venerdì 17 settembre 2021

Tiziano Vecellio, Flora

 #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio
Tiziano Vecellio, Flora (1517 ca.)

La giovane donna emerge dal fondo bruno del dipinto porgendo con la mano destra un mazzo di fiori primaverili, composto di roselline, viole, gelsomini; è abbigliata all’antica, con una candida camiciola che scivola sulla spalla destra lasciando intravedere il seno, mentre reclina dolcemente la testa sulla spalla sinistra, volgendo lo sguardo fuori dallo spazio dipinto. Il suo volto, dai tratti delicatissimi, corrisponde perfettamente ai canoni della bellezza rinascimentale cinquecentesca: pelle chiara e luminosa, il rosa sulle guance, e il viso incorniciato da lunghi capelli sciolti, biondo ramati, il colore tipico delle chiome delle donne ritratte da Tiziano (da qui il termine “rosso Tiziano”).

L’identificazione del soggetto come “Flora”, la ninfa sposa di Zefiro di origine greca le cui gesta sono narrate da Ovidio, risale a Joachim von Sandrart, storiografo olandese, che nel 1635 circa vide l’opera nella collezione di don Alfonso Lòpez, ambasciatore spagnolo ad Amsterdam. Venduta da quest’ultimo all’Arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo, la tela giunse poi a Firenze nel 1793 nell’ambito degli scambi di opere d’arte tra l’Imperiale Galleria del Belvedere di Vienna e i granduchi di Toscana. La celebrità di questa immagine è testimoniata dalle numerose incisioni tratte a partire dal XVI secolo.

Il dipinto si inserisce nel filone di ricerca sull’immagine della bellezza femminile aperto a inizio secolo dalla “Laura” di Giorgione datata 1506 del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Al pari delle altre raffigurazioni di donne di particolare avvenenza e sensualità che costituiscono il sottogenere della pittura nato in laguna e denominato le “Belle”, l’immagine non allude in maniera univoca a Flora, l’animatrice delle feste licenziose dell’antichità romana, bensì alla bellezza muliebre capace di unire pudicizia e voluptas. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1488/90 - Venezia 1576)
Titolo: Flora
Datazione: 1489 - 1490
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 79,7 x 63,5
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

mercoledì 15 settembre 2021

Sandro Botticelli, Annunciazione di Cestello

L'Arte di fotografare l'Arte

© Photo by Massimo Gaudio

Sandro Botticelli, Annunciazione di Cestello (1489-90)


La tavola fu commissionata nel 1489 a Sandro Botticelli dal cambiavalute fiorentino Benedetto di ser Francesco Guardi per la cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria Maddalena in borgo Pinti a Firenze. L’essenzialità dell’ambientazione, dove mancano quasi del tutto gli elementi di arredo, la sobrietà delle vesti dell’arcangelo Gabriele e della Vergine, caratterizzate da un ridotto uso di toni cromatici e di decorazioni, la gestualità accentuata e un po’ teatrale dei personaggi rispecchiano la ricerca di semplicità e il fervore religioso che si afferma negli anni della predicazione del frate domenicano Girolamo Savonarola. Sono presenti elementi consueti della simbologia mariana, come l’apertura nella parete che allude a Maria come porta del cielo e il giardino recintato visibile sullo sfondo, emblema della verginità della Madonna.
Il dipinto ha conservato la cornice originale, dipinta in basso con gli stemmi del committente e la figura di Cristo in pietà. Sono inoltre presenti due iscrizioni in latino, tratte dal Vangelo di Luca, che alludono all’incarnazione del figlio di Dio nel grembo di Maria. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Sandro Botticelli (Firenze 1445 - 1510)
Titolo: Annunciazione di Cestello
Datazione: 1489 - 1490
Supporto : Tempera su tavola
Misure (cm): 150 x 156
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze



mercoledì 8 settembre 2021

Artemisia Gentilechi, Giuditta decapita Oloferne

    #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio
Artemisia Gentilechi, Giuditta decapita Oloferne (1620 ca.)

“Dio lo ha colpito per mano di donna”. Così Giuditta, giovane ebrea di Betulia, commenta nella Bibbia il suo atto eroico che portò Israele alla liberazione del suo popolo dall’assedio dell’esercito di Nabucodonosor. Giuditta si era presentata all’accampamento del crudele Oloferne, capo dell’esercito nemico, vestita nei suoi abiti migliori, fingendo di volersi alleare con lui. Il generale assiro, colpito dalla bellezza di lei, la invita ad un ricco banchetto nella sua tenda. Dopo aver mangiato e bevuto, Oloferne, ubriaco, cade addormentato nel suo letto, dando occasione a Giuditta di sottrargli la scimitarra e infierirgli il colpo mortale. Nell’imponente dipinto degli Uffizi (1620 circa), Artemisia Gentileschi affronta il momento dell’uccisione di Oloferne per mano di una determinata e vigorosa Giuditta. L’effetto d’insieme è potente e spaventoso: il corpulento generale è ubriaco e riverso sul letto, la testa afferrata per la chioma, la spada che affonda nel collo. Artemisia non esita ad esibire un dettaglio cruento come il sangue che schizza copiosamente fino a macchiare il petto della stessa Giuditta. Il quadro era stato terminato a Roma dove Artemisia era tornata dopo sette anni di permanenza a Firenze e dove aveva potuto rinverdire il contatto con le opere caravaggesche. La naturalistica “virilità” della rappresentazione produsse severe reazioni al suo invio a Firenze e negò al dipinto l’onore di un’esposizione privilegiata in Galleria, anzi a fatica la pittrice, e solo per intervento dell’amico Galileo Galilei, riuscì a farsi corrispondere con grande ritardo il compenso a suo tempo pattuito dal Granduca Cosimo II de’ Medici, scomparso nel 1621, appena dopo l’esecuzione della grande tela. Questo dipinto oggi ci parla anche dell'avventura umana e professionale di una donna che scelse di essere artista in un'epoca dominata dagli uomini: e vi riuscì, lavorando per le corti di Roma, Firenze, Napoli, spingendosi in Inghilterra e infine entrando, prima donna in assoluto, nell'Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Artemisia Gentileschi (Roma 1593 - Napoli 1652/1653)
Titolo: Giuditta decapita Oloferne
Datazione: 1620 ca.
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 146,5 x 108
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

martedì 7 settembre 2021

La volta della Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto

Giotto, la volta della Cappella degli Scrovegni, Padova.


A cura di Manuela Moschin del blog www.librarte.eu
Benvenuti carissimi, nel centro storico di Padova si trova la celebre Cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto, tra il 1303 e il 1305, su commissione di Enrico degli Scrovegni. Il pittore dipinse tutte le pareti dell’oratorio, seguendo un impianto decorativo ispirandosi ad Alberto da Padova, che era un teologo agostiniano. La decorazione fu trattata creando quattro fasce, in cui si trovano i pannelli dedicati al tema della salvezza: gli episodi di Gioacchino e Anna, di Maria, della vita e morte di Cristo, i monocromi dei Vizi e delle Virtù e il Giudizio Universale.
L’immagine che propongo riproduce la volta azzurra a botte, con le stelle a otto punte come simbolo dell’ottavo giorno, alludente all’eternità e alla perfezione. Il cielo stellato si sviluppa proiettando tre fasce decorative e dieci tondi. Nei tre archi Giotto ritrasse patriarchi e re dell'Antico Testamento. Dal cielo blu appaiono la Madonna col Bambino e il Cristo benedicente, otto Profeti, Santi e angeli. Sulla volta stellata il Cristo Pantocratore benedice gli astanti con il gesto della mano, tenendo intrecciati l’indice e il medio. Segno che esprime la doppia natura di Cristo, umana e divina. Il simbolo della Trinità fu simboleggiato unendo altresì il pollice, l’anulare e il mignolo.
In generale, il senso dell’opera si concentra sul significato relativo alle sofferenze di Cristo, che morì sulla croce per liberare i peccati dell’uomo. Secondo tale lettura, seguendo il suo esempio e meditando sull’accaduto, è possibile evitare le pene. Per questo motivo il committente Enrico Scrovegni si è fatto raffigurare dalla parte dei salvati, nel Giorno del Giudizio, mentre sta offrendo la Cappella alla Madonna.
La Cappella degli Scrovegni costituisce l’espressione della maturità artistica di Giotto, considerato il precursore del Rinascimento, poiché favorì la nascita di un linguaggio figurativo moderno. È la resa degli stati d’animo, rappresentati con un eccellente realismo e l’innovazione nell’uso della prospettiva, a far emergere le prime rivoluzionarie raffigurazioni tratte dalla vita reale.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.



mercoledì 1 settembre 2021

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Bacco

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Photo by Massimo Gaudio

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Bacco (1598 ca.)


Il dipinto si inserisce nella serie giovanile delle mezze figure dipinte "in chiaro" che annovera opere come il "Fruttaiolo" della Galleria Borghese di Roma, il "Fanciullo morso dal ramarro" della Fondazione Longhi di Firenze , il "Canestro di frutta" della Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Caravaggio, protagonista a Roma nella prima decade del Seicento di una rivoluzione in pittura che invase l’Europa intera, ostenta in quest’opera una magistrale resa naturalistica del mondo vegetale. Sorprendente la resa del cesto di frutta e della coppa di vino offerto dal Dio , brani intesi da alcuni studiosi come invito oraziano alla vita frugale, alla convivialità e all'amicizia. La scultorea figura di Bacco, dall’espressione stordita dal vino è esemplata su modelli dell’arte classica, in particolare in ritratti di Antinoo, e appare intrisa di una sensualità languida. Mina Gregori vi ha letto una particolare visione dell’antichità inneggiante alla libertà dei sensi ed un riferimento ai riti iniziatici ed ai travestimenti bacchici che si praticavano a Roma. Rinvenuta nei depositi degli Uffizi nel 1913 e attribuita al Caravaggio da Roberto Longhi, l'opera è da riferirsi all’attività ancora giovanile del pittore, quando, a Roma, si trovava sotto la protezione del cardinale Francesco Maria del Monte. Questo dipinto, assieme alla Medusa (inv. 1890 n. 1351), venne donato dal Cardinal del Monte a Ferdinando I de' Medici in occasione della celebrazione delle nozze del figlio Cosimo II nel 1608. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano 1571 - Porto Ercole 1610)
Titolo: Bacco
Datazione: 1598 ca.
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 95 x 85
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

giovedì 26 agosto 2021

Simone Martini e Lippo Memmi, Annunciazione con i santi Ansano e Massima

  #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio

Simone Martini e Lippo Memmi, Annunciazione con i santi Ansano e Massima (1333)

La tavola, firmata e datata, fu eseguita per l’altare di Sant’Ansano posto nel transetto del duomo di Siena, dedicato alla Vergine Assunta. L’arcangelo Gabriele appare alla Vergine preannunciando la nascita di Gesù e saluta Maria con parole che sono iscritte a rilievo nel fondo oro, “AVE GRATIA PLENA DOMINUS TECUM”. L’apparizione dell’angelo è improvvisa, come suggerisce lo svolazzare del mantello e le ali spiegate. La Vergine ne è turbata, si ritrae e si stringe nel mantello. L’ambiente in cui si svolge la scena non è definito, ma i pochi elementi raffigurati-il pavimento marmoreo, il seggiolone riccamente intagliato, le stoffe preziose, il libro che Maria stava leggendo prima dell’apparizione celeste - sono riconducibili allo stile di vita seguito nel Trecento dai ceti più agiati. In alto, al centro della scena, è raffigurato lo Spirito santo in forma di colomba circondata da angeli, allineato al vaso con i gigli, simbolo del figlio di Dio e della purezza di Maria. Ai misteri dell’Incarnazione alludono i cartigli sorretti dai profeti effigiati nei tondi della cornice, da sinistra Geremia, Ezechiele, Isaia e Daniele. Ai lati dell’Annunciazione sono raffigurati il martire Ansano, che reca il vessillo con i colori di Siena di cui era uno dei santi patroni, e una santa martire, forse Massima, madre di Ansano, o Margherita; l’iscrizione ai suoi piedi, che la identifica con Giuditta, è falsa.
E’ invece originale l’iscrizione che indica quali autori della pala d’altare i due pittori senesi Simone Martini e Lippo Memmi, sebbene la critica d’arte tenda ad attribuire a Simone gran parte dell’ideazione e dell’esecuzione di questo raffinatissimo dipinto, uno dei maggiori capolavori della pittura del Trecento in Europa. Amico del poeta Francesco Petrarca e attivo per committenti illustri come gli Angiò e la corte papale di Avignone, Simone condivise la bottega con Lippo Memmi, con il quale si era imparentato avendone sposato la sorella. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Simone Martini (Siena 1284 c. - Avignone 1344) e Lippo Memmi (Siena 1317 - 1347)
Titolo: Annunciazione con i santi Ansano a Massima
Datazione: 1333
Supporto : Tempera su tavola e fondo oro
Misure (cm): 1824 x 210
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

mercoledì 18 agosto 2021

Paolo di Dono detto PAOLO UCCELLO, Battaglia di San Romano

L'Arte di fotografare l'Arte

© Photo by Massimo Gaudio

Paolo di Dono detto PAOLO UCCELLO, Battaglia di San Romano (1435-1440 c.)

La tavola faceva parte di un ciclo di tre dipinti che celebrava la vittoria dei fiorentini sulle truppe senesi e sull’alleanza guidata dal duca di Milano nella battaglia di San Romano (Pisa) nel 1432. Niccolò da Tolentino, a capo dell’esercito fiorentino, è raffigurato mentre con l’asta colpisce e disarciona Bernardino della Carda, il condottiero alla guida delle truppe avversarie, mentre intorno infuria la battaglia. La direzione delle aste e delle balestre, leggermente inclinate in avanti quelle impugnate dai soldati fiorentini, lievemente arretrate quelle degli avversari, presagisce l’esito della battaglia. La tavola degli Uffizi è l’episodio centrale della sequenza narrativa, che iniziava con la raffigurazione di Niccolò da Tolentino alla guida delle truppe fiorentine nel dipinto oggi alla National Gallery di Londra e si chiudeva con l’attacco di Michelotto da Cotignola, alleato dei fiorentini, illustrato nel pannello del Museo del Louvre a Parigi. Il ciclo decorativo fu commissionato da Lionardo Bartolini Salimbeni, protagonista della vita politica fiorentina della prima metà del XV secolo, per il proprio palazzo a Firenze pochi anni dopo l’epica impresa; in origine le tavole avevano la forma arcuata nella parte superiore, per inserirsi fra le arcate di una sala coperta con volta a peducci. Gli eredi di Lionardo Bartolini cedettero poi i dipinti a Lorenzo il Magnifico, che li fece collocare nel proprio palazzo di via Larga (l’odierno Palazzo Medici-Riccardi in via Cavour) facendone modificare la forma probabilmente allo stesso Paolo Uccello, autore del ciclo pittorico, che firmò la tavola oggi agli Uffizi in basso a sinistra. Le integrazioni agli angoli mostrano la raffigurazione di fronde di arance, le “mala medica” emblema della famiglia Medici. Per la resa delle armature e dei finimenti Paolo Uccello impiegò una cospicua quantità di foglia metallica, che doveva originariamente conferire al dipinto grande ricchezza e brillantezza cromatica. Virtuoso della prospettiva, il pittore dimostra la sua abilità nella costruzione dei corpi scorciati che presuppongono un punto di vista dal basso, in virtù della collocazione alta delle tavole prevista dall’allestimento nel palazzo di Lionardo Bartolini. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)

Autore: Paolo di Dono detto PAOLO UCCELLO (Pratovecchio (AR) 1397 - 1475)
Titolo: Battaglia di San Romano
Datazione: 1435 - 1440 ca
Supporto : Tempera su tavola
Misure (cm): 182 x 323
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

Paolo Caliari detto IL VERONESE - 6 opere

© Photo by  Massimo Gaudio Paolo Caliari detto IL VERONESE (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) Paolo Caliari detto IL VERONESE,  Vision...