale. Una WunderKammer (camera delle meraviglie) concepita come uno scrigno prezioso, condensato di conoscenze. La struttura, a pianta ottagonale, svetta dai tetti degli Uffizi e richiama esternamente, celebri edifici dell’antichità classica, come l’antica Torre dei Venti di Atene, e dell’età cristiana, come i Battisteri e le Basiliche. L’architettura della Tribuna è pervasa da riferimenti simbolici. La cupola, richiamo alla volta celeste, esternamente presenta una lanterna sormontata da una banderuola di ferro legata ad una lancetta che ne riproduce gli spostamenti su una rosa dei venti all’interno. La lanterna ha anche una funzione di meridiana: sia gli Equinozi che i Solstizi erano “a loro tempo assegnati quando veniva il Sole a questi punti, passando il lume Solare per certo luogo forato”. “Quel sovrano artifizio” faceva conoscere con certezza i meccanismi celesti, anche a chi era “poco pratico di pianeti, del moto del cielo e delle stelle”. Francesco I aveva concepito la Tribuna, da un punto di vista di arredi e fregi, come un luogo che rappresentasse i quattro elementi del mondo naturale. L’elemento Terra era reso dal pavimento che l’architetto Bernardo Buontalenti realizzò disegnando una raggiera a 8 spicchi-simile ad un grande fiore-composta da marmi policromi intarsiati (con alabastro dell’Africa settentrionale, porfido verde della Turchia, porfido d’Egitto) e raffigurazioni di piante e animali che il naturalista Jacopo Ligozzi dipinse lungo lo zoccolo, andato perduto. L’elemento Acqua fu evidenziato dalle 5780 conchiglie di madreperla della specie pinctada margaritifera, fatte arrivare appositamente dall’Oceano Indiano, e incastonate su un fondo tinto con lacca di cocciniglia, ottenuta – com’era d’uso - da milioni di piccoli insetti, sotto al quale furono stesi 130 metri quadri di lamina di foglia d'oro. Infine l’elemento Fuoco fu messo in risalto dalle pareti ricoperte da pregiati velluti rosso cremisi con frange dorate. L’elemento Aria lo ritroviamo nella svettante lanterna aperta ai venti e nelle otto finestre che si aprono in alto sulle pareti rischiarando l’interno. L’effetto è quello di uno scrigno che si apre al visitatore in tutto il suo splendore, fino quasi a stordirlo. La Tribuna è stata il cuore dell’esposizione delle collezioni medicee ed è l’ambiente che ha forse visto più riallestimenti e riadattamenti nel corso dei secoli. Sculture antiche al centro e dipinti di grandi dimensioni alle pareti animano ancora oggi il suggestivo spazio circolare avente il suo fulcro nella celebre Venere, qui giunti da Villa Medici sul Pincio nel Seicento. (testo tratto dal sito della Galleria degli Uffizi)




mercoledì 4 agosto 2021

Piero della Francesca, I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza

 #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio
Piero della Francesca, Doppio ritratto dei Duchi di Urbino (1473-1475)

Fra i più celebri ritratti del Rinascimento italiano, il dittico raffigura i signori di Urbino, Federico da Montefeltro (1422-1482) e sua moglie Battista Sforza (1446-1472). In accordo con la tradizione quattrocentesca, ispirata alla numismatica antica, le due figure sono rappresentate di profilo, taglio che garantiva una notevole verosimiglianza e precisione nella resa dei particolari, senza che trasparissero gli stati d’animo: i duchi di Urbino appaiono infatti immuni da turbamenti e emozioni. I coniugi sono affrontati e l’unità spaziale è suggerita dalla luce e dalla continuità del paesaggio collinare sullo sfondo – il paesaggio marchigiano su cui i Montefeltro regnavano. Spicca il contrasto cromatico fra l’incarnato abbronzato di Federico e quello chiarissimo di Battista Sforza, pallore che, oltre a rispettare le convenzioni estetiche in voga nel Rinascimento, potrebbe alludere alla precoce scomparsa della duchessa, morta giovanissima nel 1472. Sul retro delle tavole, i duchi sono effigiati mentre vengono portati in trionfo su carri, accompagnati dalla Virtù cristiane; le iscrizioni latine inneggiano ai valori morali della coppia. La presenza delle pitture sul verso induce a ritenere che i due dipinti, ora inseriti in una cornice moderna, potessero costituire in origine un dittico.
Opera tra le più famose di Piero della Francesca, il doppio ritratto si inserisce nell’ambito di consolidato rapporto fra il pittore e i duchi di Montefeltro, alla cui corte Piero soggiornò ripetutamente, trovandosi a contatto con un ambiente colto, raffinato, che in breve tempo divenne uno dei più importanti centri culturali e artistici italiani. Il maestro concilia la rigorosa impostazione prospettica appresa durante la formazione fiorentina con la lenticolare rappresentazione della natura propria della pittura fiamminga, raggiungendo risultati di straordinaria e ineguagliata originalità. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)

Autore: Piero della Francesca (Sansepolcro 1416/17 - 1492)
Titolo: I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza
Datazione: 1473-1475 ca
Supporto : Olio su tavola
Misure (cm): 47 x 33 ciascuno
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze








mercoledì 28 luglio 2021

VENERE di BOTTICELLI

L'Arte di fotografare l'Arte

© Photo by Massimo Gaudio

Sandro Botticelli, Nascita di Venere (1482-85)

Nota come “Nascita di Venere”, la composizione raffigura più precisamente l’approdo sull’isola di Cipro della dea dell’amore e della bellezza, nata dalla spuma del mare e sospinta dai venti Zefiro e, forse, Aura. La dea è in piedi sopra la valva di una conchiglia, pura e perfetta come una perla. L’accoglie una giovane donna, identificata talvolta con una delle Grazie oppure con l’Ora della primavera, che le porge un manto cosparso di fiori; alla stagione primaverile rimandano anche le rose portate dai venti. Il tema del dipinto, che celebra Venere come simbolo di amore e bellezza, fu forse suggerito dal poeta Agnolo Poliziano.
E’ molto probabile che il committente dell’opera sia da ricercarsi all’interno della casata dei Medici, sebbene non si abbiano notizie del dipinto prima del 1550, quando Giorgio Vasari lo descrive nella villa medicea di Castello, proprietà del ramo cadetto della famiglia Medici fin dalla metà del XV secolo. Avvalora questa ipotesi anche la raffigurazione degli alberi di aranci, considerati un emblema mediceo per l’assonanza fra il nome della famiglia e quello con cui queste piante erano note, ‘mala medica’.
Diversamente dalla "Primavera" dipinto su tavola, la “Nascita di Venere” fu realizzato su tela, un supporto non di rado impiegato nel Quattrocento per pitture decorative destinate alle residenze signorili.
Botticelli prende ispirazione da statue di epoca classica per l’atteggiamento pudico di Venere, che copre la nudità con i lunghi capelli biondi, i cui riflessi di luce sono ottenuti tramite l’applicazione di oro; anche la coppia dei Venti che vola abbracciata è una citazione da un’opera antica, una gemma di età ellenistica posseduta da Lorenzo il Magnifico. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)

Autore: Sandro Botticelli  (Firenze 1455 - 1510)
Titolo: La Nascita di Venere
Datazione: 1485 ca
Supporto : Tempera su tela
Misure (cm): 172,5 x 278,5
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

mercoledì 21 luglio 2021

Honthorst Gerrit van detto Gherardo delle notti alla Galleria Borghese

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Photo by Massimo Gaudio
Gerrit van Honthorst, Concerto (il furto dell'amuleto) (1621)


Il Concerto si può datare alla seconda parte del soggiorno romano di van Honthorst (1610 – 1621). Il tema dell’opera sembra risentire della morale religiosa dei Paesi Bassi, dove la musica, arte eccellente e virtuosa, è tuttavia fugace, tanto da essere associata alla vanità. Il soggetto dell’opera va identificato come un vero e proprio inganno ai danni del giovane che, intento a cantare, non si accorge che la fanciulla gli sta per sfilare il piccolo amuleto in forma di croce che gli pende dall’orecchio, con la complicità della vecchia sdentata e del suonatore del basso di viola. (testo tratto dal sito della Galleria Borghese)

Autore: Honthorst Gerrit van detto Gherardo delle notti (Utrecht 1590 - 1656)
Titolo: Concerto (il furto dell'amuleto)
Datazione: 1621
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 168 x 202
Si trova: Galleria Borghese
Luogo: Roma

Gerrit van Honthorst, Susanna e i Vecchioni (1655)


Il soggetto del dipinto è tratto dal Libro di Daniele nell’Antico Testamento. Sarà il profeta a salvare la casta Susanna dalle ingiuste calunnie dei due perfidi vecchioni. Questi ultimi sono raffigurati nel tentativo di seduzione della giovane che, nuda nella vasca del giardino, cercava refrigerio dal gran caldo ( Daniele 13, 1-64). (testo tratto dal sito della Galleria Borghese)

Autore: Honthorst Gerrit van detto Gherardo delle notti (Utrecht 1590 - 1656)
Titolo: Susanna e i Vecchioni
Datazione: 1655
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 157 x 213
Si trova: Galleria Borghese
Luogo: Roma

mercoledì 14 luglio 2021

Giuditta con la testa di Oloferne di Fede Galizia

L'Arte di fotografare l'Arte

© Photo by Massimo Gaudio

Fede Galizia, Giuditta con la testa di Oloferne (1601) 

L’opera firmata e datata nel bordo del catino, proviene dall’eredità del cardinale Salviati. Il soggetto è raccontato nel Vecchio Testamento: l’ebrea Giuditta, che salvò la patria dall’invasione assira, è simbolo della Fortezza e come salvatrice del suo popolo prefigura la Madonna ed è invocata nel giorno dell’Immacolata Concezione. L’episodio è presentato dalla pittrice, particolarmente abile nella resa delle stoffe e gli ornamenti, accentuandone il significato vittorioso nella bellezza della donna, elegantemente vestita, ed escludendo dalla rappresentazione il momento drammatico e violento della decapitazione. (testo tratto dal sito della Galleria Borghese)

Autore: Fede Galizia  (Milano 1578 ca - 1630)
Titolo: Giuditta con la testa di Oloferne
Datazione: 1601
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 141 x 108
Si trova: Galleria Borghese
Luogo: Roma

giovedì 8 luglio 2021

Orfeo ed Euridice di Canova a cura di Manuela Moschin



A cura di Manuela Moschin del blog https://www.librarte.eu
Orfeo ed Euridice (1775-76) è un gruppo scultoreo in pietra di Vicenza realizzato da Antonio Canova, conservato nel Museo Correr di Venezia. Canova realizzò l'opera quando aveva soltanto diciotto anni. Egli nacque a Possagno (Treviso) nel 1757, in una famiglia di scalpellini. Fu il nonno che impartì allo scultore le prime lezioni.
Le sculture sono ispirate alla vicenda di Orfeo ed Euridice, che racconta la storia del musico Orfeo, che era lo sposo della ninfa Euridice, la quale, il giorno stesso del matrimonio, morì avvelenata per un morso di un serpente. Orfeo, disperato per la morte dell’amata, scese negli inferi per riprenderla. Egli, però, dovette accettare di poterla salvare soltanto a una condizione, ossia non avrebbe dovuto guardarla, fino a quando non fossero entrambi usciti dalla vallata dell’Averno. Orfeo, invece, temendo di perderla di nuovo, poiché percorse un sentiero tortuoso e molto pericoloso, ebbe l’istinto di voltarsi per vederla. Euridice, pertanto, fu risucchiata indietro, mentre tendeva inutilmente le braccia per essere afferrata. Orfeo, nel tentativo di salvare la sua amata, scese un'altra volta negli inferi, dove trovò Caronte che lo scacciò. Il cantore rimase per sette giorni nella totale disperazione, rifiutando persino di nutrirsi. Infine si ritirò sul monte Ròdope.
Le sculture ritraggono l'istante doloroso della separazione tra i due. La drammaticità della scena è ben visibile nell'espressione dei volti e nei gesti desolati degli sposi. Le statue in origine erano collocate sui pilastri della villa del senatore Giovanni Falier ad Asolo in provincia di Treviso. Attualmente sono esposte nel Salone da ballo del Museo Correr a Venezia.
Le foto sono state scattate da me.
Vi saluto con affetto.
Manuela.

Adorazione del Bambino di Fra Bartolomeo

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Photo by Massimo Gaudio
Bartolomeo della Porta detto FRA' BARTOLOMEO, Adorazione del Bambino (1495)


L’attribuzione del dipinto, a lungo discussa, è ormai concordemente riferitaalla mano del giovane Fra’ Bartolomeo. La tavola, la cui grandiosità d’impianto si avvicina alla nuova sensibilità d’impronta cinquecentesca, è di fondamentale importanza per gli orientamenti figurativi della fine del Quattrocento. Fra’ Bartolomeo interpretò il formato circolare del supporto in chiave tridimensionale, nel quale i corpi e gli oggetti sono saldamente accampati nello spazio, seppure unificati nella resa atmosferica di matrice leonardesca. (testo tratto dal sito della Galleria Borghese)

Autore: Bartolomeo della Porta detto FRA BARTOLOMEO  (Prato 1472 - Firenze 1517)
Titolo: Adorazione del Bambino
Datazione: 1495
Supporto : Tempera su tavola
Misure (cm): 89 diametro
Si trova: Galleria Borghese
Luogo: Roma



Paolo Caliari detto IL VERONESE - 6 opere

© Photo by  Massimo Gaudio Paolo Caliari detto IL VERONESE (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) Paolo Caliari detto IL VERONESE,  Vision...