mercoledì 8 luglio 2020

Giovanni Luteri detto Dosso Dossi, Apollo

Photo by Massimo Gaudio

Giovanni Luteri detto DOSSO DOSSI, Apollo (1622 ca.) Galleria Borghese - Roma
L’Apollo di Dosso, datato generalmente intorno al 1522, entrò nella collezione Borghese nel 1659 per volontà testamentaria di Luigi Capponi, come omaggio alla famiglia di Paolo V che lo aveva eletto cardinale. L’artista, attivo alla corte di Alfonso d’Este a Ferrara, realizzò probabilmente il dipinto in occasione dell’unione tra il duca e Laura Dianti, avvenuta dopo la morte della moglie Lucrezia Borgia (1519). L’ipotesi è stata avanzata in considerazione sia del legame lessicale tra il nome di Laura e il lauro di cui Apollo si cinge il capo, sia il culto di cui godeva il dio presso il duca. La figura di Apollo ha un carattere fortemente classicheggiante, influenzato probabilmente dal celebre Torso del Belvedere e dalla pittura di Raffaello e Michelangelo. (testo tratto dal sito Galleria Borghese)
Autore: Giovanni Luteri detto Dosso Dossi ( Ferrara 1489 - 1582)
Titolo: Apollo
Supporto: Olio su tela
Anno: 1522 ca.
Misure (cm.): 194 x 118
Posizione: Galleria Borghese
Località: Roma

martedì 7 luglio 2020

Giovanni Luteri detto Dosso Dossi, Melissa

Photo by Massimo Gaudio
Giovanni Luteri detto DOSSO DOSSI, Melissa (1520) Galleria Borghese - Roma


Il dipinto è da collocarsi negli anni della prima maturità del pittore ferrarese. Raffigura una donna in primo piano dall’aspetto imponente, che indossa un turbante e abiti sontuosi dai colori sgargianti. Immersa in un paesaggio boschivo, è seduta all’interno di un cerchio in cui sono trascritti simboli che richiamano la Cabala ebraica; nella mano sinistra impugna una fiaccola, mentre con la destra regge una tavoletta con disegni geometrici. 
La figura femminile è stata identificata con una maga, inizialmente Circe, successivamente Melissa, secondo la descrizione data da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso (VIII canto 14-15). Melissa libera da malvagi incantesimi alcuni paladini: il riferimento potrebbe trovarsi nelle piccole figure umane appese all’albero sulla sinistra dell’opera. Il restauro ha evidenziato vari pentimenti: sulla sinistra del dipinto, al posto del molosso e dell’armatura c’era una figura maschile stante a cui la maga volgeva lo sguardo. L’opera, verosimilmente, giunse da Ferrara nella collezione di Scipione Borghese intorno al 1607-1608, tramite il cardinale Enzo Bentivoglio. (testo dal sito Galleria Borghese)






Autore: Giovanni Luteri detto Dosso Dossi ( Ferrara 1489 - 1582)
Titolo: Melissa
Supporto: Olio su tela
Anno: 1520
Misure (cm.): 170 x 172
Posizione: Galleria Borghese
Località: Roma

lunedì 6 luglio 2020

Gian Lorenzo Bernini, David

Photo by Massimo Gaudio
Gian Lorenzo Bernini, David (1623-1624) Galleria Borghese - Roma
Bernini raffigura l’eroe biblico nell’istante che precede il lancio della pietra che colpirà il gigante Golia, chiamato dai Filistei per combattere contro l’esercito israelita del re Saul. A terra si trovano la corazza donata dal sovrano e una cetra, consueto attributo dell’eroe, qui significativamente terminante in una testa d’aquila, evidente testimonianza della committenza e dell’intento celebrativo del casato Borghese. La scultura nella parte posteriore non è rifinita, poiché in origine era addossata a una parete della Sala del Vaso, attuale Sala I. Come per l’Apollo e Dafne, tale posizione esaltava nello spettatore la percezione dello sviluppo dell’azione attraverso la torsione del corpo e delle braccia contratte sulla fionda, fino ad arrivare alla visione del volto concentrato nello sforzo del momento (dove, secondo le fonti, andrebbe riconosciuto lo stesso Gian Lorenzo). In origine l’opera era sostenuta da un basamento più piccolo, un accorgimento tecnico che aumentava il coinvolgimento dello spettatore nello spazio dell’azione drammatica.(dal sito Galleria Borghese)





Autore: Gian Lorenzo Bernini ( Napoli 1598 - Roma 1680)
Titolo: David
Supporto: Marmo
Anno: 1623 - 1624
Misure (cm.): 170
Posizione: Galleria Borghese
Località: Roma

domenica 5 luglio 2020

Lamine d'oro da Pyrgi

Photo by Massimo Gaudio
Lamine d'oro da Pyrgi (fine VI sec. A.C.) Museo di scultura all'aperto nell'area di Valle Giulia - Roma
Ritrovate sepolte nell’area del santuario extraurbano di Pyrgi (Santa Severa), antico porto di Caere (Cerveteri), le tre lamine d’oro erano in origine affisse sullo stipite della porta del tempio B risalente al 510 a.C.; le lamine hanno restituito altrettante iscrizioni, due in etrusco e la terza che ne costituisce la sintesi in lingua fenicia. Il testo ricorda la dedica del tempio B alla dea etrusca Uni, Astarte nell’iscrizione fenicia, da parte di Thefarie Velianas “re su Caere”, ovvero tiranno della città. Le informazioni fornite trovano conferma nei rinvenimenti archeologici in parte esposti nelle sale del Museo e aprono uno spaccato sui rapporti intercorsi tra gli Etruschi e i Cartaginesi, per l’appunto di origine fenicia, nella comune lotta contro i Greci per il dominio del Mediterraneo, basti pensare alla celebre battaglia del mare Sardo (545-540 a. C. ca.) descritta da Erodoto nella quale, di fronte alla città di Alalia in Corsica, Etruschi (in particolare Ceriti) e Cartaginesi alleati si erano contrapposti ai Focesi, fuggiti in seguito alla conquista persiana della città di Focea nella Ionia, attuale Turchia. (testo tratto dal sito ETRU)
Titolo: Lamine d'oro da Pyrgi
Supporto: Oro
Anno: Fine VI sec. a.C.
Misure (cm.): 19 x 9
Posizione: Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia
Località: Roma

sabato 4 luglio 2020

Altorilevo di Pyrgi

Photo by Massimo Gaudio
Altorilievo di Pyrgi (470-460 a.C.) Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia - Roma
Una scena densamente popolata di figure caratterizza l’altorilievo che copriva la testata posteriore della trave di colmo del tetto del tempio A; quest’ultimo costruito intorno al 470 a. C. nel santuario extraurbano di Pyrgi (Santa Severa), porto di Caere (Cerveteri), era dedicato a Thesan, dea etrusca dell’aurora. L’artista con uno sforzo di estrema sintesi e originalità riesce a raccontare le storie di due personaggi del mito, Tideo e Capaneo, di cui bisogna conoscere l’antefatto. Siamo sotto le mura della città di Tebe, dove Eteocle e Polinice, i due figli maledetti di Edipo, lottano per il potere: Eteocle, re legittimo, è asserragliato con i Tebani nella città, mentre fuori i guerrieri provenienti da Argo, alleati dell’usurpatore Polinice, ne tentano l’assalto. Come sempre gli dei assistono allo scontro ed intervengono. E infatti al centro della scena Zeus adirato scaglia il suo fulmine contro Capaneo che ha bestemmiato gli dei, mentre sulla sinistra alla vista di Tideo, che pur ferito a morte azzanna il cranio di Melanippo, la dea Atena si allontana disgustata con la pozione che avrebbe dato l’immortalità al suo protetto. La nudità di Tideo e Capaneo sottolinea la bestialità dei loro atti e la loro punizione è la punizione di ogni comportamento improntato al disprezzo degli dei e delle leggi degli uomini (hybris), in chiave politica è una condanna della tirannide di cui Polinice è simbolo. (testo tratto dal sito ETRU)
Titolo: Altorilievo di Pyrgi
Supporto: Terracotta policroma
Anno: 470 - 460 a.C.
Misure (cm.): 130 x 140
Posizione: Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia
Località: Roma

venerdì 3 luglio 2020

Anfora di tipo Panatenaico

Photo by Massimo Gaudio
Anfora di tipo Panatenaico (530-510 a.C.) Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia - Roma
L’anfora proviene dalla Tomba del Guerriero di Vulci, appartenuta a un personaggio di alto rango, vissuto nella seconda metà del VI secolo a.C. e sepolto con un ricco corredo che comprendeva armi da offesa e difesa, un carro e pregiato vasellame in bronzo e ceramica.
Su un lato dell’anfora, fra due colonne che sorreggono dei galli, la dea Atena avanza verso sinistra brandendo una lancia. Il Iato opposto mostra due pugili in combattimento, alla presenza di un compagno e del giudice di gara, il quale è ammantato e impugna un’asta. Gli atleti hanno una folta barba, sembrano aver superato la prima giovinezza e indossano delle protezioni sulle mani. Il vaso, attribuito al Pittore di Antimenes, è chiaramente ispirato alle anfore panatenaiche ma ha una forma leggermente diversa (il collo è più largo e il piede meno affusolato), dimensioni minori ed è privo dell’iscrizione «ton Athenethen athlon» ([premio] delle gare ad Atene). Le anfore panatenaiche costituivano il premio ufficiale per le competizioni artistiche e sportive delle Grandi Panatenee di Atene (organizzate ogni quattro anni a luglio, durante la festa dedicata ad Atena, patrona della città) e contenevano olio ricavato da ulivi sacri. I possessori delle anfore di “tipo” panatenaico vedevano nei loro vasi un riferimento diretto ai prestigiosi trofei ateniesi e li consideravano un simbolo di rango e distinzione sociale. (testo tratto dal sito ETRU)
Titolo: Anfora di tipo Panatenaico
Supporto: Ceramica
Anno: 530 - 510 a.C.
Misure (cm.): 57
Posizione: Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia
Località: Roma

giovedì 2 luglio 2020

Apollo di Veio

Photo by Massimo Gaudio
Apollo di Veio (510-500 a.C.) Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia - Roma
Ritrovata in frammenti nel 1916, la scultura in terracotta policroma rappresenta il dio Apollo, vestito con chitone e mantello, mentre incede a piedi nudi con il braccio sinistro teso in avanti e l’altro abbassato, forse a reggere l’arco. Insieme ad altre statue anche questa era destinata a decorare la sommità del tetto del tempio di Portonaccio a Veio, dedicato alla dea etrusca Menerva (Atena) e datato alla fine del VI secolo a. C. L’atteggiamento minaccioso di Apollo è, dunque, da mettere in relazione con la statua di Eracle esposta nella sala di fronte a lui e appartenente allo stesso contesto: il dio è pronto a lottare con l’eroe che ha appena catturato la cerva dalle corna d’oro, sacra a sua sorella Artemide. Le statue di Portonaccio sono state attribuite al “Maestro dell’Apollo” appartenente all’ultima generazione di scultori in argilla (coroplasti) dell’officina di Vulca, autore della famosa statua di Giove nel tempio Capitolino (580 a.C. ca) commissionata dal primo re etrusco, Tarquinio Prisco; per lo stesso tempio sul finire del VI secolo il re Tarquinio il Superbo avrebbe chiesto proprio al “Maestro dell’Apollo”, forse, ben due quadrighe come ornamento del tetto. (testo tratto dal sito ETRU)

Titolo: Apollo di Veio
Supporto: Terracotta policroma
Anno: 510 - 500 a.C.
Misure (cm.): 186 x 78
Posizione: Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia
Località: Roma

Paolo Caliari detto IL VERONESE - 6 opere

© Photo by  Massimo Gaudio Paolo Caliari detto IL VERONESE (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) Paolo Caliari detto IL VERONESE,  Vision...