mercoledì 11 marzo 2026

Paolo Caliari detto IL VERONESE - 8 opere

 © Photo by Massimo Gaudio


Paolo Caliari detto IL VERONESE

(Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588)

Paolo Caliari detto IL VERONESE, Visione di sant'Elena (1580 ca)
Olio su tela, 166 x 134 cm. 
Pinacoteca dei Musei Vaticani


Paolo Caliari detto VERONESE, Allegoria del Buon Governo (1551-1552 ca)
Musei Capitolini, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Allegoria della Pace (1551-1552 ca)
Musei Capitolini, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, La predica del Battista (1562)
Olio su tela, 205 x 169 cm. Galleria Borghese, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Ratto d'Europa (1580-1585)
Musei Capitolini, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Sant'Antonio che predica ai pesci (1580)
Olio su tela, 104 x 150 cm. Galleria Borghese, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Giuditta con la testa di Oloferne (1580 ca)
Olio su tela, 110 x 100 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Paolo Cliari detto VERONESE, Resurrezione del figlio della vedova di Nain (1565-1570)
Olio su tela, 102 x 136 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna



Le Statue Parlanti di Roma

© Photo by Massimo Gaudio


Retro del Monumento a Giuseppe Gioachino Belli dov'è ritratto Pasquino


Le cosiddette "pasquinate"altro non erano che satire in versi, caratteristiche del periodo che andava dal XVI al XIX secolo, dirette a pungere i personaggi pubblici più importanti presi di mira dalla gente comune, primi fra tutti i papi. Tra le tante pasquinate, è rimasta famosa la frase indirizzata a papa Urbano VIII Barberini ed i membri della sua famiglia per gli scempi edilizi di cui si resero responsabili nel '600: quello che non hanno fatto i Barbari, lo hanno fatto i Barberini. Il nome pasquinata deriva da una statua chiamata appunto Pasquino.

Pasquino

Situata nell'omonima piazza che si trova a pochi passi da Piazza Navona addossata alle mura di Palazzo Braschi. Essa fu ritrovata nel 1501 durante la costruzione dell'allora Palazzo Orsini (ora Palazzo Braschi) nello stesso luogo dove si trova ora. Si tratta di un corroso e mutilo gruppo marmoreo, copia di un originale ellenistico pergameno del III secolo a.C. raffigurante probabilmente Menelao, simile all'altra copia che si trova nella Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze. Pasquino è la più famosa statua parlante di Roma, chiamate così perché parlava al posto della gente comune che di notte lasciava messaggi anonimi appesi al collo della statua. Ogni mattina le guardie rimuovevano i fogli ma ormai quando accadeva la gente li aveva già letti e la cosa irritava molto i potenti, tanto da far emanare da papa Benedetto XIII un editto dove si prevedeva la pena di morte. L'usanza delle pasquinate cessò con l'annessione di Roma al Regno d'Italia durante il Risorgimento. Ma non andò del tutto persa la voglia della gente di esprimere i propri pensieri, infatti ancora oggi è possibile lasciare le pasquinate non più attaccandole alla statua, ma in una apposita bacheca posta ai piedi di Pasquino.

La Statua di Pasquino



Marforio
Nel cortile di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini, si trova una fontana risalente al II sec. d.C. che simboleggia una divinità fluviale cosiddetta Marforio. La statua, il cui nome deriva da Martis Forum (Foro di Marte), venne descritta già nel medioevo e alcuni disegni la collocavano nei pressi dell’arco di Settimio Severo nel Foro Romano. Da lì giunse in Campidoglio nel 1594. In passato anche Marforio veniva spesso utilizzata come statua parlante dove i più audaci tra la gente del popolo, affiggevano le cosiddette "pasquinate".

Statua colossale restaurata come Oceano “Marforio” 




Madama Lucrezia

La statua di Madama Lucrezia non è solo un pezzo di marmo antico, ma una vera testimonianza della storia e dell'ingegno satirico romano facendo parte delle 6 "statue parlanti" di Roma ed è affascinante come queste antiche statue abbiano continuato a "parlare" per secoli, inoltre è l'unica statua "donna" del gruppo. Si tratta di un busto colossale di epoca romana, alto circa 3 metri. L'identità della figura non è certa, ma si ipotizza possa rappresentare la dea Iside (o una sua sacerdotessa) a causa del nodo sulla veste, oppure un ritratto dell'imperatrice Faustina, moglie di Costanzo II.


Statua di Madama Lucrezia 


Abate Luigi

La statua dell'Abate Luigi è stata rinvenuta nel XVI secolo nelle fondamenta di Palazzo Vidoni e dopo aver adornato vari cortili dei palazzi storici della città, è "ritornata a casa" essendo stata collocata proprio in Piazza Vidoni. Anche l'Abate Luigi, con le sue "pasquinate", è diventato un simbolo di questa resistenza popolare, permettendo ai cittadini di criticare il potere in modo anonimo ma efficace. Anche se la tradizione popolare lo ha ribattezzato "Abate Luigi" per la somiglianza con un sagrestano, la statua in realtà raffigura un "togato", probabilmente un uomo di legge o un alto funzionario pubblico dell'antica Roma.

Statua di Abate Luigi 







Fontana del Babuino

La statua raffigura un Sileno (una divinità minore metà uomo e metà capra, compagno di Dioniso, il dio del vino), ma i romani, trovandola decisamente bruttina e somigliante a una scimmia, la soprannominarono "il Babuino". Il soprannome ha avuto così tanto successo che ha dato il nome all'intera Via del Babuino. Anche questa statua fa parte delle famose "statue parlanti dove i romani affiggevano anonimamente poesie satiriche pungenti e critiche contro il potere, la Chiesa e la politica che in generale pendevano il nome di "pasquinate", che qui però entrava la variante delle Babuinate. La fontana non ha un aspetto elaborato, anzi, Il suo design è piuttosto semplice, con la statua del Sileno che poggia su un bacino di granito romano antico, da cui l'acqua sgorga da due cannelle. La sua fama deriva più dalla sua storia e dall'aspetto unico della statua che dalla sua bellezza artistica.


Fontana del Babuino






Fontana del Facchino

Rappresenta un "acquaiolo", cioè un portatore d'acqua del XVI secolo, con il suo abito tipico e una botticella da cui esce l'acqua. Era un mestiere importantissimo a Roma prima che ripristinassero gli acquedotti. Anche questa fa parte delle famose "statue parlanti" di Roma. Il Facchino, in particolare, era la voce del popolo, un po' come un megafono per la gente comune. Ci sono un sacco di storie sulla sua identità! Alcuni dicevano che raffigurasse Martin Lutero, e il suo volto è stato danneggiato proprio perché la gente gli tirava sassi pensando fosse lui. Altri dicono che sia Abbondio Rizzio, un famoso facchino morto mentre trasportava un barile, e c'era pure una targa che lo ricordava. Originariamente era su Via del Corso, ma nel 1872 è stata spostata su Via Lata, addossata al muro di Palazzo De Carolis. Risulta un po' nascosta ma vale la pena cercarla.

Fontana del Facchino





Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

lunedì 9 marzo 2026

Fontana delle Anfore

© Photo by Massimo Gaudio

Fontana delle Anfore

Testaccio è un rione di Roma. Al centro di esso si trova l'omonima piazza dove è stata collocata la Fontana delle Anfore.
La fontana fu inaugurata il 26 ottobre 1927, tre anni dopo il bando indetto dal Comune di Roma vinto dall'architetto Pietro Lombardi, il quale si ispirò al vicino Monte Testaccio costituito da frammenti di anfore provenienti dal vicino porto commerciale di Ripa grande sul fiume Tevere.
La sua collocazione nella piazza durò pochi anni a causa del cedimento del terreno sottostante, così l'intera fontana fu trasferita a poca distanza in piazza dell'Emporio vicino Ponte Sublicio.
Il Comune di Roma ha avviato agli inizi della seconda decade del nuovo millennio, un importante progetto di riqualificazione di piazza Testaccio trasferendo il mercato rionale in un nuovo spazio poco distante. La piazza liberata ha potuto così accogliere nuovamente la fontana nel luogo originario e con l'occasione sono stati ripristinati i 45 ugelli di alimentazione dell'acqua rimasti inattivi per moltissimo tempo, oltre all'inserimento di luci all'interno delle vasche rettangolari poste alla base del pinnacolo costituito da un insieme di anfore. La fontana interamente in travertino è stata nuovamente inaugurata il 24 gennaio del 2015.






Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

venerdì 6 marzo 2026

Da Vienna a Roma, Le meraviglie degli Asburgo, dal Kunsthistorisches Museum

© Photo by Massimo Gaudio

Le meraviglie degli Asburgo presso Palazzo Cipolla di via del Corso a Roma, dal 6 marzo al 5 luglio 2026. Il museo ospita capolavori provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna.


La mostra porta il visitatore ad ammirare l'arte attraverso le tradizioni e le culture che col dialogo, il confronto e la diffusione del patrimonio artistico si incontrano per raccontare la bellezza e i valori europei. Il museo ospita capolavori provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Si ammirano opere di artisti fiamminghi come Rubens, Van Dyck, Jan Bruegel il vecchio, sono presenti, opere cosiddette di gabinetto che celebrano le “camere delle meraviglie rinascimentali”, sono dipinti di oggetti preziosi, nature morte e paesaggi che rivelano un'estetica intima e raccolta, di cui fanno parte opere di Borch, Dou, van Ruisdael. Troviamo poi la pittura olandese del Seicento, che racconta la vita quotidiana e privata e la dimensione reale. Le opere sono di artisti come Hals, Lingelbach e Steen, capace di trasformare la scena in una opera teatrale. La pittura tedesca è presente con gli artisti Lucas Cranach, artefice di figure stilizzate, Liss e Sandrart che testimoniano il dialogo tra nord e sud Europa. Durante il percorso si incontra l’inverno di Arcimboldo e il ritratto dell'Infanta Margherita in abito blu di Velázquez. La pittura italiana occupa un posto d'onore in questa mostra con capolavori di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Cagnacci e Moroni. Infine, il visitatore può ammirare Caravaggio con l'opera straordinaria Incoronazione di spine, in questo dipinto il tema religioso si amplia e sorprende universalmente l'intera umanità.


Le sale di Palazzo Cipolla ospitano per la prima volta oltre cinquanta capolavori, tra questi ho selezionato alcune opere che di seguito vi propongo.



Nel mio personale percorso, sono stato piacevolmente accolto dall’imperatore Francesco Giuseppe I e dalla imperatrice di Baviera Elisabetta (Sissi) in abito azzurro.

Josef Horaczek, L'imperatrice Elisabetta in abito azzurro (1858) Olio su tela

L'imperatore Francesco Giuseppe I sposò Elisabetta di Baviera, Sissi 1837 1898 il 24 aprile 1854 nella Chiesa degli Agostiniani a Vienna. Sebbene il matrimonio fosse iniziato sotto i migliori auspici, Elisabetta si ritirò ben presto dalla vita di Corte. Negli anni 80 dell'Ottocento Francesco Giuseppe Donò alla moglie la "Hermesvilla", una romantica residenza di campagna, ispirata al modello delle ville borghesi. Il progetto fu affidato a Carl Hasenauer, uno dei due architetti responsabile dei nuovi Musei di Corte.

Un’altra opera che ha catturato la mia attenzione è il capolavoro di Rubens Giove e Mercurio presso Filemone e Bauci.

Peter Paul Rubens e bottega, Giove e Mercurio presso Filemene e Bauci (1620-1625)
Olio su tela

Nelle metamorfosi di Ovidio, Giove e Mercurio, travestiti da mortali, cercano ospitalità in Frigia. Solo la povera coppia di anziani Filemone e Bauci li accoglie, giungendo persino a voler sacrificare la propria oca. Gli dèi si rivelano, proteggono la coppia e annunciano un diluvio che distruggerà il vicinato ostile. Rubens raffigura l'istante della rivelazione, avvicina l'osservatore alla scena e trasporta il racconto antico in un contesto contemporaneo.

Un piccolo teschio in avorio conservato in una teca, all’interno di una stanza buia, rivela un fascino macabro.

Teschio (memento mori), Germania (prima metà del XVII sec) Avorio

Il teschio umano è da sempre simbolo della caducità della vita e della morte. In quest'opera il volto e i capelli sono intatti solo per metà, mentre la porzione, ormai ischeletrita è percorsa da vermi o serpenti. L'aggrovigliarsi dei vermi su un lato costituisce l'ironicamente eloquente contrappunto ai riccioli che ancora incorniciano l'altra metà del capo del giovane defunto. Già Aristotele aveva osservato come le cose che ci repellono nella realtà, tendono ad essere contemplate con particolare piacere quando sono riprodotte come immagini fedeli.



Un quadro che ho incontrato si trasforma in una opera teatrale nel quale i protagonisti mettono in atto una scena tanto assurda quanto ironica: Il mondo alla rovescia

Jan Steen, Il mondo alla rovescia (1663) Olio su tela, 105 x 145 cm

Uova rotte e un maiale che divora rose, un bambino che fuma una pipa. I dipinti di Steen, spesso concepiti come scene teatrali, invitano lo spettatore a decifrare gli indizi presentati con gusto giocoso. Il dipinto mette in scena una famiglia disfunzionale. Il punto di partenza è la padrona di casa assopita a sinistra del tavolo. Un cane si avventa sul pasticcio di carne precedentemente servito, uno dei bambini ruba qualcosa da un armadietto a muro, mentre il più piccolo gioca distrattamente con una collana di perle. In primo piano una donna tiene in modo allusivo un bicchiere pieno tra le gambe dell'uomo seduto accanto a lei.


Un quadro che rappresenta una natura morta di incredibile bellezza, si materializza in oggetti altrettanto straordinari custoditi in una teca al di sotto di esso.

Juriaen van Streeck, Natura morta con coppa di nautilus e coppa da zenzero (terzo quarto del XVII sec) Olio su tela

Ulrich I. Ment, Coppa di nautilus, Augusta (1624-1628) Guscio di nautilus e argento dorato

Ciotola, Cina, Dinastia Ming (seconda metà del XVI sec) Porcellana dipinta

Una Coppa di Nautilus con opulenta montatura dorata si colloca in immediata prossimità di un vaso per lo zenzero aperto. In primo piano, leggermente inclinata. Compare una ciotola “Wanli”, Conserve di zenzero, limoni, arance e nocciole erano prodotti di importazione nei Paesi Bassi e allo stesso modo il pane bianco era considerato una prelibatezza. Gli oggetti, qui raggruppati come testimonianze del commercio globale, indicano l'eccezionale importanza dei Paesi Bassi come potenza marittima.



Non me ne vogliano gli ammiratori di Caravaggio, ma questo dipinto di Liss che ritrae Giuditta e Oloferne è un meritevole capolavoro.

Johann Liss, Giuditta con la testa di Oloferne (primo terzo del XVII sec)
Olio su tela, 129 x 104 cm

Durante l'assedio della città di Betulia, Giuditta riuscì a penetrare nell'accampamento di oloferne. Portando vino, olio, fichi e pane, ella si finse inizialmente una disertrice. Nel corso di un banchetto Oloferne beve tanto vino da addormentarsi. Giuditta, rimasta sola con lui, lo decapitò con la sua stessa spada. In modo indipendente rispetto al racconto dell'Antico Testamento, l'episodio conobbe una vasta fortuna come simbolo di coraggio combattivo. Liss, che soggiornò a lungo a Roma, si ispirò stilisticamente sia a Caravaggio che a Peter Paul Rubens.



Chi non ama l’Arcimboldo? In questa mostra è piacevolmente esposto “l’inverno”

Giuseppe Arcinboldo, l'inverno (1563) Olio su tavola, 67 x 51 cm

Con la sua brillante immaginazione, Arcimboldo combina rami secchi e spezzati, muschio, foglie di edera, escrescenze e funghi del bosco, dai quali ricava i lineamenti, i capelli e la barba. Una fessura nel tronco suggerisce l'occhio; il naso è formato da un ramo spezzato privo di corteccia all'estremità. Che rivela il legno rossastro sottostante, evocando il colore di un naso colpito dal freddo invernale. Il mantello di paglia intrecciata contiene due indizi cruciali per l'interpretazione di questa singolare immagine si distingue. Una lettera "M" che si riferisce a Massimiliano, il futuro imperatore e l'acciarino, simbolo dell'Ordine del Toson d'Oro.


Uno straordinario ritratto simbolo di questa mostra rappresenta la maestria di Velázquez.

Diego Velázquez, L'infanta Margherita in abito blu (1659) Olio su tela

Questo ritratto era destinato a presentare alla Corte viennese l'infanta (1651-1673), che all'epoca aveva 8 anni come promessa sposa del figlio di Ferdinando, il futuro imperatore Leopoldo I, rendendo così evidente un nuovo successo della politica matrimoniale dinastica degli Asburgo. Sebbene Velázquez fosse vincolato dalle convenzioni tradizionali, sfruttò al massimo la libertà pittorica consentita da questo contesto. L'opera rientra tra i più alti esempi della sua spesso celebrata maestria nel dare vita alla superficie con pennellate sicure. Toni freddi, azzurro-grigi si alternano a mezze ombre rosate, rendendo luminoso l'incarnato pallido.



Il ritratto della Sacra Famiglia nella sua dimensione umana, emanata dai particolari, potrebbe rappresentare la sosta di una qualunque famiglia del Seicento.

Orazio Lomi Gentileschi, Riposo durante la fuga in Egitto (1626-1628)
Olio su tela, 137 x 216 cm

La figura di Maria conserva un'eleganza raffinata, accentuata dalla posa sofisticata della mano sinistra e dal gesto giocoso con cui copre parzialmente la nudità del Bambino mediante il panno bianco. L'atto dell'allattamento è rappresentato, ma non in modo ostentato. La tavolozza cromatica è ridotta e calibrata con precisione, i pochi accenti si integrano in un insieme dominato da tonalità fredde basate su gradazioni di grigio finemente sfumate. Una novità è il bastone da viaggio di Giuseppe, fortemente (e non del tutto logicamente) illuminato, che assume quasi il carattere di trompe-l'oeil.

Non può non sorprendere l’opera di Caravaggio Incoronazione di Spine

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Incoronazione di spine (1603)
Olio su tela, 127 x 165 cm

Michelangelo Merisi da Caravaggio è considerato uno dei principali innovatori della pittura europea intorno al 1600. Le sue opere si caratterizzano per l'attenzione al mondo visibile, per una drammatica regia della luce e per l'immediata presenza fisica dei soggetti. L'incoronazione di spine, rientra tra le raffigurazioni più intense della sofferenza di Cristo nell'opera di Caravaggio.

Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

giovedì 5 marzo 2026

2015 | 2025 Dieci anni, dieci nuove opere - Villa e Collezione Panza

 

Villa e Collezione Panza, Varese
Foto arenaimmagini.it 2013 © FAI–Fondo per l’Ambiente Italiano


Il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS presenta a Villa e Collezione Panza 2015–2025 | Dieci anni, dieci nuove opere: un progetto di riallestimento che da marzo 2026 e per tutto l’anno, celebra le acquisizioni entrate a far parte della collezione permanente nell’ultimo decennio.

 

L’iniziativa prende avvio dall’ultimo ingresso in collezione nel 2025, Arabesque (2024) di Tony Cragg – una scultura in vetro nero, massiccio e soffiato, donata dall’artista al FAI – e propone un riallestimento dei lavori di Wim Wenders, Robert Wilson e Wolfgang Laib che, insieme alle opere di Jene Highstein, Robert Irwin, Meg Webster e Sean Scully, testimoniano l’impegno della Fondazione nel valorizzare e implementare la propria raccolta. Un percorso che prosegue con coerenza nel solco tracciato da Giuseppe Panza di Biumo, che per tutta la vita interpretò la dimora di Varese come un laboratorio di sperimentazione per l’arte contemporanea.

 

Le dieci opere raccontano il lavoro di ricerca e sviluppo che il FAI ha sostenuto nell’ultimo decennio: un percorso sistematico di esposizioni e iniziative, costruito attraverso il dialogo diretto con artisti internazionali, invitati a confrontarsi con la Villa, i suoi spazi e con il paesaggio che la circonda, contribuendo ad arricchirne e rinnovarne il patrimonio storico-artistico.

 

Il richiamo ad alcuni dei temi centrali della ricerca di Giuseppe Panza di Biumo – il dialogo tra natura, architettura e paesaggio, luce, spazio e percezione, il colore e la sua dimensione sensoriale e spirituale – offre oggi la chiave di lettura per comprendere le ragioni delle dieci opere riunite in questo nuovo allestimento, espressione di una visione che continua a riconoscere nella Villa un luogo di sperimentazione contemporanea.

 

Le dieci acquisizioni:

 

Natura e paesaggio, costanti nel percorso collezionistico Panza, sono al centro dell’acquisizione del 2015, Cupressus I (2008) di Peter Randall-Page, scultura in granito ricavata da un masso erratico glaciale finlandese e solcata da profonde incisioni geometriche. L’opera concludeva il progetto espositivo Art in Nature (2013–2015), ciclo articolato in tre atti promosso dal FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano in collaborazione con Emanuele Montibeller, direttore di Arte Sella.

 

Sempre nel 2015, Villa e Collezione Panza accoglie un nucleo di fotografie di Wim Wenders, realizzate tra il 1978 e il 2003 nel corso di ripetuti viaggi negli Stati Uniti: paesaggi sospesi tra natura, strade e architetture, segnati dall’assenza quasi totale della figura umana. A conclusione del percorso, nella Scuderia Piccola di Villa Panza, allestita come una “cappella laica”, viene presentata New York, November 8, 2001, serie di cinque scatti realizzati sei settimane dopo l’11 settembre a Ground Zero, entrata in collezione permanente grazie alla donazione dell’artista e della moglie Donata.

 

Nel 2015 è la volta di Natura Naturans, doppia personale di Meg Webster e Roxy Paine, dedicata al binomio tra natura benigna e matrigna. In questa occasione Webster realizza Cone of Water (2015), un cono in ferro colmato fino all’orlo con quasi cinquemila litri d’acqua: una superficie mutevole che riflette e mette in relazione architettura, paesaggio e presenza umana. Concepita appositamente per il cortile d’onore, l’opera nel 2016 entra a far parte della collezione permanente grazie alla donazione di Gabriele Caccia Dominioni e Maria Giuseppina Panza con i loro figli.

 

Nello stesso anno entra nella raccolta A House for Giuseppe Panza e, nel 2017, A Winter Fable di Robert Wilson. Le due opere si collocano nell’ambito della mostra personale Tales, dedicata al regista e artista visivo che ha anticipato l’avanguardia internazionale, ridefinendo il linguaggio della scena attraverso l’intreccio di teatro, arti visive, luce, suono e movimento.

A House for Giuseppe Panza è un’architettura in stile American Shaker in legno di larice, una “casa in miniatura” concepita come omaggio a Giuseppe Panza di Biumo, accompagnata da una colonna sonora di Michael Galasso e dalla voce dello stesso Wilson che interpreta versi tratti da Rainer Maria Rilke. A Winter Fable è invece un video-portrait ispirato a Comare Volpe e Compare Lupo di Italo Calvino: la fiaba si traduce in un’installazione composta da tre video interconnessi, in cui lupo, volpe e agnello diventano protagonisti di una narrazione sospesa tra violazione, manipolazione e vendetta, accompagnata da una partitura originale del duo musicale CocoRosie.

 

Nel 2019 il FAI invita a Villa Panza per una mostra personale Sean Scully, maestro nell’uso della luce e del colore. Al termine dell’esposizione, l’artista dona Looking Outward, intervento site-specific concepito per la serra del giardino: una landline composta da ventisette finestre di vetri colorati che trasforma lo spazio in un caleidoscopio di riflessi e cromie, amplificando il dialogo tra architettura, natura e percezione.

 

Tra gli ingressi che hanno segnato l’ampliamento della collezione permanente figurano due lavori dedicati al tema della percezione: Varese Scrim 2013 di Robert Irwin e Twelve Part Vertical Pipe Piece (1973) di Jene Highstein. Dopo essere rimasta in comodato dal 2013 - anno in cui il FAI invita Irwin e James Turrell a confrontarsi in una mostra dedicata alle loro ricerche e al rapporto con Giuseppe Panza - l’opera viene donata nel 2020 da Robert e Adele Irwin. In Varese Scrim 2013 l’alternanza di aperture e velari ridefinisce l’esperienza dello spazio, amplificando i fenomeni di luce e ombra e coinvolgendo attivamente lo sguardo del visitatore. Due anni dopo nel 2022 il FAI riceve in dono Twelve Part Vertical Pipe Piece (1973) da Rosa Giovanna Magnifico Panza. Installata nel terzo parterre del parco in occasione del centenario della nascita del collezionista, l’opera è composta da dodici tubi d’acciaio senza saldature – ciascuno alto 548,6 cm e con un diametro di 15,2 cm – disposti, in sequenza, per indagare lo spazio in una duplice direzionalità verticale e orizzontale, creando un ritmo calibrato in sottile equilibrio tra pieni e vuoti.

 

Nel 2023 la programmazione torna a confrontarsi con una dimensione spirituale e con un’impronta fortemente minimalista attraverso la mostra personale dedicata a Wolfgang Laib, cui segue l’ingresso in collezione di Untitled (2023). L’installazione, concepita appositamente per la Rimessa delle Carrozze di Villa e Collezione Panza, si compone di una scultura in cera d’api e di una distesa di piccoli cumuli di riso disposti in lunghe file, fino a occupare quasi interamente lo spazio espositivo. La forma essenziale, che richiama profili di architetture religiose, insieme alla luminosità ambrata e al profumo intenso della materia, trasforma l’ambiente in un’esperienza sensoriale e contemplativa.

 

Infine, nel 2025 entra in collezione Arabesque (2024) di Tony Cragg, scultura in vetro nero massiccio e soffiato realizzata a Murano in occasione della personale dedicata all’artista presso il Negozio Olivetti. L’opera è costituita da undici anforette sovrapposte a caldo e avvolte da un sottile cordone di vetro dall’andamento irregolare, che evoca una forma avvitata su sé stessa. Il ritmo sinuoso richiama suggestioni moresche e, nel controllo della materia e nella tensione a spingerla ai suoi limiti espressivi, rivela un’affinità con la lezione di Carlo Scarpa. Per Cragg la scultura è strumento d’indagine della materia, un dialogo con il mondo fisico che si attiva attraverso forma, luce e percezione.

 

Riunite in un unico riallestimento, le dieci opere non solo permettono di ripercorrere una stagione significativa della produzione dei maestri della contemporaneità, ma rendono evidente il metodo adottato dal FAI nella valorizzazione della Villa: un confronto costante tra collezione permanente e nuove ricerche, tra spazi storici e interventi site-specific. Un decennio di acquisizioni che ha arricchito il patrimonio di Villa Panza e ne ha riaffermato la vocazione di laboratorio per l’arte contemporanea.

 


 

Le dieci opere:

 

1. Peter Randall-Page

Cupressus I, 2008

granito, 103 x 149 x 115 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2015

 

2. Wim Wenders

New York, November 8, 2001, 2011, I, II, III, IV, V , 2001

C-print, 357 x 142,4 cm, 357 x 142,4 cm, 178 x 447 cm, 178 x 447 cm, 178 x 447 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2015 (per donazione dell'artista)

 

3. Meg Webster, Cone of Water (2015) Ferro, acqua 101,6 x 426,72 cm
Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2016 (per donazione di Gabriele Caccia Dominioni e Maria Giuseppina Panza con i loro figli).Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza, Arezzo. 
© FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026


 

4. Robert Wilson, A Winter Fable (2017)

3 monitor, 190 x 109 ciascuno, dimensione dell'ambiente 890 x 880 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2017

Photo Tenderini Art Photography. © FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026



 

5. Robert Wilson

A Winter Fable, 2017

3 monitor, 190 x 109 ciascuno, dimensione dell'ambiente 890 x 880 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2017

 

6. Sean Scully, Looking Outward (2019) 27 finestre di vetro colorato,
40 x 20 cm ciascuna serra, 490 x 1500 x 485 cm Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2019
(per donazione dell'artista)  Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza, Arezzo. 
© FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026

 

7. Robert Irwin

Varese Scrim 2013, 2013

velario di nylon, dimensione dell'ambiente 404 x 1975 cm installazione unica, quattro tagli di luce intersecati in un labirinto di velo

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2020 (per donazione dell'artista)

 

8. Jene Highstein

Twelve Part Vertical Pipe Piece, 1973

Dodici tubi d’acciaio senza saldature, ciascuno di 548,6 cm di altezza e 15,2 cm di diametro

Acquistato da Giuseppe Panza di Biumo nel 1987, viene donato dalla moglie Rosa Giovanna al FAI- Fondo per l’Ambiente Italiano nel 2022

 

9. Wolfgang Laib

Untitled, 2023

Cera d’api e riso dimensione dell'ambiente 890 x 880 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2023

 


10. Tony Cragg, Arabesque (2024) Vetro nero massiccio e soffiato, 56x25x22 cm
Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2025 (per donazione dell’artista)
Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza, Arezzo. © FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026

 

Il FAI ringrazia il Comune di Varese per la collaborazione

 

Ringraziamo Bancomat per aver sostenuto il FAI per il secondo anno consecutivo nella cura e nella manutenzione di Villa e Collezione Panza e per aver scelto di rafforzare il proprio impegno come sponsor della mostra nel 2026.

 

Villa e Collezione Panza è un museo riconosciuto dalla Regione Lombardia.

 

Paolo Caliari detto IL VERONESE - 8 opere

  © Photo by  Massimo Gaudio Paolo Caliari detto IL VERONESE (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) Paolo Caliari detto IL VERONESE,  Visi...