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martedì 22 ottobre 2019

Recensione del libro "Capolavori rubati" di Luca Nannipieri - Skira Editore


Recensione del libro "Capolavori rubati" di Luca Nannipieri - Skira Editore

A cura di Manuela Moschin

Furti, saccheggi, requisizioni, spoliazioni, mercato nero, ritrovamenti, sequestri: il grande teatro dell'illecito e del concesso attorno all'arte. E' cosi che viene introdotta la questione dal critico d'arte e saggista Luca Nannipieri nel libro "Capolavori rubati" edito da Skira. 

Leggendo semplicemente il titolo e osservando la celebre Saliera di Benvenuto Cellini che emerge sulla copertina è facile intuire l'argomento principe, ossia i furti delle opere d'arte. 
L'originale volume di Nannipieri è alquanto interessante perché in ogni capitolo vengono analizzati nei dettagli i casi di depravazione più eclatanti della storia, ripercorrendo in modo approfondito un'indagine storica e artistica. 

Ecco allora che vengono a galla verità nascoste da tempo e soprattutto sconosciute dalle persone più profane.

Basandosi sulla rubrica "Caffè" di Rai Uno tenuta dall'autore è stata creata un'opera davvero esaustiva, realizzata attraverso la ricostruzione anche giudiziaria dei furti, parlando di contrabbando internazionale di antichità, di traumi storici dei saccheggi, delle spoliazioni napoleoniche e naziste.

Il tanto discusso furto risalente al 1969 del dipinto di Caravaggio avvenuto a Palermo, del quale tra l'altro quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario, è stato raccontato con dovizia di particolari, secondo le varie versioni che sono emerse negli anni. 

Nannipieri continua parlando di tantissimi altri episodi che si sono verificati e che sono stati oggetto di analisi, come i due Van Gogh di Amsterdam, L'urlo di Munch, la Gioconda di Leonardo da Vinci e molti altri. 

Un libro che chiarisce in modo magistrale quali sono state le dinamiche legate alla sparizione e,  nel caso in cui si fosse verificato, al ritrovamento delle opere d'arte. Lo scrittore ne offre una spiegazione minuziosa, inducendo il lettore a riflettere e a porsi dei quesiti in merito. 
Personalmente lo ritengo anche un monito affinché in futuro non si verifichino più ulteriori vicende sconcertanti ai danni della cultura. 

A proposito dell'Urlo di Munch, un dipinto che apprezzo particolarmente, desidero concludere con una citazione tratta dal libro di Nannipieri:  

L'urlo di Munch è tremendamente moderno perché non c'è nessuno che lo salva, non c'è Dio. L'uomo che da solo urla, urla senza scampo, il suo dolore è muto. E poi a chi urla? A nessuno, nessuno lo ascolta...".
Edvard Munch "L'urlo", 1893, tempera e matite colorate su cartone non preparato cm. 91x73,5 Oslo Galleria Nazionale

Caravaggio "Natività con i santi Lorenzo e Francesco" 1600 olio su tela cm. 268 x 197 trafugata nel 1969 a Palermo e non ancora ritrovata


Chi è Luca Nannipieri?

Luca Nannipieri, critico d’arte, cura la rubrica “Capolavori rubati” al “Caffè” di Rai Uno, dopo aver condotto “SOS Patrimonio artistico” sempre nella stessa trasmissione, da cui è stato tratto il libro Bellissima Italia pubblicato da Rai Eri-Rubbettino. Scrive su settimanali e quotidiani nazionali. Dirige Casa Nannipieri Arte, con la quale cura mostre e conferenze di arte moderna e contemporanea, da Giacomo Balla a Keith Haring.
Il critico d'arte e saggista Luca Nannipieri 

Sinossi "Capolavori rubati" 

“Crocifissi, pale d’altare, ostensori, candelabri, turiboli, arredi funerari, urne cinerarie, statuette votive, bassorilievi, statue bronzee, mosaici, gioielli preziosi, stendardi, papiri, tele d’artista, così come i monumenta, sono stati ripetutamente oggetto di contese, guerre legali, diplomatiche, spoliazioni, saccheggi, violente dispersioni. Attorno a questi particolarissimi manufatti, che sono le opere d’arte, e a questi particolarissimi luoghi pubblici, che sono i monumenti, non sono gravitati soltanto cure, attenzioni, premure, dedizioni, meticolosi riguardi verso la loro preservazione, ma anche e spesso avidità, ingordigie, accanimenti, speculazioni.”
C’è sempre stata lotta attorno all’arte. Omicidi, furti, razzie, corruzioni, contrabbandi, soprusi, roghi, devastazioni, confische hanno contraddistinto la vita di molti capolavori. Da Caravaggio a Picasso, da de Chirico a Munch, da Renoir a Klimt, fino alle statue della classicità, sono molti gli episodi, alcuni celeberrimi, altri poco conosciuti, alcuni risolti, molti altri ancora sotto indagine, che ci portano nel cuore dell’illegalità, della criminalità, del mercato nero, della cupidigia, della volontà di potenza, che si nasconde dietro ogni ladrocinio.
Partendo dalla rubrica che l’autore Luca Nannipieri tiene al “Caffè” di Rai Uno, vengono illustrati i casi più clamorosi di furti di opere d’arte, affrontando anche i traumi storici di saccheggi e spoliazioni coloniali e imperialiste.
Attraverso la narrazione e la ricostruzione giudiziaria dei furti, il commento sullo stile artistico delle opere rubate, l’inquadramento storico, la disamina museografica sulla sicurezza e sulla protezione dei capolavori, il libro affronta il grande tema dell’arte nel suo rapporto con la complessità del male.

Titolo: Capolavori rubati
Autore: Luca Nannipieri
Collana StorieSkira
Editore:Skira
Argomento:Bestseller, StorieSkira
Lingua:italiano
Anno:2019
ISBN:885724140
Dimensioni:14 x 21 cm
Pagine:192
Rilegatura:Brossura
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sabato 31 agosto 2019

Recensione del Thriller Storico "L'Apprendista di Goya" di Sara di Furia e approfondimento dell'opera d'arte "Il Parasole"





Francisco Goya "L'Ombrellino" o "Il Parasole" 1777 Olio su tela cm.152x104 - Museo del Prado Madrid (Fig.1)

Francisco Goya "L'Ombrellino" o "Il Parasole" 1777 Olio su tela cm.152x104 - Museo del Prado Madrid (Fig.2)


Recensione del Thriller Storico "L'Apprendista di Goya" di  Sara Di Furia e approfondimento dell'opera "Il Parasole" di Francisco Goya.


Articolo scritto per ThrillerNord - Associazione Culturale Link: ThrillerNord-Associazione culturale

A cura di Manuela Moschin


Essendo appassionata d'arte e di thriller storici ho atteso con impazienza l'uscita di questo meraviglioso libro di Sara Di Furia intitolato "L'Apprendista di Goya". Un libro che mi ha piacevolmente conquistata. Densa di misteri ed emozioni, la storia del celebre artista Francisco Goya si intreccia magistralmente ad alcuni enigmi inquietanti. L'autrice ci regala un thriller mozzafiato nel quale non è semplice individuare il colpevole degli efferati delitti verificatisi a Madrid nel 1791. La soluzione del caso avviene passo dopo passo tramite un'eccellente capacità narrativa. 
Il romanzo, che è scritto molto bene, alquanto scorrevole e con uno stile brillante,  ripercorre a tratti la vita del pittore, ricostruendone il difficile carattere, ma con un pizzico di fantasia, creando altresì una narrazione ricca di suspense.
I continui riferimenti all'arte e la padronanza che ha avuto la scrittrice nel descrivere le tecniche di miscelazione dei pigmenti ne fanno uno splendido libro che non delude gli appassionati d'arte.
Ho scelto di parlare del dipinto di Goya intitolato "Il Parasole"(Fig.1) perché l'autrice lo cita molto spesso, rendendolo il protagonista del romanzo. Esprimo i complimenti a Sara per la maestria che ha avuto nel raccontare l'arte, trattando l'opera con un alone di mistero e tenendo il lettore con il fiato sospeso fino all'ultimo capitolo mediante frasi d'effetto ben costruite. 
La scrittrice, oltretutto, accompagna il lettore in diversi luoghi peculiari, intrisici di storia, includendo curiosità, leggende e aneddoti della città madrilena. A tal proposito c'è un capitolo che ho apprezzato in modo particolare per il quale l'autrice ha dedicato senz'altro uno studio approfondito.  Mi riferisco alla  descrizione ricca di pathos relativa alle famose corride che vengono effettuate a plaza Mayor. 
Mi sono soffermata a rileggerne alcune parti perché risultano essere un interessante compendio per conoscere le caratteristiche e i rituali di un'antica tradizione che nella sua drammaticità esprime un forte turbamento. 
Inoltre, tra i temi trattati spicca l'Inquisizione, l'istituzione ecclesiastica volta a reprimere l'eresia.
Manuèl Alvèra è il protagonista che narra in prima persona le rocambolesche vicende nelle quali si ritrova ingenuamente coinvolto tra inganni e sotterfugi. I personaggi sono descritti con dovizia di particolari. Ma chi è el diablo...? Una figura che viene svelata mediante un colpo di scena strabiliante... 
Ora vi lascio una citazione tratta dal libro che è dedicata a una metodologia utilizzata dal pittore piuttosto inconsueta: 
"Il maestro era all'opera su una tela che sfiorò due volte con la punta del pennello. Mentre la osservava espirò piano e la studiò con sguardo critico. Portò il pennello alle labbra, ne bagnò la punta con la saliva e la immerse nel colore. Eliminò l'eccesso di pigmento contro il bordo della tavolozza e continuò nei ritocchi. Mentre mi dedicavo al suo ritratto in un altro punto dello studio, ne studiavo ogni mossa e non riuscivo a fare a meno di chiedermi perché, due sere prima, si trovasse al Parque del Retiro in mezzo al popolo invece di consolare la moglie per il doloroso evento. Dal tavolino accanto a lui prese una piccola spatola d'osso con cui raccolse del Rose Dorè dalla tavolozza e lo distese sulla tela con movimenti veloci e precisi."  

Francisco Goya "L'Ombrellino" o "Il Parasole" 1777 Olio su tela cm.152x104 - Museo del Prado Madrid (Fig.1-2)

Racconta Sara Di Furia:

"Il ragazzo che reggeva l'ombrellino, da cosa voleva proteggere la sua amata? Dal sole o dalla pioggia in arrivo? La fanciulla, con un fiore rosso tra i capelli, teneva un cagnolino accoccolato vicino". 
L'Ombrellino o Il Parasole (in spagnolo El Quitasol) (Fig.1) è un dipinto di Francisco Goya realizzato nel 1777 e custodito presso il Museo Del Prado a Madrid.
Si tratta di un'opera simbolo, ritenuta una delle composizioni più ammiccanti legata al tema spagnolo del "majismo". Un termine spagnolo riferito agli abiti elaborati indossati dai giovani eleganti detti majos e majas, che si distinguevano per il loro stile nel vestire e per le buone maniere. E' cosi che Goya presentò il suo dipinto ai Reali di Spagna: "Una giovane seduta su un'altura con un cagnolino sulla gonna e un ragazzo a lato che le fa ombra con un parasole; il suo valore è di millecinquecento reales". (Francisco de Goya, Cuenta de entrega de obras a la Real Fábrica de Tapices , 12 de agosto de 1777)
Il tema dell'ombrellino veniva usato di frequente nel XVIII secolo. Goya lo realizzò tra il 3 marzo e il 12 agosto 1777, data di consegna alla Real Fabrica. Egli si dedicò a decorare le due residenze dei sovrani spagnoli e precisamente il Palazzo di San Lorenzo all'Escorial e quello del Pardo a Madrid. Si tratta di sessantatré cartoni per arazzi a tema profano e di genere. L'Ombrellino fa parte di una serie di quattro cartoni  eseguiti nel periodo giovanile dell'artista, negli anni che vanno dal 1773 al 1793. Le opere realizzate per la Sala da pranzo della Reale Fabbrica di Santa Barbara dei Principi Carlo IV e Maria Luisa delle Asturie includevano la "Rissa alla locanda nuova" la "Maja e gli ammantellati" e il "Bevitore". 
"Ah, se tu sapessi quanto piacere ricavano dalle mie opere, se sapessi la soddisfazione che ne è venuta al re e soprattutto alle Loro Altezze! Che grandezza, mio Dio, né io né le mie opere ce la meritavamo" (Francisco Goya)
In questo delicato dipinto l'artista limita a pochi elementi la descrizione dello sfondo per concentrarsi sui personaggi rappresentati da un ragazzo con i capelli raccolti nella rete tipica dei majos che sta proteggendo dal sole la maja probabilmente perché a quei tempi desideravano avere un colorito chiaro. Il cane accucciato sulle gambe della ragazza potrebbe simboleggiare la fedeltà. 
L'aspetto più interessante è relativo alla vivacità dei colori e alla perfetta padronanza compositiva.
Le linee di contorno sono assenti e la pittura è veloce e immediata. Una luminosa tavolozza di  azzurri, gialli, verdi e rosa che anticiperanno l'Impressionismo dei dipinti di Monet.
Possiamo notare che Goya solo con poche pennellate riesce a dare la preziosità del pizzo appuntato sul corpo dalla ragazza. 
Le figure sono state collocate in primo piano in un gruppo piramidale su uno sfondo privo di profondità (Fig.2). 
Le diagonali convergono sul viso della ragazza che assieme al suo sguardo contribuiscono ad attirare l'attenzione dello spettatore. Le linee disegnano quasi un triangolo equilatero in cui è collocata la maja.
Straordinari effetti di luce e di ombre, e un accentuato cromatismo donano alla composizione una forza luminosa che infonde nell'osservatore la gioia di vivere "Joie de vivre" alludente in questo caso alla vita di corte sotto il regno di Carlo III.
Oltre a ciò, l'innovazione è rappresentata anche dall'accostamento dei colori complementari che nei dipinti di Goya acquistano luminosità. Nel dipinto il "Parasole" notiamo che il giallo e il blu si esaltano come pure il rosso del nastro e il verde dell'ombrellino. Si tratta di una novità significativa perché Goya tramite questo espediente anticipò gli studi dell'ottica che saranno effettuati cento anni dopo di lui. Nel 1870, infatti,  alcuni studiosi notarono che i colori si oppongono e si esaltano se sono accostati uno vicino all'altro. Il giallo e il viola sono il massimo dell'abbinamento dove il vivace contrasto rende l'insieme del dipinto più sgargiante.
E' curioso osservare un dipinto in stile neoclassico del pittore francese Jean Ranc (1674-1735)  intitolato "Vertumno e Pomona"(Fig.3) in quanto potrebbe essere stata una fonte di ispirazione per Goya. Ranc, in effetti,  fu uno degli artisti che lavorò per i Borboni spagnoli a partire da Felipe V. L'opera rappresenta l'archetipo della bellezza barocca del XVIII secolo e testimonia la predilezione che c'era a quei tempi nei confronti delle immagini relative al parasole. 
Jean Ranc intitolato "Vertumno e Pomona" Musée Fabre, Montpellier (Fig.3)
Francisco Goya "Autoritratto" 1815 Olio su tela Museo Del Prado Madrid (Fig.4)

Francisco Goya - Cenni Biografici

Francisco Goya (1747-1828) (Fig.4) ebbe una vita intensa e travagliata. Nacque a Fuendetodos, nei pressi di Saragoza in Spagna, ma nel tempo si trasferì in svariati luoghi trascorrendo molto tempo anche a Roma, dove migliorò le sue abilità artistiche. A Madrid assorbì gli insegnamenti di Giambattista Tiepolo (1696-1770) che lavorava nella capitale. Goya sotto l'aspetto artistico risulta essere un pittore poliedrico perché i suoi capolavori abbracciano svariate correnti e stili. Le sue opere si differenziano molto una dall'altra a seconda del periodo nel quale sono state realizzate. E' un pittore difficile da collocare nella storia della pittura sette-ottocentesca. Egli maturò un linguaggio pittorico originale. Ecco allora che le sue tele profumano di Barocco, Rococò, Neoclassicismo, anticipando inoltre il Romanticismo, il Realismo, l'Espressionismo, l'Impressionismo e il Surrealismo. 
Nella formazione dello stile di Goya è stata determinante la conoscenza dell'arte di Corrado Giaquinto, il pittore della scuola napoletana attivo in Spagna al servizio della Corte.
Goya a quarantadue anni venne colpito da una malattia che lo rese sordo. Si presume che sia stata dovuta alla sifilide o all'intossicazione del piombo usato per amalgamare le terre. Fu un grande ritrattista e grafico. Egli  raccolse le incisioni in tre gruppi: i Capricci, I Disastri della guerra e i Proverbi. Nel 1771 venne chiamato a Parma per un concorso, ma la sua opera non fu apprezzata. L'artista, nel 1773,   avendo sposato Josefa la sorella del pittore Francisco Bayeu ebbe modo di avvicinarsi ai reali di corte in quanto quest'ultimo faceva parte dell'Accademia Reale delle Belle Arti.
Nel 1780 Goya venne accolto "de mérito" nella Real Academia de San Fernando, realizzando come saggio d'ingresso un'opera puramente accademica intitolata "Cristo crocifisso" .
Fu un grande amico di Francisco Zapater Gomez (1868) che scrisse:"La giovinezza di Goya fu agitata e burrascosa; piena di risse e di pazzie amorose. Trascinato dall'inclinazione alle avventure e dal temperamento litigioso, a diciotto anni dovette abbandonare la città natale, dopo una sanguinosa zuffa in cui tre uomini rimasero sul campo della lotta. La famiglia, dopo averlo nascosto qualche tempo, gli procurò i mezzi per raggiungere Madrid".

Sinossi

Madrid 1791, l’arte fiorisce sotto l’occhio vigile dell’Inquisizione. Manuèl Alvèra vive e lavora nel colorificio di famiglia, abile come nessun altro nella miscelazione dei pigmenti. Goya in persona, un giorno, colpito dalla sua abilità, lo richiede al padre come apprendista con la promessa di farlo diventare un pittore di fama. Intanto, nel giro di poco tempo, in città vengono ritrovati diversi cadaveri, tutti di famosi artisti madrileni assassinati secondo il medesimo modus operandi: il corpo massacrato, denudato e scuoiato. Madrid è in subbuglio e mentre l’inquisitore attribuisce la responsabilità di quanto sta accadendo al mero peccato di vanità commesso dai pittori, Manuèl inizia ad avere il sospetto che proprio Goya sia coinvolto negli omicidi. Studiando l’opera del maestro per emularne il genio, il ragazzo scopre infatti un terribile segreto, che gli permetterebbe di raggiungere sfumature di colore mai viste per la realizzazione della pelle delle sue modelle. In breve il giovane apprendista si ritrova a essere vittima e al contempo complice di una spirale di bugie e segreti sempre più intricata, che metterà in discussione tutta la sua vita.

L'autore

Sara Di Furia è nata a Brescia dove vive e lavora come insegnante. Ha all’attivo già diverse pubblicazioni, tra cui La regina rossa e Jack, entrambi con La Corte Editore. E' apprezzata da lettori e critica per la sua scrittura intensa e le atmosfere intrise di mistero, che le hanno fatto ottenere attenzioni anche da diverse case editrici straniere. 


Termino l'articolo con una citazione tratta dal romanzo "L'Apprendista di Goya" dell'autrice Sara di Furia che mi ha affascinata:
"L'arte invece è anima mundi, ciò che dà senso al nostro esistere, che ci ricorda che il nostro destino non è qui, ma in qualcosa di così perfetto e meraviglioso da mozzare il fiato". 
Arrivederci in arte
Manuela



Titolo del libro: L'apprendista di Goya

Autore: Sara Di Furia

Editore: La Corte Editore

Genere: Thriller Storico

Pagine: 301

Anno di pubblicazione: Agosto 2019
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mercoledì 28 agosto 2019

Recensione del Romanzo Storico "Il sigillo delle cento chiavi" di Daniela Tresconi



Recensione del Romanzo Storico "Il sigillo delle cento chiavi" di Daniela Tresconi - Panesi Edizioni 

A cura di Manuela Moschin

Un luogo che custodisce un segreto, una misteriosa leggenda, una preziosa reliquia e un dipinto enigmatico sono i protagonisti del "Il sigillo delle cento chiavi" di Daniela Tresconi.
L'autrice ci accompagna in Liguria in un piccolo Borgo di Pitelli, una frazione del comune di La Spezia, che recentemente è stato inserito fra i "Borghi autentici d'Italia". 
Si tratta di un racconto basato su un fatto reale che, come testimoniano numerose fonti, accadde alla fine del 1500,  e che tutt'ora è oggetto di studio. 
Il libro rappresenta, perciò,  un' ottima opportunità per conoscere un luogo incantevole e ricco di antiche tradizioni.
Leggendo questa straordinaria narrazione mi sono immedesimata negli abitanti di Pitelli, immaginando lo stupore sui loro volti quando seppero che l'autrice gli ha dedicato un romanzo denso di fatti storici e di cultura legati al territorio. 
Il racconto è frutto di un approfondito studio attraverso il quale l'autrice ha avuto l'abilità di descrivere in modo preciso e accurato le bellezze di alcuni luoghi suggestivi, regalandoci momenti di lettura davvero piacevoli. 
Qui di seguito troverete alcuni interessanti approfondimenti e curiosità rilasciati dall'autrice relativi alla singolare storia del borgo, oltre a una dettagliata descrizione, con le rispettive immagini, inerente al restauro del dipinto,  che è stato completato il 20 ottobre 2018. Il libro, inoltre, è stato raccontato anche attraverso i raffinati disegni dell'illustratrice Elena Galati Giordano che, assieme a Daniela Tresconi, ho avuto il piacere di conoscere al Salone Internazionale del Libro di Torino.  L'autrice ha avuto l'abilità di creare una trama con un forte intreccio narrativo, riuscendo a svelare magistralmente e a piccole dosi la soluzione degli enigmi, e dimostrando di possedere una straordinaria capacità narrativa, attraverso la creazione di dialoghi ben strutturati e appassionanti. Daniela ha sapientemente intessuto avvenimenti accaduti nel ‘500, congiuntamente al periodo contemporaneo, ambientato a Francoforte in Germania. In conclusione, per chi desidera trascorrere qualche ora in compagnia di un'amabile lettura, ricca di citazioni di musei, di opere d'arte, che parla d'amore, di fede e di mistero può senz'altro leggere "Il sigillo delle cento chiavi". Complimenti Daniela!

Racconta Daniela Tresconi:

"Lei si voltò di scatto e lo fissò sorpresa.
"Che quadro?"
Il tremore delle labbra rivelò che in realtà sapeva benissimo di cosa stesse parlando".
"Il quadro che era dentro l'oratorio".
"Il museo ospitava opere dei maggiori artisti mondiali, come Monet, Degas, Van Gogh, ma Sebastien era innamorato della sezione italiana del Beato Angelico, del Mantegna e del Parmigianino, forse per quella sua lontana discendenza italiana:"

Sinossi

Golfo della Spezia – Liguria - fine del 1500

Due frati e il giovane novizio Sebastiano abbandonano la cappella di San Bartolomeo delle cento chiavi alla marina dopo averla data alle fiamme. Conducono con loro due preziose teche: una verrà custodita nelle viscere della collina mentre l’altra verrà portata a Francoforte in Germania dal giovane Sebastiano e dall’intraprendente Camillea. Il segreto su un misterioso quadro e sul contenuto delle due teche sarà protetto nei secoli dagli appartenenti alla Confraternita delle cento chiavi.

Francoforte – Germania – oggi

Il giovane Sebastien eredita da nonna Sibille uno scrigno che contiene uno sconvolgente segreto. Il ragazzo intraprenderà un viaggio in Italia, nel piccolo borgo di Pitelli in Liguria, alla ricerca del suo passato e di quello di un’intera comunità, trovando invece il suo futuro e l’amore di una giovane donna. Sceglieranno di continuare a proteggere il segreto?

Un viaggio lungo oltre quattrocento anni, dalla Liguria fino a Francoforte in Germania, un viaggio di fede, mistero e magia.

Note dell’autrice:

Sono trascorsi due anni dalla pubblicazione del mio romanzo d’esordio e malgrado La linea del destino rimanga per me il primo grande amore, sono veramente emozionata nel presentarvi questo mio nuovo lavoro.
Ancora una volta ho giocato con la storia, partendo da luoghi veri e reali, scovando personaggi realmente esistiti e documenti sepolti in polverosi archivi. A questi ho aggiunto la mia fantasia.
Il piccolo Borgo di Pitelli in Liguria esiste realmente, ancora oggi non esiste una versione ufficiale sul perché gli abitanti di San Bartolomeo alla marina abbiano lasciato l’ospitale e la cappella sul Golfo e si siano trasferiti al monte. Nessuno ha ancora dato una definitiva spiegazione al termine Cento Chiavi. Gli studi stanno proseguendo.
La grotta c’è davvero, gli anziani raccontano la leggenda di un tunnel misterioso che collegherebbe la Tana Do Loo con l’oratorio che si trova nel paese ma ancora non è stato scoperto.
Il bellissimo quadro, tassello fondamentale del romanzo, dopo il restauro finanziato dalla pro loco, dalla parrocchia di San Bartolomeo e dalla Fondazione Carispezia, è tornato a far bella mostra di sé nella chiesa del paese. Attualmente è stato richiesto dal Museo Diocesano per una mostra dedicata. E’ tutt’ora oggetto di studi a seguito di quello che hanno rivelato le radiografie cui è stato sottoposto.
Lo scoppio del Forte di Falconara nel 1922 è stata una delle vicende più terribili del Golfo della Spezia.
La famiglia Visdomini era una delle più potenti famiglie di Arcola, nel paese restano ancora visibili il Palazzo, detto Il Palà e lo splendido giardino.

In un punto imprecisato della costa tra il Golfo della Spezia e il Golfo di Lerici 
Quando tutto ebbe inizio 
XVI° secolo

I tre uomini camminavano curvi sotto una pioggia sferzante, tra loro nessuno aveva il coraggio di voltarsi per guardare in basso, laggiù, verso la marina che si erano lasciati alle spalle e soprattutto verso l’hospitale e la cappella di San Bartolomeo delle Cento Chiavi, che ormai erano completamente avvolti dalle fiamme. 
Ciascuno con il proprio fardello, avevano intrapreso la salita lungo il sentiero che Padre Girolamo, il più vecchio dei tre, aveva fatto costruire agli uomini e alle donne del nuovo “vicus” che si era insediato sulla collina. Un vicus che lui stesso aveva voluto, consapevole che si sarebbe arrivati a questo giorno e che mai nessuno avrebbe potuto tornare indietro. 
Sospirava e stringeva al petto la pesante teca, sotto lo sguardo attento e pensieroso di Fra Pancrazio, suo grande amico e collaboratore, di poco più giovane di lui. 
Davanti ai due frati camminava il giovane Sebastiano, un novizio di quindici anni, abbandonato alla porta dell’hospitale ed accolto come un figlio da Padre Girolamo. Anche il ragazzo reggeva tra le braccia una teca, probabilmente non aveva neppure ben compreso cosa stesse trasportando e perché. 
Il piano era straordinario e avrebbe consentito di tenere celato per sempre il segreto di quella collina. Il frate era consapevole che per funzionare, aveva bisogno della collaborazione e dell’assoluta fedeltà di quelle sette o otto famiglie che, abbandonato il paese di Cento Chiavi alla marina, ormai distrutto dalle fiamme, avevano lavorato duramente per fondare un nuovo borgo lungo quel piccolo sentiero che dal mare raggiungeva la collina di Pitelli: questo era il nome che avevano scelto per la loro nuova casa. Un agglomerato di piccole costruzioni lungo una strada di passaggio. Anonimo, avrebbero dovuto mantenerlo anonimo a tal punto che a nessuno sarebbe mai venuto in mente trovare notizie o eventi da raccontare su un borgo nato lungo una strada.




Pitelli è un borgo collinare che domina il Golfo della Spezia. Seppure il toponimo sia ben più antico, i primi documenti che ne attestano un particolare peso storico, sociale e politico risalgono alla seconda metà del XVI secolo.
Fra i vari insediamenti rurali (cd. “ville”) del contado arcolano, Pitelli era quella collocata strategicamente lungo la direttiva di collegamento fra Arcola al suo sbocco al mare: l'antico porto di San Bartolomeo di Cento Chiavi, oggi scomparso, dove si trovava un piccolo abitato che comprendeva una chiesa ed un ospitale per pellegrini.
Pitelli nacque dal progressivo abbandono di questo insediamento costiero, come testimoniano numerose fonti, tra le quali la visita apostolica di Mons. Angelo Peruzzi, del 1584: “visitò anche un oratorio costruito per comodità degli uomini della villa di Pitelli, infatti la loro chiesa principale, sotto il titolo di San Bartolomeo, volgarmente chiamata “le cento chiavi”, è in rovina e molto scomoda e posta sul litorale del mare...”.
Pitelli rimase frazione di Arcola fino al 1928, anno in cui passò sotto la giurisdizione del Comune della Spezia.


La tela cinquecentesca di Pitelli



La Crocifissione con Vergine e Santi Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Bartolomeo Apostolo era la pala d'altare dell'antico oratorio citato da Mons. Peruzzi, ovvero il primo luogo di culto di Pitelli, edificato in collina in sostituzione dell'antica chiesa costiera. Si tratta di un piccolo edificio, del tutto simile alla chiesa abbandonata, con un unico altare intitolato a Santa Maria Maddalena e San Bartolomeo, ancora oggi Patrono di Pitelli.
Ecco, quindi, spiegata la scelta dei Santi rappresentati sulla tela.
Si legge nel testo della visita apostolica del 1584: “l'oratorio stesso come struttura è in buone condizioni, ed in esso si trova un unico altare ornato da un'icona non abbastanza decorosa (lat. “non satis decente”): la quale ordinò per prima cosa che fosse restaurata...”.
Nell'iscrizione, posta sulla tela in basso a destra, compare una data precisa: l'ottava calenda di giugno dell'anno 1590.
E' curioso il riferimento al fatto che l'opera sia stata realizzata “con il comune consenso” della popolazione di Pitelli, allora composta da poco più di duecento anime, come riportato nelle fonti, orgogliosamente unite nel rivendicare la propria discendenza da San Bartolomeo di Cento Chiavi e, soprattutto, il diritto ad avere un proprio parroco e l'autonomia dalla Pieve di Arcola, che fu ottenuta soltanto nel 1634, allorquando circa 40 “capi di casa” ottennero il giuspatronato della parrocchia, ovvero il diritto di nominare il proprio parroco e, con esso, il dovere di mantenerlo con propri mezzi.
Fino a quella data, l'oratorio era stato amministrato da figure laiche nominate dal Consiglio di Arcola: i cosiddetti “massari”, come i due personaggi citati nel cartiglio.
Il restauro del dipinto , condotto dal laboratorio “Tabula Picta” di Sarzana, è stato finanziato dalla Parrocchia di San Bartolomeo, proprietaria dell'opera, dalla Pro Loco di Pitelli e dalla Fondazione Carispezia (bando “Conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale del territorio”), sotto l'alta sorveglianza della Soprintendenza della Liguria, nella persona del funzionario Dott. Massimo Bartoletti.
L’intervento di restauro è stato uno strumento utile non soltanto per garantire la conservazione dell’opera, ma anche per indagare, approfondire e sciogliere alcuni dubbi connessi agli studi archivistici.
La rimozione della cornice lignea ha fatto emergere alcuni brani pittorici, appartenenti ad un dipinto sottostante, più antico, antecedente al 1590 (data riportata nel cartiglio), realizzati da una mano che appare assai più abile.
La scoperta ha incoraggiato l’approfondimento diagnostico, tanto che l'opera è stata sottoposta ad una riflettografia e a tre radiografie, che hanno interessato il volto del Cristo e la parte superiore delle figure della Vergine e del San Giovanni. I risultati emersi dalle radiografie si sono rivelati estremamente interessanti, mostrando una precedente stesura del dipinto, che presentava una disposizione analoga dei personaggi, che risultano di dimensioni minori e atteggiati in maniera del tutto differente, di più aperta gestualità, soprattutto l’evangelista Giovanni.
Restituita alla popolazione, dopo l'accurato intervento di restauro, il 20 ottobre 2018, l'opera è attualmente conservata nella chiesa di San Bartolomeo Apostolo di Pitelli. Non è stata ricollocata, quindi, all'interno dell'antico oratorio, di cui era pala d'altare, bensì nell'attuale parrocchiale, consacrata nel 1734. Dal 2 aprile al 5 maggio 2019, inoltre, è stata esposta presso il Museo Diocesano della Spezia, all'interno della mostra “Aliis tradere: restaurare per conservare”.




Chi è Daniela Tresconi?

Daniela Tresconi nasce a La Spezia (Liguria) nel 1965. Vive ad Arcola dove lavora come dipendente di un Ente pubblico. E’ iscritta all’Ordine dei Giornalisti e collabora con il Secolo XIX per la redazione spezzina e con il Magazine L’Ordinario. Fa parte dell’Associazione culturale viareggina Nati per scrivere.
Ha scritto vari racconti, come La farfalla dorata inserito nell’antologia Tutta colpa dello zodiaco (NpsEdizioni 2018), Lo spartito del diavolo inserito in Jukebox Racconti a tempo di musica (NpsEdizioni 2017) e Lettera al mare inserito in Pensieri di Mamma (Panesi edizioni 2017). A dicembre 2018 è uscito il suo libro per bambini dal titolo Il piccolo faro e il delfino Blu (NpsEdizioni)
Il suo romanzo d’esordio è il mistery storico La linea del destino (Panesi Edizioni 2017), vincitore del Premio assoluto della Giuria per la narrativa edita nel concorso letterario internazionale “Le Grazie Portovenere La Baia dell’arte” anno 2017, vincitore della menzione d’onore per la narrativa edita nel concorso internazionale di letteratura “Antico Borgo 2017”. Vincitore del quarto premio narrativa edita nel Concorso internazionale Città di Sarzana 2018
Il romanzo è stato presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino e alla Fiera del Libro di Imperia. 

Titolo: Il sigillo delle cento chiavi
Autrice: Daniela Tresconi
Editore: Panesi Edizioni
Data di Pubblicazione: Aprile 2019


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venerdì 23 agosto 2019

Recensione del Romanzo Storico "La Moglie del Santo" di Corrado Occhipinti Confalonieri e gli Affreschi di Giotto




Recensione del Romanzo Storico "La Moglie del Santo" di Corrado Occhipinti Confalonieri e gli Affreschi di Giotto. Minerva Edizioni. 

A cura di Manuela Moschin

"La moglie del Santo" di Corrado Occhipinti Confalonieri è un libro assolutamente straordinario! Un romanzo decisamente insolito ricco di spunti di riflessione che inondano il lettore di suggestioni che elevano l'anima. Il racconto è nato da un'idea piuttosto originale che l'autore ha sviluppato scavando nella memoria dei suoi antenati, poiché è incentrato sulla storia di San Corrado Occhipinti Confalonieri del quale lo scrittore è il discendente diretto, appartenente alla nobile casata dei Confalonieri.
Egli è uno storico, nonché un grande autore di saggi e riviste specializzate, che si è ispirato alla vita del Santo, ricostruendo una storia alquanto commovente, quella del giovane cavaliere Corrado e della moglie Eufrosina. 
Gli sposi, sebbene furono uniti mediante un matrimonio combinato da famiglie nobili, scoprirono di amarsi a vicenda. In seguito, un fatto sorprendente cambiò la vita dei due giovani che li segnò profondamente. 
Si tratta, dunque, di una biografia romanzata ambientata a Piacenza nel 1300, quando imperversarono le lotte per la conquista del potere e si diffuse la peste. 
Si tratta di un testo illuminante che vi consiglio vivamente per i bellissimi dialoghi, per le continue frasi toccanti, per i messaggi profondi che stimolano il lettore a meditare sul significato dei piccoli gesti quotidiani a favore dei più sofferenti e sull'importanza dell'amore che in finale vince sempre. 
L'autore ha intitolato il romanzo "La moglie del Santo" poiché Eufrosina ebbe un ruolo fondamentale sulla sorte del marito. Ho ammirato molto questa donna forte e nello stesso tempo dotata di un animo sensibile che decise di entrare in convento e prendere i voti per diventare Suor Giovanna. Un grande gesto d'amore che permise a Corrado di seguire la sua vocazione, quella scintilla divina che era deposta nel suo cuore si è manifestata in tutta la sua grandezza. 
"Penso che l'uomo, quando ha la presunzione di conoscersi, sia in realtà immerso in un grande caos, privo di un ordine precostituito. Rischia così di vagare nell'universo senza nessuna certezza. Lo paragono a una mosca che, libera nel vuoto, sbatte la testa contro ostacoli immaginari. Cambia direzione ma senza mai trovare la sua strada. In realtà può raggiungere la salvezza solo se si affida con volontà assoluta all'amore divino rinunciando al proprio io".
Riflettendo su questa frase carica di forza espressiva, come del resto lo sono molte altre presenti nel libro, mi rendo conto che non sia stato semplice riuscire a interpretare i pensieri e i sentimenti di un santo che ha dedicato la sua vita all'amore per il prossimo. 
Lo scrittore ha dato un eccellente significato teologico e mistico dell'accaduto, creando altresì un inno all'amore. 
Leggere questo romanzo significa viaggiare nel tempo per addentrarsi in una coinvolgente testimonianza di fede, di forza e di coraggio.
Congratulazioni Corrado! E' stato stupendo leggerti! 

"Le Storie di San Francesco" di Giotto di Bondone (Colle di Vespignano, 1267 ca. - Firenze, 1337) della Basilica di San Francesco ad Assisi 

Racconta l'autore Corrado:

Quando ti sentirai pronto, vai a vedere, anzi a leggere, gli affreschi della basilica superiore di Assisi ispirati alla realtà francescana di oggi. Capirai molte cose. Anche su di te. 

Lo scrittore Corrado Occhipinti Confalonieri ha citato nel suo romanzo gli affreschi della basilica di San Francesco  ad Assisi dove tra le varie opere si trova anche il ciclo delle "Storie di San Francesco" che fu realizzato tra il 1290 e il 1295 da Giotto, uno degli artisti più importanti della pittura italiana del Trecento. 
Anche se l'attribuzione a Giotto rimane tutt'oggi incerta gli studiosi ritengono sia un'opera del maestro per le scene alquanto realistiche e per la padronanza sull'uso della prospettiva. 
Le opere comprendono ventotto episodi che sono stati ricavati dalla Legenda Major scritta da San Bonaventura tra il 1260 e il 1263, contenente la biografia di San Francesco.
Essi sono inquadrati in cornici suddivisi in gruppi di tre per ogni campata, a eccezione della prima dove ce ne sono quattro. La sequenza narrativa rispetta l'ordine cronologico di esecuzione.
Iniziando dal transetto le Storie di Francesco narrano la vita del Santo dalla sua adolescenza fino alla morte. 
Fin dalle sue origini la pittura di Giotto veniva considerata l'inizio della modernità: "Giotto rimutò l'arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno". E' così che si espresse Cennino Cennini nel suo Libro dell'Arte scritto nel 1390. Ciò testimonia la grande evoluzione artistica dovuta alla rottura con gli schemi greco-bizantini. Un nuovo naturalismo trecentesco e un senso realistico dell'arte italiana ed europea favorirono un grande rinnovamento artistico.
Ma in cosa consiste questa innovazione? La cultura artistica bizantina era caratterizzata da immagini solenni prive di profondità. Le figure erano ieratiche, ossia statiche,  i personaggi erano posti tutti sullo stesso piano e su uno sfondo dorato. Ecco un esempio evidente rappresentato nel mosaico di San Vitale di Ravenna.
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"Giustiniano e la sua corte"  Basilica di San Vitale Ravenna (prima metà del VI secolo) 


Osservando gli affreschi di Giotto invece possiamo notare che l'artista pose maggiore attenzione alla realtà circostante, dando rilievo al paesaggio nel quale i personaggi si muovono e dialogano. 
Giotto non desiderò rappresentare Francesco come un santo dalla figura astratta, ma come un uomo reale lontano dalle figure bizantine, sintetizzando in ventotto dipinti la sua vita e le sue opere. Francesco viene descritto in mezzo alla sua gente, all'interno di spazi architettonici e ambienti naturali tridimensionali ottenuti tramite l'uso della prospettiva "intuitiva" e del chiaroscuro. Egli ha raffigurato le scene simulando un loggiato e inserendo paesaggi rocciosi, alberi, case e mura merlate attraverso una resa plastica dell'immagine. 
Se ci si sofferma ad ammirare i volti e i gesti delle figure si ha la sensazione di entrare in dialogo con il Santo e di percepire la ricchezza dei suoi messaggi. 
I corpi hanno una grande naturalezza e la resa della profondità spaziale ha anticipato le ricerche prospettiche del Quattrocento. Da notare la scomparsa del fondo dorato che è stato sostituito da un fondo azzurro, creando nell'insieme un effetto più realistico attraverso un armonioso accordo dei colori. Giotto ha approfondito il percorso intrapreso da Cimabue che probabilmente fu suo maestro, raffigurando i santi e i religiosi senza trasfigurarli in chiave simbolica, donando loro una forte espressività attraverso la sua capacità di dare umanità alle figure.

Alcuni episodi tratti dal catalogo completo dedicato a Giotto di Sandrina Bandera Bistoletti contenenti la traduzione della didascalia latina tratta dalla Legenda Major di San Bonaventura che ne spiega la scena. 


"San Francesco onorato da un uomo semplice" 

"Un uomo semplice di Assisi stende le vesti per terra dinanzi al Beato Francesco e rende onore al suo passaggio. Afferma, si crede per ispirazione divina, che Francesco stia per compier cose grandiose, e perciò deve essere onorato da tutti".


Basilica superiore di San Francesco Assisi - "San Francesco onorato da un uomo semplice" 

"Il dono del mantello" 

"Quando San Francesco incontrò un cavaliere nobile, ma povero e malvestito, commosso per la sua povertà si tolse immediatamente il manto e lo rivestì. La città sullo sfondo in alto è stata identificata con Assisi."

Basilica superiore di San Francesco Assisi - "Il dono del mantello"


"Il sogno del Palazzo pieno d'armi"

"La notte seguente mentre dormiva, vide in sogno un grande e splendido palazzo con tante armi recanti il segno della croce, e chiedendo di chi fossero, la voce divina rispose che erano destinate a lui e ai suoi cavalieri". 

Basilica superiore di San Francesco Assisi - "Il sogno del Palazzo pieno d'armi"


"Colloquio con il crocifisso di San Damiano"

"L'edificio raffigura la chiesa distrutta di San Damiano, e la croce qui dipinta da Giotto riproduce quella che veramente parlò a San Francesco, oggi conservata in Santa Chiara in Assisi." 

Basilica superiore di San Francesco Assisi - Colloquio con il crocifisso di San Damiano"

"La rinuncia agli averi"

"Nelle figure dipinte in secondo piano sono state notate alcune cadute del livello qualitativo dovute al possibile intervento di aiuti attivi sotto la guida del maestro. 

Basilica superiore di San Francesco Assisi - "La rinuncia agli averi"


"Il sogno di Innocenzo III"

"Nelle versioni più antiche di questo soggetto il santo era presentato in atto di reggere l'edificio con tutta la schiena. L'innovazione iconografica è stata giudicata dal Bellosi come un modo per rendere la figura di San Francesco più dignitosa e nobile, in linea quindi con la politica "conventuale" di Innocenzo IV."
Basilica superiore di San Francesco Assisi - "Il sogno di Innocenzo III"

Sinossi del Romanzo Storico "La moglie del Santo" di Corrado Occhipinti Confalonieri


Il discendente di san Corrado Confalonieri (1290-1351) santo patrono di Noto, narra la vita del suo avo e della moglie Eufrosina, di cui si sapeva molto poco.
Piacenza, prima metà del Trecento. La città è martoriata dalle lotte tra le fazioni cittadine. Impegnato nella conquista del potere, il nobile guelfo Tommaso Confalonieri favorisce il matrimonio del figlio Corrado con Eufrosina Vistarini, di famiglia ghibellina alleata alla stirpe emergente dei Visconti di Milano. 
Nei primi anni Corrado è un marito apatico e sfuggente, sembra interessato solo agli svaghi, fino a quando un suo tragico errore mette a repentaglio la sopravvivenza di tanti concittadini e il buon nome del casato. Sopraffatto dai sensi di colpa, Corrado ha una crisi mistica e medita di dare una rivoluzionaria svolta alla sua esistenza. Ed è in questo momento che l'amore di Eufrosina si rivela grande e indispensabile. Sarà lei a incoraggiarlo, a dargli forza per il nuovo progetto di vita, e a rendersi a sua volta disponibile a un enorme sacrificio.
L'incredibile vita di san Corrado ha toccato il cuore del suo omonimo, ultimo discendente Corrado Occhipinti Confalonieri, che ha ricostruito le sorprendenti tappe di questa storia d'amore carnale e spirituale, coniugando la precisione dello storico con l'affettuosa commozione.

Chi è Corrado Occhipinti Confalonieri?


CORRADO OCCHIPINTI CONFALONIERI è nato a Milano nel 1965. Laureato in Scienze politiche con tesi in storia del Risorgimento ha preso la specializzazione in Diritto ed economia dell'Unione europea. E' autore di un saggio sul Circolo dei nobili fra ancien régime e liberalismo ("Il Risorgimento", 1992, 1) e di uno sul progetto di Unione franco britannica del giugno 1940 ("Rivista di studi politici internazionali", 2018, 4). Finalista del concorso letterario Un giorno di Joyce indetto dal "Corriere della sera", collabora con il mensile "Medioevo" e altri periodici su argomenti storici. Si occupa anche di divulgazione storica e novità librarie sui social (Instagram e Facebook) dove riscuote un ampio seguito. La moglie del santo è il suo primo romanzo. 

MINERVA EDIZIONI SECONDA RISTAMPA A TRE MESI DALL'USCITA 1500 COPIE VENDUTE SI AVVIA A ESSERE UN BEST SELLER 

Titolo: LA MOGLIE DEL SANTO 
Autore: Corrado Occhipinti Confalonieri
Storia - romanzo storico
14 x 21 cm - 368 pagg + cop. in brossura con bandelle
Editore: Minerva Edizioni

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