domenica 18 ottobre 2020

Rosalba Carriera e Il segreto nello sguardo di Valentina Casarotto

ROSALBA CARRIERA E ANTOINE WATTEAU: MAESTRI DELLA PITTURA ROCOCO'


Recensione del romanzo Storico/Biografico "Il Segreto nello sguardo - Memorie di Rosalba Carriera prima pittrice d'Europa" di Valentina Casarotto. 

Segue un approfondimento delle opere d'arte di Rosalba Carriera e Antoine Watteau.



A cura di Manuela Moschin del blog Librarte.eu  


Il romanzo "Il Segreto nello sguardo" inizia così:

Il mio primo ricordo. La luminosa primavera del 1683, la primavera dei miei dieci anni. Mia madre era seduta sulla poltrona del salottino intenta al merletto. La luce del meriggio entrava dai tendaggi scostati, si riverberava sul tavolinetto in radica con le tazze da tè, dorava le sue gote e le mani sospese in gesti simili a danza. Sembrava ricamasse l'aria con fili invisibili. Il merletto, fragile come la tela di un ragno e prezioso come i grandi rosoni delle chiese romaniche, mi aveva subito affascinata...
...Tentavo di riprodurre con la grafite, su una pagina bianca, le contorte trame e gl'intricati orditi che le vedevo ricamare. E più disegnavo, più si faceva forte in me la volontà di disegnare ancora, e ancora.

Valentina Casarotto ha tratteggiato la storia di Rosalba Carriera (Fig.8-9-10-11), creando un romanzo di grande pregio. La pittrice, dotata di uno spirito dolce e pacifico, è stata raccontata dall'autrice in modo realistico.

Ho riportato qui sopra una parte dell'incipit. Come si può notare si rimane affascinati già dalle prime righe.

"Il segreto nello sguardo" è una biografia romanzata, ben documentata e arricchita da innumerevoli citazioni, che l'autrice  ha sapientemente riportato, mediante un accurato lavoro di ricerca sia storica che artistica. Credo che Rosalba ne sarebbe molto lusingata nel leggere la storia della sua vita, interpretata magistralmente dall'autrice, che ha seguito, passo dopo passo, ogni singolo episodio, creando l'atmosfera magica della Venezia di un tempo. Opere d'arte, lettere e diari sono le principali fonti dalle quali l'autrice si è ispirata. 

Nel romanzo la pittrice si racconta in prima persona, una peculiarità che induce maggiormente il lettore a entrare nel personaggio, in maniera empatica. I protagonisti, citati dall'autrice, sono realmente esistiti e ritratti dall'artista. La scrittrice, docente e storica dell'arte, ha lavorato diversi anni presso le Gallerie del'Accademia di Venezia dove attualmente sono conservate alcune opere di Rosalba. 

Grazie a Valentina si ha l'opportunità di conoscere in modo piacevole un'illustre artista, che ha avuto la maestria di cogliere e interpretare lo sguardo di molti personaggi del passato, come re, dame, artisti e letterati. 

Il libro, pertanto, è il risultato di un ottimo compendio per poter conoscere la pittrice nei suoi aspetti più intimi, sinora mai così ben descritti e dettagliati. 

Nel romanzo l'autrice Casarotto racconta:

Dico che avete una buona mano. E lo dico con cognizione di causa. Sono il cavalier Giuseppe Diamantini... Se i vostri genitori sono d'accordo, vi aspetto domani per una prova nella mia bottega, nella calle qui dietro. Se sarò soddisfatto, mi accorderò con vostro padre per farvi cominciare l'apprendistato. 

Ora ne approfitto per raccontare un po' delle grandi doti di Rosalba Carriera (Venezia, 1673-1757) (Fig.8-9-10-11). Ella  fu la ritrattista più ammirata del settecento, grande disegnatrice, che utilizzava la tecnica del pastello. Apprezzata da regnanti e collezionisti, interprete dell'arte figurativa rococò. Ebbe importanti riconoscimenti in tutta Europa e illustri committenti come Luigi XV di Francia (Fig.2) e Federico IV di Danimarca. 

La sua predisposizione artistica fu notata inizialmente dal cavalier Giuseppe Diamantini.

Nel 1705, grazie all'amico inglese Christian Cole segretario di lord Manchester, fu accettata all'Accademia Nazionale di San Luca a Roma, presentando una miniatura su avorio intitolata "Ragazza con la colomba" (Fig.3). Rosalba, infatti, in principio prima di diventare una disegnatrice,  fu la prima miniaturista, che  si dedicò  a creare decorazioni in avorio per le tabaccherie.

L'artista ebbe come allieve Marianna Carlevaris figlia del pittore Luca, Felicita Hofman-Sartori e la sorella Angioletta Sartori.

A tal proposito l'autrice racconta che:

Per il soggetto del fondello da realizzare per l'ammissione all'Accademia avevo scelto un'allegoria della Pace, La ragazza con la colomba


Uno dei dipinti che particolarmente mi colpisce è  il "Ritratto di fanciulla"(Fig.4). Si tratta di una stupenda miscela di colori delicati, che esaltano il dolcissimo volto della giovane. Ella attrae lo spettatore tramite uno sguardo incantevole e magnetico. 

E' veramente formidabile osservare che, attraverso soltanto poche tonalità chiare, l'artista veneziana riuscì ad esprimere l'eleganza e la grazia di un volto ammaliante.  L'opera rappresenta un evidente esempio della maestria di Rosalba nel creare dei ritratti che vanno oltre l'aspetto realistico ed esteriore del personaggio, in quanto, ella ebbe l'abilità di esaltarne maggiormente l'aspetto interiore. Ammirando il dipinto, infatti, è possibile percepire i sentimenti e gli stati d'animo dell'effigiato, una qualità della pittrice che la contraddistingue. E' questo il grande talento dell'artista, che riuscì a ottenere ottimi risultati, utilizzando la tecnica del pastello in modo encomiabile. Le sue opere ci parlano trasportandoci in un'epoca lontana.  Il dipinto è da attribuire al tempo del soggiorno a Parigi dove l'artista si trasferì per un anno nel 1720. E' il periodo più florido della carriera artistica della pittrice, accolta nell'Académie Royale, venne a contatto con i maggiori esponenti dell'arte francese tra i quali vi fu Antoine Watteau (Fig.12) che Rosalba raccontò di aver incontrato il 9 febbraio 1721. 

Nello stesso anno l'artista ritornò a Venezia, la sua produzione artistica migliorò ulteriormente. Nel "Ritratto di Caterina Barbarigo Sagredo" (Fig.1-5) la pittrice incarnò perfettamente il volto della nobildonna, caratterizzato da un grande fascino. I dettagli sono talmente accurati da sembrare una fotografia. 

Nel "Ritratto di giovane uomo" o "Ritratto di bimbo" (Fig.6) l'artista raffigurò un figlio del console francese Le Blond (Fig.7) Di straordinaria bellezza e di grande finezza, la pittrice rappresentò uno sguardo talmente comunicativo che dà l'impressione che il giovane ci stia parlando. 

Nel 1730 la pittrice fu richiesta dalla corte imperiale in Austria. In quel periodo iniziarono i suoi problemi di salute.

Rosalba dipinse una serie di autoritratti (Fig.8-9-10-11) nei quali, a seconda del momento rappresentato si percepiscono le sue sensazioni, come si evince dal dipinto della figura n° 9 dove si ritrasse invecchiata e triste con una corona d'alloro. La sua malinconia derivò dal problema che ebbe agli occhi. Nel dipinto la vediamo prima dell'intervento alla cornea, al quale si sottopose con la speranza di poter riacquisire la vista. L'esito purtroppo fu negativo e la sua cecità la segnò per sempre.

Morì a Venezia nel 1757. 


Antoine Watteau (Fig.12) un amico prezioso di Rosalba

L'autrice Casarotto racconta:

Rosalba: Non mi ero mai chiesta come potevano essere l'aspetto e la personalità di Watteau. Lo avrei scoperto poco a poco dai racconti dei miei corrispondenti parigini. Dalle loro lettere avrei anche appreso che, diversamente dai suoi colleghi francesi, apprezzava al limite dell'infatuazione ogni aspetto della cultura italiana. E l'anno prima della mia partenza per Parigi, Nicolas Vleughels mi scriveva che i miei pastelli avevano suscitato l'ammirazione del suo amico, e che questi desiderava ardentemente  conoscermi ed effettuare uno scambio di opere. Alla pari. Che onore! Watteau, divenuto uno dei più ricercati pittori del momento, già ammesso all'Académie de France, mi chiedeva un pastello! Questo, oltre al suo amore per l'Italia, lo rendeva ai miei occhi particolarmente amabile. 

All'inizio del settecento in Francia si sviluppò lo stile detto "Rococò", uno stile ornamentale, che in seguito si diffuse in tutta Europa.

Jean Antoine Watteau (1684-1721)(Fig.12) conosciuto per il suo umore malinconico e irritabile, è considerato il più grande artista rococò che apportò un rinnovamento alla pittura del '700. Il volto del pittore ci è noto attraverso un ritratto (Fig.12) dipinto da Rosalba Carriera con il quale strinse una profonda amicizia. 

I suoi temi riguardavano scene della vita aristocratica tra corteggiamenti e scene d'amore, feste e danze. Collezionisti e mecenati furono attratti dalla sua pittura ambientata nella natura idilliaca e lussureggiante di tipo pittoresco, dove dame e gentiluomini si incontravano nelle "Fetes galantes", il genere delle feste galanti inventato da Watteau.

Nel 1714 l'artista fu ammesso all'Accademia reale di Pittura presentando l'opera "Pellegrinaggio a Citera" (Fig.13-14-15), l'isola dove nacque Afrodite. Pare che il dipinto rappresenti un'allegoria del potere dell'amore. L'ipotesi nacque in base alla raffigurazione della statua di Venere che dipinse a destra (Fig.15). Nell'opera vi sono probabilmente diversi riferimenti artistici, in particolar modo, c'è un richiamo alle figure di Rubens, del quale l'artista era ammiratore, oltre che, alla pittura veneta rinascimentale per lo sfarzo dei costumi e a Leonardo da Vinci per il paesaggio nebuloso.

La tela divenne celebre e l'artista fu apprezzato da pittori quali Turner e Monet. L'opera, infatti, rappresenta un'innovazione nei riguardi dell'estetica che fino a quel momento era sconosciuta.

L'artista, inoltre, usò rappresentare  figure legate alla commedia francese e italiana dove divennero protagonisti gli attori e le maschere provenienti dalla Commedia dell'Arte italiana.  Il teatro fu uno dei suoi soggetti preferiti, nel quale  affioravano gli stati d'animo di personaggi afflitti e addolorati. L'opera "Gilles" (Fig.16-17),  conosciuto anche come Pierrot, ne è un esempio. E' sufficiente osservarla per un momento per cogliere intensamente il senso di malinconia e sconforto. C'è una grande monumentalità d'impianto. Pierrot messo in risalto dalla luce, è l'immagine dell'attore che si offre alle risa dello spettatore, ma che, nello stesso tempo, infonde un senso di tristezza (Fig.17).

Sono state eseguite diverse analisi psicologiche per riuscire ad interpretare Gilles, nel quale spesso vi è stato riconosciuto un autoritratto mascherato. I personaggi, raffigurati nella parte inferiore del dipinto, potrebbero essere amici del pittore, oppure attori dell'epoca.

L'arte di Watteau è un richiamo al tonalismo veneto e alla tradizione fiamminga, egli, infatti, iniziò la sua carriera copiando le opere di Rembrandt. 

L'opera "L'insegna", detto anche "L'insegna di Gersaint" (Fig.18-19-20-21), fu eseguita poco prima della sua morte.

E' il suo ultimo capolavoro, che Watteau dipinse per l'amico mercante e storico dell'arte Edme-François Gersaint (Parigi, 1694-1750) come insegna per il suo negozio situato a Parigi sul Pont Notre - Dame (Fig.18). Secondo lo storico dell'arte ungherese, Charles de Tolnay (1899-1981) Watteau illustrò nell'opera, quadri di artisti che egli solitamente ammirava, in particolare dei cinquecentisti veneti e i secentisti fiamminghi. Il dipinto è innovativo perché rappresenta l'importanza della diffusione dell'arte in quel periodo. Nell'opera risiedono alcune scene di vita quotidiana, nella quale un gruppo di nobili sfoggiano acconciature e vestiti eleganti. Una giovane sta osservando il ritratto di Luigi XIV (Fig.19), altre figure sono intente ad ammirare un dipinto di soggetto mitologico (Fig.20), a destra invece, appaiono due giovani che stanno guardando un'opera appoggiata sul bancone. L'impianto compositivo dell'opera evidenzia un sapiente uso dei colori e della luce, proveniente dalla strada e l'ambientazione richiama le gallerie dell'epoca. 

Watteau morì precocemente di turbecolosi nel 1721 a soli 37 anni.


Termino l'articolo con un pensiero di Charles Baudelaire:

"Watteau, che carnevale di tanti cuori illustri, in fiamme come farfalle volteggianti, scene fresche e frivole di lampadari accesi come fascio di follia sul vortice del ballo!". 

Vi ringrazio.

Arrivederci in arte.

Manuela


venerdì 9 ottobre 2020

Raffaello Sanzio, Deposizione di Cristo

#artiebellezzeitaliane

Raffaello Sanzio, Deposizione di Cristo (1507) Galleria Borghese - Roma

La tavola, firmata e datata in basso a sinistra “Raphael Urbinas MDVII.”, fu commissionata da Atalanta Baglioni in memoria del figlio Grifonetto, ucciso durante una lotta fratricida per il possesso della signoria di Perugia.
L’opera, utilizzata come pala d’altare nella chiesa di San Francesco, rimase nella città umbra per cento anni, finché una notte, con la complicità dei frati, fu prelevata di nascosto e inviata a Roma a papa Paolo V, che ne fece dono al nipote Scipione Borghese (1608).
Originariamente era sormontata da una cimasa con l’immagine di Dio Padre benedicente (Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria) e accompagnata da una predella con la raffigurazione delle Virtù teologali, oggi ai Musei Vaticani.

Nel mettere in scena il dramma della rappresentazione, Raffaello prese a modello il Compianto su Cristo morto di Perugino a Palazzo Pitti, eseguito nel 1495, in cui Cristo è raffigurato disteso a terra secondo un’iconografia allora tradizionale.

L’ingente numero di disegni preparatori documenta lo studio dall’antico e il lungo e laborioso evolversi del progetto compositivo, reso progressivamente più drammatico e dinamico nella nuova iconografia del “trasporto”. La novità compositiva della Deposizione, segnò il superamento della tradizione umbro-toscana e aprí a un nuovo linguaggio espressivo, sintesi di un perfetto equilibrio tra idealizzazione formale ed espressione del sentimento, secondo uno stile a lungo ricercato nei modelli dell’antichità classica e caratteristico della successiva fase romana dell’artista. (testo tratto dal sito Galeria Borghese)









 

mercoledì 7 ottobre 2020

I Disegni di Leonardo Da Vinci


A cura di Manuela Moschin
del blog  https://www.librarte.eu

Leonardo da Vinci (Anchiano 1452 - Amboise 1519) pittore, ingegnere e scienziato, fu anche un abile disegnatore. Si può notare che in tutti i suoi dipinti applicò uno studio accurato tramite l'impostazione del disegno.

Giorgio Vasari (1511-1574) pittore, architetto e storico dell'arte e grande sostenitore di questa tecnica, nella serie di biografie dedicata ad artisti, intitolata "Le vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori" pose attenzione alla maestria di Leonardo nel creare un "Disegno Perfetto":
"Leonardo da Vinci, il quale dando principio a quella terza maniera che noi vogliamo chiamare moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, ed oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura, così a punto come elle sono, con buona regola, miglior ordine, retta misura, disegno perfetto, e grazia divina, abbondantissimo di copie, e profondissimo di arte, dette veramente alle sue figure il moto e il fiato".

E' risaputo che Leonardo scriveva al contrario, ossia da destra a sinistra. Questa sua caratteristica è stata per secoli ritenuta avvolta di mistero, in quanto influì molto sulla produzione delle sue opere. Rispetto ad altri artisti come Botticelli o il Ghirlandaio, dei quali possediamo pochissimi disegni, di Leonardo ne abbiamo una grandissima quantità. Tra le migliaia di schizzi e disegni solo una parte fu destinata a un progetto pittorico o scultoreo. Le sue opere grafiche fungevano da studio, allo scopo di ottenere soluzioni formali, non necessariamente da applicare in una utilizzazione pratica.

Leonardo aveva un grande interesse per i cavalli dei quali produsse un'enorme quantità di schizzi. Le scene di guerra che rappresentò nella "Battaglia di Anghiari" (Ne parlerò nei prossimi articoli) sono frutto di un accurato studio dal vero, come è testimoniato dagli studi di animali. Sono, inoltre, numerosi i disegni raffiguranti dei volti di profilo, un soggetto più volte rappresentato nelle botteghe fiorentine del Rinascimento, soprattutto in quella di Andrea del Verrocchio. I suoi apprendisti utilizzavano come principio base l'esercizio del copiare. Probabilmente gli artisti dell'epoca si rifacevano ai metodi consigliati da Cennino Cennini, il quale nei suoi scritti suggeriva di copiare le opere eseguite dai grandi maestri.

Diverso è il procedimento utilizzato da Leonardo per gli studi relativi al panneggio. Egli, infatti, usava applicare la stessa tecnica della pittura, dove le vesti venivano create con una tonalità più scura. Nell'opera incompiuta "L'Adorazione dei Magi" si può notare, infatti, che in alcuni punti lo strato di colore è molto denso e scuro.

Un'altra tipologia di disegno, al quale l'artista dedicò numerosi studi, è relativa alla fisiognomica umana, campo in cui egli dimostrò di avere una perfetta padronanza. Egli consigliava di combinare i dettagli migliori dei vari volti. Nei disegni grotteschi si può osservare come venne applicata tale metodologia. Egli accostava una fronte piatta con una incurvata, oppure un naso schiacciato e uno aquilino.

E' presente un disegno molto interessante conservato agli Uffizi, che dimostra come Leonardo utilizzasse questo principio della contrapposizione. Nella figura n. 9 si può notare un vecchio con il naso ricurvo, che sta osservando un giovane riccioluto dai tratti dolci e proporzionati. Leonardo consigliava di abbinare volti brutti e vecchi con giovani e affascinanti:
"Dico anco che nelle istorie si debbe mischiare insieme vicinamente i retti contrari, perchè danno gran parangone l'uno a l'altro; e tanto più quanto saranno più propinqui, cioè il brutto vicino al bello, e 'l grande al piccolo e 'l vecchio al giovane, il forte al debole; e così si varia quanto si pò e più vicino".

Leonardo, uomo poliedrico dalle mille risorse, per i suoi studi anatomici usava sezionare i cadaveri. Secondo alcune fonti pare che ne abbia esaminati una ventina.

A tal proposito affermò:
"E se tu avrai l'amore a tal cose, tu sarai forse impedito dallo stomaco; e se questo non t'impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il qual s'appartiene a tal figurazione".

Nelle immagini che seguono si possono ammirare i disegni molto dettagliati realizzati in seguito agli studi effettuati sulle salme.




Leonardo da Vinci "Analisi della meccanica muscolare degli orifizi del corpo umano come la vulva, studio dell'ano e del pene, ca 1508/09- Matita nera ripassata a penna e due tonalità di china seppia, mm 191x138 Castello di Windsor, Royal Library (RL 19095r)


Leonardo da Vinci "Veduta degli organi del torace e dell'addome femminile; sistema vascolare", ca 1508 - penna, china seppia; acquerello giallo e tracce di matita nera e rossa su carta acquerellata ocra; perforato per trasposizione, mm 476x332 - Castello di Windsor, Royal Library (RL12281r)


Leonardo da Vinci "Disegni anatomici del cuore e dei vasi", ca. 1513 - penna e china seppia, Castello di Windsor, Royal Library (RL 190073r-19074v)


Leonardo da Vinci "Studi anatomici sullo scheletro umano", ca. 1509/10 Penna e china seppia (tre tonalità) acquerellata sopra tracce di matita nera, mm288x200 Castello di Windsor, Royal Library (RL 19012r)


Leonardo da Vinci "Studi sugli organi dell'addome e del torace", ca. 1508/09 penna, china seppia (due tonalità) e matita nera, mm283x219 Castello di Windsor, Royal Library (RL 19104v)


Leonardo da Vinci "Adorazione dei Magi" Firenze Galleria degli Uffizi 1481-1482 Olio su Tavola - cm. 246x243


Leonardo da Vinci "Studio di Ritratto grottesco di uomo", ca. 1500-1505


Leonardo da Vinci "Studio di Vecchio e di Giovane (Salaì?) di profilo, affrontati", ca. 1500-1505 Sanguigna mm. 210x150 Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe (Fig.9)


Leonardo da Vinci "Ritratto di fanciulla, presunto studio per il volto dell'angelo della Vergine delle Rocce" Biblioteca Reale di Torino 1483-1485 - punta metallica e biacca collocazione Dis. It. /I.19

Vi ringrazio

Manuela

domenica 4 ottobre 2020

"Davide con la testa di Golia" di Michelangelo Merisi da Caravaggio









A cura di Manuela Moschin del blog Librarte.eu

Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571, Porto Ercole, 16 luglio 1610), è uno degli artisti più rivoluzionari e anticonvenzionali della storia dell'arte.

Egli, dotato di una personalità impulsiva, in conflitto con se stesso e con il mondo, è considerato un genio della pittura, poiché è riuscito ad apportare un profondo rinnovamento alla corrente artistica della tradizione italiana. Il maestro è da sempre un esempio di raffinatezza ed eccellenza, che perdura fino ai nostri giorni.

Il malessere dell'uomo e della condizione umana vennero espressi dall'artista, mediante l'utilizzo straordinario della luce, che illuminando i personaggi, dona loro un'intensità psicologica, ricca di pathos.

L'osservatore, ammirando i suoi capolavori, si sente trasportato emotivamente. Immedesimandosi nelle figure, rivive i loro stati d'animo. I vissuti e la sua sofferenza spiccano in tutti i dipinti.

La rivoluzione deriva dal fatto che l'artista superò il concetto tradizionale della pittura. Le opere sono dipinte con naturalismo, attraverso un sapiente utilizzo della luce, che rende i personaggi attori su un palcoscenico. Essi spiccano sulla scena da uno sfondo scuro, tramite un gioco di luci e ombre, favorendo un effetto tridimensionale che cattura e trascina.

Lo storico dell'arte Maurizio Calvesi definisce così l'artista:
"Il drammaturgo del pennello, il Caravaggio può trovare riscontro nel contemporaneo Shakespeare".

I capolavori della fase finale della vita di Caravaggio, ossia il "David con la testa di Golia" (Fig.1-2) e la "Decollazione di San Giovanni Battista" sono accumunati dal tema della decapitazione, che entra nella testa dell'artista come una sorta di ossessione.

Il "David con la testa di Golia" è considerato il quadro del perdono, in quanto, secondo quanto riportato da Giovanni Pietro Bellori, il maestro lo donò al cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V con la speranza di ottenere la grazia, a seguito di una condanna a morte, che ricevette per l'omicidio di Ranuccio Tomassoni.

Il collezionista Borghese gliela concesse, ma alla sola condizione di possedere tutti i dipinti invenduti del pittore. Egli fu graziato, ma ormai fu troppo tardi, in quanto morì, pare per una febbre malarica a Porto Ercole, e la sua tomba non fu mai ritrovata.

"Davide con la testa di Golia" è probabilmente l'ultima opera dell'artista, che dipinse poco prima di morire. Il maestro riprodusse se stesso attraverso un realismo crudele, come simbolo del peccato, che egli ritrasse sul volto di Golia. Davide emerge mesto da uno sfondo scuro e sta ancora impugnando la spada per aver sconfitto Golia. Dopo averlo decapitato lo guarda con commossa partecipazione e compassione. La fronte corrugata e la bocca aperta, donano al volto di Golia, un'espressione disperata e straziante. Sembra l'emblema di Caravaggio, che tramite la sua sofferenza manifesta il dramma della pena capitale.

Lo storico dell'arte e saggista Costantino D'Orazio (1972) scrisse:
"Il dettaglio più intenso dell'opera è l'occhio perso nel vuoto sul capo mozzato in primo piano, con la bocca spalancata per effetto del peso della mascella e il sangue che non smette mai di colare a terra. Fra gli occhi si vede ancora il segno rosso del colpo mortale sferrato da Davide con la sua arma rudimentale".

L'insigne storico dell'arte Claudio Strinati (1948) in un documentario dedicato all'artista, fece alcune osservazioni molto toccanti:
"in questo quadro la condanna a morte è stata eseguita, ma la pena di morte non esiste, poiché ella non è una pena. È inutile uccidere perché si verificherebbe il passaggio in un'altra dimensione, non è lei portatrice di dolore, ma è la vita".

Il pittore, attraverso la figura biblica del David e quella del gigante Golia, rappresentò metaforicamente il tema morale della vittoria dell'umiltà sull'arroganza.

Sulla lama della spada di David è incisa una sigla: "H-AS-OS", ovverosia l'abbreviazione del motto agostiniano "Humiltas occidit superbiam" (l'umiltà uccise la superbia) interpretata come "la sua umile richiesta di grazia attraverso un emblema biblico della giustizia divina" (Maurizio Marini, 1987).

David non appare trionfante, ma disperato.

E' interessante questa testimonianza dello storico dell'arte e scrittore Giovanni Pietro Bellori (1613-1696), che descrisse così i caratteri somatici di Caravaggio:
"Egli era di colore fosco, ed aveva foschi occhi, nere le ciglia e i capelli...Non lasceremo di annotare li modi stessi nel portamento e vestir suo, usando egli drappi e velluti nobili per adornarsi; ma quando poi si era messo un abito, mai non lo lasciava finché non gli cadeva in cenci. Era negligentissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di un ritratto, servendosene per tovaglio mattina e sera".

Ci fu un episodio significativo accaduto a Napoli, che segnò profondamente l'ultimo periodo della sua vita. Il 24 ottobre 1609, gli informatori scrissero al Duca di Urbino allo scopo di avvertirlo, che l'artista subì un'aggressione da parte dei cavalieri nell'osteria napoletana del Cerriglio.




Michelangelo Merisi da Caravaggio "Martirio di Sant'Orsola" 1610 olio su tela, 140,5x170,5 Palazzo Zevallos Napoli (Fig.3)

Baglione a tal proposito asserì "per li colpi quasi non più si riconosceva".

Pare, infatti, che il maestro rimase menomato e forse parzialmente accecato dalle ferite. Visse, infatti, una lunga convalescenza. Le opere successive, pertanto, sono segnate da un'evidente presenza di sofferenza e sconforto, come si può notare nel "Martirio di Sant'Orsola" (Fig.3), dove il pittore ritrasse il proprio volto dietro a quello della martire. Egli sembra essere stato trafitto dalla freccia assieme alla santa.




"Ritratto del Caravaggio" di Ottavio Leoni 1621 (Fig.4)
E' curioso sapere che: in occasione del quarto centenario della morte di Caravaggio, il 16 luglio 2010, la società delle Poste Italiane emise un francobollo da 0,60 raffigurante il dipinto "Davide con la testa di Golia" (Fig.5)

Vi ringrazio.

Manuela












mercoledì 23 settembre 2020

La Biblioteca Reale di Torino e la preziosa raccolta di Opere d'Arte.


Biblioteca Reale di Torino

A cura di Manuela Moschin
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"La Biblioteca particolare del Re è ricca delle più scelte e belle edizioni moderne di opere appartenenti a storia, viaggi, arti, economia pubblica e scienze diverse. Vi si annoverano più di 30.000 volumi a stampa, tra’ quali alcuni in pergamena e miniati". Davide Bertolotti (1840).


Nel Palazzo Reale di Torino, che dal 1997 fa parte del Patrimonio dell'Umanità UNESCO, è ubicata la Biblioteca Reale.
Attualmente la Biblioteca conserva 200.000 volumi, incisioni, 4.500 manoscritti, pergamene, disegni, carte antiche e il celebre "Autoritratto" di Leonardo Da Vinci, del quale ne parlerò nei prossimi articoli.
Nel 1831 Carlo Alberto di Savoia-Carignano, amante della cultura, desiderò attuare un rinnovamento architettonico e artistico della struttura. Tra le sue innovazioni nel 1839 istituì la Biblioteca Reale, incaricando il Conte Michele Saverio Provana del Sabbione di raccogliere il patrimonio librario, disperso in seguito a una grande perdita dovuta alle spoliazioni napoleoniche e alla donazione elargita all'Università di Torino da parte di Vittorio Amedeo.
Carlo Alberto nominò bibliotecario di corte Domenico Promis, che si impegnò a incrementare la raccolta tramite acquisizioni di fondamentale importanza. Oltre a ciò, venne progettata una nuova Biblioteca, sotto la galleria Beaumont, da parte dell'architetto di Corte Pelagio Palagi. Nel 1840 essa si impreziosì ulteriormente arricchendosi di trentamila volumi e una pregiata collezione di disegni, incisioni, manoscritti, carte nautiche e cinquecentine. Giovanni Volpato, Ispettore della Reale Galleria dei quadri e Sotto Segretario della Reale Accademia Albertina di Belle Arti, ebbe un ruolo basilare, in quanto tra il 1839 e il 1840 vendette per 50.000 lire piemontesi la sua preziosa collezione di disegni che comprendeva, oltre ai capolavori di Leonardo da Vinci, opere di artisti come Raffaello, Michelangelo, Carracci, Tintoretto, Perugino, Guercino, Canova, Tiepolo, Veronese, Rembrandt e Vasari.
Biblioteca Reale di Torino



martedì 22 settembre 2020

Canova e la Gypsotheca di Possagno

 

Gypsotheca di Possagno (TV)

A cura di Manuela Moschin

Mi potete seguire anche nel blog librarte.eu 

Il fratellastro di Antonio Canova, ossia il vescovo Giovanni Battista Sartori Canova, volle erigere un museo al fine di conservare i modelli da cui sono stati realizzati i marmi. Nella Gypsotheca è possibile ammirare i calchi originali in gesso, i bozzetti in terracotta o cruda oppure in cera. 
L'edificio risalente al 1844 è stato progettato dall'arch. Francesco Lazzari, tuttavia, in seguito ai due conflitti mondiali, la Gypsotheca subì gravi danni. Nel 1957 fu affidata la costruzione di una nuova ala del museo all'arch. Carlo Scarpa (1906-1978), che ebbe la maestria di concepire un'ambientazione scenografica altamente suggestiva e coinvolgente, attraverso la predisposizione di involucri architettonici, che consentono di far filtrare la luce dall'alto. Entrando nella Sala Grande, si rimane affascinati dall'allestimento spettacolare. Le opere appaiono come attori teatrali all'interno di un tempio dell'arte.

Antonio Canova (1757-1822) (Fig.4) era figlio di uno scalpellino, che morì all'età di 26 anni, la madre si risposò con Francesco Sartori. Fu, in questo secondo matrimonio che nacque il fratellastro di Antonio, il vescovo Giovanni Battista Sartori, che ebbe un ruolo fondamentale nella vita dell'artista. Canova visse l'infanzia con il nonno paterno Pasino, che per il suo carattere burbero fu soprannominato il "rustego", ma dal quale apprese l'arte dello scalpellino. In seguito, fece il suo apprendistato a Venezia da Giuseppe Bernardi detto Torretti, apprendendo le tecniche della sbozzatura e dell'intaglio. Nel 1779 si recò a Roma presso l'ambasciatore della Repubblica Veneta Girolamo Zulian dove seguì i corsi di nudo all'Accademia di Francia. Viaggiò in Austria, a Parigi (dove fu chiamato da Napoleone) e a Londra per visitare i marmi del Partenone trasferiti dalla Grecia da Lord Elgin. 
La sua fama crebbe in Italia e all'estero, ricevendo commissioni da re e imperatori, principi e capi di Stato. 
Egli morì a Venezia il 13 ottobre 1822. Venne sepolto a Possagno, inizialmente nella vecchia chiesa e poi nel tempio. 
Vi ringrazio 
Manuela 

Gypsotheca di Possagno (TV)



Autoritratto di Antonio Canova 1792 

sabato 1 agosto 2020

Danzatrice con il dito al mento

Danzatrice con il dito al mento (prima metà XIX sec) Musei di Villa Torlonia - Roma
Il prototipo di questa statua, priva di testa, braccia e piedi, può essere sicuramente considerato la “Danzatrice con il dito al mento” o “Danzatrice Manzoni” dal nome di Domenico Manzoni che la commissionò ad Antonio Canova nel 1811 per 4.400 scudi. Ne esistono molte riproduzioni e nella Gipsoteca di Possagno si può ancora vedere il modello in gesso, realizzato da Canova nel 1809, da cui derivarono varie sculture. Di sicuro sappiamo che Alessandro Torlonia fece eseguire da Luigi Bienaimé (1795-1878), della scuola di Thorvaldsen, una copia della “Danzatrice” del Canova, che ora si trova nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’esemplare esposto rivela una lavorazione accurata e di buona qualità, con un effetto di non finito, dovuto probabilmente ai danni atmosferici provocati dall’esposizione all’aria. (testo tratto dal sito Musei di Villa Torlonia)
Autore: Anonimo
Titolo: Danzatrice con il dito al mento
Supporto: Marmo di Carrara
Anno: Prima metà del XIX secolo
Misure (cm.): -
Posizione: Musei di Villa Torlonia
Località: Roma

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