sabato 15 marzo 2025

CARAVAGGIO 2025: INGAGLIARDIRE GLI OSCURI

 © Photo by Massimo Gaudio

Sala Ingagliardire gli oscuri

La seconda sala del percorso espositivo della mostra si intitola INGAGLIARDIRE GLI OSCURI, che deriva da una descrizione di Giovanni Pietro Bellori su Caravaggio tratta da Le vite de' pittori scultori e architetti moderni del 1672, frase che campeggia su un pannello che posto prima di entrare nella sala che recita: 

"Ma il Caravaggio, che così egli già veniva da tutti col nome della patria chiamato, 
facevasi ogni giorno più noto per lo colorito ch'egli andava introducendo, 
non come prima dolce e con poche tinte, ma tutto risentito di oscuri gagliardi, 
servendosi assai del nero per dar rilievo alli corpi"

Delle molte notizie giunte da fonti archivistiche e a stampa, la produzione ritrattistica di Caravaggio dovette essere piuttosto nutrita, purtroppo di tutte le sue opere è giunto a noi molto poco. Uno di questi è il ritratto di Maffeo Barberini presente in sala. Merisi durante il suo periodo artistico è riuscito a dare l'immortalità a molti modelli appartenenti a un ceto sociale basso, utilizzandoli anche per motivi a tema religioso. Una delle modelle utilizzate per svariati dipinti, è forse identificabile con la bellissima cortigiana Fillide Melandroni, che ritroviamo nei panni di Giuditta, Maria Maddalena e di Santa Caterina d'Alessandria. Secondo Allori, riferendosi alla Santa Caterina, da questo dipinto ha preso avvio l'ingagliardire gli oscuri.


Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Giuditta decapita Oloferne (1599-1600 ca)
Olio su tela, 145 x 195 cm, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma

Se possiamo ammirare un'opera così straordinaria, lo dobbiamo in primo luogo a Caravaggio e poi al ricco banchiere ligure Ottaviano Costa che gliela commissionò. Egli era talmente affezionato a quest'opera che nel testamento inserì il vincolo di inalienabilità.
L'intensità della scena si svolge di notte, una giovane e ricca vedova ebrea di nome Giuditta, taglia la testa a un generale di Nabucodonosor re degli Assiri di nome Oloferne che assediava la sua città. Lei sicuramente bella, ha uno sguardo impassibile mentre compie l'atto, invece lui rimane lì inerme senza poter fare nulla. Da notare il terrore puro che traspare dal viso e dallo sguardo. Altra figura non meno importante, è quella della vecchia serva di Giuditta che tiene tra le mani un drappo che dovrà contenere la testa di Oloferne da portare con sé nella propria città come incoraggiamento nel combattere il nemico.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Marta e Maria Maddalena (1598-1599 ca)
Olio su tela, 100 x 134,5 cm, Detroit Insitute of Art, Detroit, Michigan

L'opera è stata realizzata nel periodo in cui era ospite del cardinale Francesco Maria Del Monte e probabilmente commissionata da Olimpia Aldobrandini. La donna che impersona Maria Maddalena è Fillide Melandroni, frequentatrice del palazzo del cardinale e forse anche amante di Caravaggio.
Nella scena si vede sulla sinistra Marta con il volto leggermente in ombra e poggiata con il gomito sul tavolo, mentre cerca in modo severo di riportare sulla retta via la sorella dedita a una vita di peccato e sregolatezza. Maria è rappresentata nel momento della conversione attraverso i simboli matrimoniali come il fiore d'arancio che rotea tra le dita e l'anello d'oro che indossa sulla mano sinistra che poggia su uno specchio convesso simbolo di vanità. 

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Santa Caterina d'Alessandria (1598-1599)
Olio su tela, 173 x 133 cm, Museo Nacional Tyssen-Bornemisza, Madrid

Questo dipinto ha segnato, secondo Giovanni Pietro Bellori, il momento in cui Caravaggio iniziò a dipingere utilizzando uno sfondo scuro per mettere in risalto le figure rappresentate. La tecnica si perfeziona successivamente con le tele presenti nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. Anche quest'opera fu realizzata su commissione del cardinale Del Monte mentre l'artista era ospite del prelato a Palazzo Madama. Come per i Bari e Suonatore di liuto, anche questa opera venne acquistata da Antonio Barberini per la sua collezione.
La modella pare sia sempre la stessa, ovvero la cortigiana di origini senesi Fillide Melandroni, vestita con abiti lussuosi su un cuscino damascato rosso dove poggia sia la palma del martirio che la spada insanguinata che la santa tiene tra le mani utilizzata per la sua decapitazione. Pare che Caravaggio fosse presente durante il supplizio di Beatrice Cenci nel 1599 e proprio da quell'evento prese spunto per l'inserimento della ruota dentata però spezzata, seguendo la leggenda secondo la quale la ruota della tortura si ruppe poco prima del suo utilizzo.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Ritratto di Maffeo Barberini (1598-1599 ca)
Olio su tela, 124 x 90 cm, Collezione privata

Nel periodo di soggiorno a Roma, Caravaggio ha eseguito molti ritratti particolarmente richiesti dalla Curia e dagli amici, ritratti che per la maggiore sono andati persi o distrutti. Questa continua richiesta di ritratti, ha portato Caravaggio ad affinare la tecnica per velocizzare il ritratto in presenza, il che però lo ha portato a una loro realizzazione "senza similitudine" ovvero senza l'obbligo della accurata somiglianza, anche se di splendida raffinatezza.
Merisi per la realizzazione di questo ritratto, ha inserito l'ecclesiastico ripreso di tre quarti seduto su una poltrona posta di sbieco all'interno di uno sfondo scuro e illuminato da un fascio di luce. Analizzando meglio la scena, sono ridotti al minimo gli attributi che ne descrivono il ruolo: L'abito talare completo di berretta, la poltrona, il rotolo di documento a essa poggiati e la lettera che stringe nella mano sinistra. È a questo punto che entra in gioco il genio di Caravaggio, che rende vivo il ritratto mostrando Maffeo mentre guarda fuori dalla scena con la bocca appena aperta e con l'indice della mano destra che, anche se fermo, sembra muoversi come se si rivolgesse a qualcuno presente in quella istantanea ma solo come spettatore. Solo il rotolo di documenti chiuso da un cordone aiuta a capire meglio l'identificazione del personaggio.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Ritratto di monsignor Maffeo Barberini come protonotario apostolico (1595 ca) attr., Olio su tela, 122 x 95 cm, Collezione privata, Firenze

Il dipinto, la cui attribuzione a Caravaggio è da sempre motivo di discussione tra gli studiosi, arriva direttamente dalla collezione Barberini.
Un giovane Merisi ritrae nella tela l'altrettanto giovane Maffeo Barberini agli inizi della sua promettente carriera ecclesiastica. Il dipinto venne eseguito poco dopo il 1593, anno in cui il giovane prelato ottenne la carica di protonotario apostolico. Indossa, infatti, l'abito dei prelati di mantelletta, cosiddetti per la veste scura foderata di rosso portata sul rocchetto bianco. L'immagine acquisisce un carattere informale grazie ai libri presenti sul tavolo e alla caraffa con i fiori, un augurio rivelatosi fortunato.


Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

venerdì 14 marzo 2025

CARAVAGGIO 2025: DEBUTTO ROMANO (pt.2)

© Photo by Massimo Gaudio

Sala Debutto romano

Il 1600 ha segnato una tappa importante per Caravaggio, infatti, in quell'anno con le tre tele presenti nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, arrivò la sua prima commissione pubblica che si sviluppò successivamente con l'incarico di realizzare due dipinti per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo raffiguranti la Crocifissione di san Pietro e La Conversione di Saulo. Di quest'ultima esistono due versioni: quella presente nella cappella e quella esposta nella mostra. 

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Concerto (1597 ca)
Olio su tela, 92,1 x 118 cm, The Metropolitan Museum of Art, New York, Rogers Fund 1952

Palazzo Madama, attuale sede del Senato della Repubblica Italiana, si trova a poche centinaia di metri dalla casa di Caravaggio. Pare che nel Palazzo si tenessero spesso rappresentazioni musicali e forse in una di queste il pittore ebbe occasione di assistere. Questa esperienza fu la base per riproporre in chiave allegorica quelle rappresentazioni. Fu pensata e realizzata probabilmente nel 1597 per il cardinale Francesco Maria del Monte, uno dei maggiori cultori di musica e canto in Europa, diventando la prima opera entrata a far parte della sua collezione. Sullo sfondo del dipinto c'è il suo autoritratto, mentre lo spartito presente, da studi effettuati pare sia riconducibile a una melodia composta dal musicista napoletano Pompeo Stabile. Alla morte del prelato questa, insieme a I Bari e Santa Caterina d'Alessandria entrarono a far parte della collezione Barberini.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, San Francesco d'Assisi in estasi (1597-1598)
Olio su tela, 94 x 129,5 cm, Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, Connecticut
The Ella Gallup Sumner and Mary Catlin Sumner Collection Fund

Il ricco banchiere ligure Ottavio Costa fu il primo proprietario del dipinto che raffigura San Francesco d'Assisi in estasi mentre viene sostenuto da un angelo dopo aver ricevuto le stimmate. Anche se la figura del santo e dell'angelo sono ben illuminate, il resto del dipinto è buio e alle loro spalle si intravedono tra la vegetazione Frate Leone e un gruppo di pastori illuminati da una flebile luce di un fuoco. Questo dipinto rappresenta due fasi importanti della produzione del Maestro lombardo: È la sua prima opera sacra conosciuta ed è tra le prime dove il pittore si cimenta nelle ombre.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Narciso (1597-1599 ca) attr.
Olio su tela, 113,3 x 97 cm, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma

Il fatto di attribuire il Narciso a Caravaggio significa che manca la certezza documentata per poter dare la paternità dell'opera al Maestro lombardo. Probabilmente lo stile ha indotto lo studioso Roberto Longhi prima, a seguire altri studiosi poi, ad attribuire l'opera al Merisi, anche se altri studiosi non essendo dello stesso avviso ne negano la paternità proponendo una serie di autori come Bartolomeo Manfredi, Orazio Gentileschi e quella più accreditata a Giovanni Antonio Galli detto Spadarino. 
A complicare il problema, c'è anche la straordinaria originalità interpretativa da parte dell'autore che trae dalla Metamorfosi di Ovidio, una scena dove lo sguardo di Narciso incontra il suo riflesso nell'acqua che come una calamita lo attrae fatalmente verso l'ammirazione di se stesso.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Conversione di Saulo (1600-1601 ca)
Olio su tavola, 237 x 189 cm, Collezione Nicoletta Odescalchi, Roma


Nell'autunno del 1600, dopo aver ricevuto l'incarico per la realizzazione delle tre tele per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, ricevette anche l'incarico da parte di Tiberio Cerasi di dipingere due quadri per la sua cappella in Santa Maria del Popolo. Per l'occasione Caravaggio realizzò La Crocifissione di San Pietro e la Conversione di Saulo utilizzando due preziose tavole di cipresso di grandi dimensioni (237 x 189 cm). Siccome al momento della commissione la cappella non era stata ancora costruita, al termine dei lavori ci si rese conto che le due tavole non potevano essere collocate, Caravaggio si rimise a lavoro realizzando due nuove tele di dimensioni ridotte rispetto alle prime, le stesse che si trovano ancora oggi nella cappella.

Le due tavole restarono nelle mani di Tiberio Cerasi; purtroppo la Crocifissione di San Pietro andò distrutta, mentre la Conversione di Saulo esposta nella mostra fu immediatamente acquistata dalla famiglia Sennesio.



Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

mercoledì 12 marzo 2025

CARAVAGGIO 2025: DEBUTTO ROMANO (pt.1)

© Photo by Massimo Gaudio

Sala Debutto romano

La prima sala del percorso espositivo della mostra è riferita al DEBUTTO ROMANO avvenuto intorno al 1595. Agli inizi del suo soggiorno, Caravaggio non se la cavava molto bene, infatti, per vivere vendeva i suoi quadri per pochi soldi. Nel giro di un paio di anni raggiunse il successo grazie a incontri a lui favorevoli come il cardinale Francesco Maria del Monte, il banchiere Ottavio Costa e pittori come Prospero Orsi che lo ospitò nella sua dimora e Giuseppe Cesari detto il Cavalier d'Arpino, dal quale venne impegnato nella sua bottega a dipingere fiori e frutta.
Nella sala sono esposte otto opere dell'artista. In questo articolo vengono trattate quattro di esse risalenti al primo periodo romano.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO
Autoritratto in veste di Bacco (Bacchino malato)  (1595-1596 ca)
Olio su tela, 67 x 53 cm, Galleria Borghese, Roma

La tela è entrata a far parte della collezione del cardinale Scipione Borghese a seguito del sequestro di una grande quantità di opere a danno del Cavalier d'Arpino avvenuta nel 1607. Il soggetto dell'opera è lo stesso Caravaggio nei panni di Bacco che attraverso il suo autoritratto ha voluto raffigurare il momento di malattia che lo aveva interessato proprio nel periodo in cui lavorava nella bottega di Giuseppe Cesari e che, a suo dire, non gli aveva prestato aiuto. Da quel momento il poi Caravaggio decise di "provare a stare da se stesso" realizzando appunto questo dipinto che fu eseguito probabilmente per il mercato e grazie al suo amico e collega Prospero Orsi, fu collocato nella bottega di un rivenditore nei pressi della chiesa di San Luigi dei Francesi che oggi ospita tre delle sue tele.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO
Ragazzo che sbuccia un frutto (Mondafrutto) (1595-1596 ca)
Olio su tela, 63 x 53 cm, Prestito di Sua Maestà Re Carlo III

Secondo il biografo e collezionista d'arte Giulio Mancini vissuto tra il Cinquecento e Seicento, Caravaggio dipinse il Mondafrutto nel suo primissimo periodo romano durante la permanenza presso monsignor Pandolfo Pucci. Del Ragazzo che sbuccia un frutto sono state realizzate svariate copie e sebbene siano state avanzate diverse ipotesi sulla provenienza su quest'opera, la sua prima attestazione certa si ha nel 1688 quando compare nell'inventario dei beni di Giacomo II d'Inghilterra.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, I Bari (1596-1597 ca)
Olio su tela, 94,2 x 130,9 cm, Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas

Nell'estate del 1597 Caravaggio entrò in contatto con il cardinale Francesco Maria del Monte, eclettico e raffinato prelato che in seguito diventò il suo più importante mecenate. Alla morte del cardinale, I Bari o Il giuoco, come viene definito secondo antiche fonti, insieme al Concerto e Santa Caterina d'Alessandria, furono acquistati dal cardinale Antonio Barberini quindi, in qualche modo c'è un ritorno a casa. Il tema trattato era inconsueto in quel periodo a Roma e cela un indubbio significato morale, ovvero l'inganno dei vizi nei confronti dei giovani inesperti e ingenui. Quella esposta è ovviamente l'originale, ma visto il grande successo avuto, ne sono state realizzate una ragguardevole quantità di copie.

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, La Buona Ventura (1596-1597 ca)
Olio su tela, 115 x 150 cm, Musei Capitolini - Pinacoteca Capitolina, Roma

Anche La Buona Ventura fu acquistato dal cardinale Francesco Maria del Monte e successivamente acquistato dal cardinale Carlo Emanuele Pio insieme al San Giovanni Battista, altro dipinto di Caravaggio presente nella collezione Capitolina. 
Sembra che l'artista per la realizzazione del dipinto abbia utilizzato una vera zingara che vide passare davanti il suo studio. La camicia ricamata bianca, il turbante avvolto sulla testa, il sorriso, il suo modo aggraziato di presentarsi all'incauto giovane, attraggono l'attenzione di quest'ultimo che non si accorge dell'imminente furto dell'anello che sta subendo. Le unghie sporche della zingara entrano in contrasto con il suo modo curato di vestire, forse per sottolineare lo sporco che può celarsi dietro la bella apparenza. Il tema è stato talmente apprezzato che molti altri pittori caravaggeschi lo hanno seguito, lo stesso Caravaggio ne eseguì una seconda versione che oggi si trova al Louvre.


Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

venerdì 7 marzo 2025

CARAVAGGIO 2025: 24 (+1) opere del Maestro lombardo in un colpo solo

Caravaggio, Santa Caterina d'Alessandria (dettaglio) 

Dal 7 marzo al 6 luglio 2025 le Gallerie Nazionali di Arte Antica, in collaborazione con Galleria Borghese, con il supporto della Direzione Generale Musei – Ministero della Cultura e con il sostegno del Main Partner Intesa Sanpaolo, presentano a Palazzo Barberini CARAVAGGIO 2025, a cura di Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon. 

CARAVAGGIO 2025 è uno dei progetti più ambiziosi mai dedicati alla pittura di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571-1610): con ventiquattro dipinti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali la mostra di Palazzo Barberini offre un percorso tra opere difficilmente visibili e nuovi accostamenti, in uno dei luoghi simbolo della connessione tra l’artista e i suoi mecenati. Riunendo alcuni dei dipinti più celebri, CARAVAGGIO 2025 propone una nuova e approfondita riflessione sulla rivoluzione artistica e culturale operata dal Maestro lombardo, esplorando, in un contesto senza precedenti per ampiezza e straordinarietà, l'innovazione che introdusse nel panorama artistico, religioso e sociale del suo tempo. L’esposizione rappresenta un’opportunità unica per riscoprire l'arte di Caravaggio in chiave nuova, in un percorso espositivo che integra scoperte, riflessioni critiche e un confronto ravvicinato tra i suoi capolavori: non solo un tributo al genio dell’artista, ma una vera occasione di indagine sulla profonda influenza che ha esercitato sull'arte coeva e successiva e sull’immaginario collettivo contemporaneo. Tra le opere in esposizione un posto speciale è senz’altro occupato dal Ritratto di Maffeo Barberini, pubblicato da Roberto Longhi nel 1963 e mai esposto al pubblico fino a pochi mesi fa, dall’Ecce Homo recentemente riscoperto (2021), che torna in Italia dopo quattro secoli, e dalla prima versione della Conversione di Saulo della cappella Cerasi, difficilmente accessibile poiché conservata in una dimora privata. Accanto al San Francesco in meditazione, al San Giovanni Battista, alla Giuditta e Oloferne e al Narciso, parte della collezione permanente delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, troviamo alcuni capolavori che “tornano a casa”: i Bari, i Musici e la Santa Caterina d’Alessandria, che Antonio Barberini acquistò nel 1628 dalla collezione del cardinal del Monte. Il percorso, articolato in quattro sezioni, guida il pubblico alla scoperta dell’intera parabola artistica del Merisi, coprendo un arco cronologico di circa quindici anni, dall’arrivo a Roma intorno al 1595 alla morte a Porto Ercole nel 1610. 

Nella prima parte, dedicata al DEBUTTO ROMANO, l’esposizione affronta gli anni dell’arrivo a Roma, verosimilmente nel 1595, e i primi passi in città, tutt’altro che semplici. Nonostante fosse un pittore già formato – cresciuto nella bottega milanese di Simone Peterzano, allievo di Tiziano – i biografi concordano nell’affermare che Caravaggio fu inizialmente costretto a vivere di espedienti, realizzando quadri per pochi soldi. Verosimilmente a partire dall’estate dello stesso anno transitò anche nella bottega del noto e ammirato pittore Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, dal quale venne impiegato per dipingere fiori e frutti. Nonostante il rapporto tra i due si chiuda bruscamente nel giro di otto mesi, la produzione di Naturalia lascerà tracce importanti e profonde nella prima produzione caravaggesca, come è evidente nelle bellissime nature morte del Mondafrutto e del Bacchino malato, per la prima volta esposte insieme. Alcuni fortunati incontri – con il pittore Prospero Orsi, esperto di Grottesche, e con Costantino Spada, rigattiere e mercante dei suoi primi dipinti – permisero a Caravaggio di entrare, intorno all’estate del 1597, in contatto con il suo più prestigioso committente: il raffinato ed eclettico cardinale, cultore di musica e canto, Francesco Maria del Monte, cui appartennero i Musici, la Buona Ventura e i Bari, capolavori di quella “pittura comica” che caratterizza la fase giovanile di Caravaggio, contraddistinta da un uso della luce ancora lontano dai possenti chiaroscuri della maturità. Parallelamente, Caravaggio avviò anche il rapporto con il banchiere Ottavio Costa, proprietario del bellissimo San Francesco in estasi, primo esempio di opera sacra eseguita dall’artista a Roma. A suggellare il successo di Caravaggio nell’Urbe, nel 1600 – a un anno dalla prima commissione pubblica per la chiesa di San Luigi dei Francesi – fu l’incarico di dipingere due tavole per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo: la Crocifissione di san Pietro e la Conversione di Saulo, di cui viene ora esposta ora eccezionalmente a Palazzo Barberini la prima redazione, e che si differenzia dalla versione finale per il supporto utilizzato, una tavola di legno cipresso di grandi dimensioni (237×189 cm), molto più preziosa della tela. 

Nella sezione intitolata INGAGLIARDIRE GLI OSCURI, la mostra introduce la rara produzione ritrattistica di Caravaggio, che, come dimostrano le fonti archivistiche e le stampe, dovette essere molto vasta e stimata, anche se pochissime sono le testimonianze arrivate fino a noi. L’esposizione offre tuttavia l’occasione unica di vedere accostate per la prima volta due versioni del ritratto di Maffeo Barberini, provenienti entrambe da collezioni private. Come attesta Giulio Mancini, il pittore ha ritratto Maffeo Barberini in più di un'occasione: qui abbiamo la nota versione “Corsini”, attribuita a Caravaggio da Lionello Venturi (1912), Gianni Papi e Keith Christiansen (2010), esposta accanto a quella recentemente presentata al pubblico a oltre sessant’anni dalla sua riscoperta e attribuzione di Roberto Longhi (1963) unanimemente condivisa da tutti gli studiosi. In quest’ultimo dipinto è evidente il rivoluzionario naturalismo della pittura del Merisi, nel cui ambito il ritratto sembra aver svolto un ruolo molto importante, nonostante fosse ritenuto un genere minore. L’artista non si limitò a ritrarre nobili prelati o illustri personaggi, ma usò, anche per i dipinti a soggetto religioso, persone appartenenti ai ceti sociali più umili, eternandone per sempre la memoria. È il caso della bellissima modella che presta la sua immagine per Marta e Maria Maddalena, Giuditta che decapita Oloferne e Santa Caterina d’Alessandria, forse identificabile con la celebre cortigiana Fillide Melandroni. Tra questi dipinti la Santa Caterina riveste un ruolo particolarmente importante poiché a partire da esso, secondo il Bellori, biografo dell’artista, prende avvio quel modo di «ingagliardire gli oscuri» che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione successiva, giungendo a piena maturazione nelle imponenti tele per la cappella Contarelli ancora oggi visibili nella chiesa di San Luigi dei Francesi.

La sezione espositiva IL DRAMMA SACRO TRA ROMA E NAPOLI parte idealmente dalla prima commissione pubblica, ottenuta da Caravaggio nel 1599 grazie all’intermediazione del cardinal del Monte: le tele della cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Il ciclo dedicato a San Matteo rappresenta una vera sfida per il Merisi, che per la prima volta si confronta con quadri di historia, e costituisce anche uno spartiacque nella sua produzione, perché da questo momento si dedicherà quasi esclusivamente a temi sacri, dando avvio a quello stile tragico caratteristico della sua produzione. In questa sezione sono esposte alcune tra le opere religiose più emblematiche del Merisi maturo all’apice del successo, che annoverava tra i suoi committenti personaggi di spicco come Ciriaco Mattei e Ottavio Costa, per i quali realizzò rispettivamente La cattura di Cristo e il San Giovanni Battista dalla collezione del The Nelson-Atkins Museum of Art (Kansas City – Missouri), quest’ultimo affiancato al dipinto con lo stesso soggetto conservato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica. Nella tarda primavera del 1606, tuttavia, la vita del pittore subì una svolta drammatica quando, durante una partita di pallacorda, uccise Ranuccio Tomassoni. Il Merisi fu costretto a fuggire da una condanna alla pena capitale, rifugiandosi prima nei feudi laziali della famiglia Colonna, dove realizzò la Cena in Emmaus e – forse – il San Francesco in meditazione. Secondo alcuni studiosi a questi anni potrebbe risalire anche il David e Golia della Galleria Borghese, dipinto in cui, raffigurando sé stesso nei panni di Golia, l’artista mette in luce la sua esigenza di espiazione. Pochi mesi dopo il pittore era a Napoli, città dove fu molto apprezzato e dipinse opere mirabili come l’Ecce Homo, recentemente rinvenuto in Spagna, e uno dei suoi capolavori, la Flagellazione, realizzata per la cappella di San Domenico Maggiore. 

L’ultima parte della mostra, raccolta sotto il titolo FINALE DI PARTITA, affronta la fase finale della vita dell’artista: animato dal costante desiderio di tornare a Roma, sua patria d’elezione, Caravaggio lasciò Napoli e nell’estate del 1607 partì per Malta, con la speranza di entrare nell’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani, provando così a ottenere il perdono di Papa Paolo V Borghese. Grazie a opere come il Ritratto di cavaliere di Malta, il Merisi riuscì a ottenere il cavalierato ma, coinvolto in una rissa con un altro membro dell’Ordine, venne incarcerato. Fuggito in modo rocambolesco, Caravaggio si diresse prima in Sicilia, a Siracusa e Messina, e poi nuovamente a Napoli, dove realizzò le ultime opere, tra le quali il San Giovanni Battista della Galleria Borghese e il Martirio di Sant’Orsola, dipinto per Marcantonio Doria pochi giorni prima del suo ultimo tragico viaggio. Nel 1610 il Merisi salpò per Roma, probabilmente dopo aver ricevuto la notizia del perdono del papa, portando con sé, su una feluca, alcuni dipinti da donare al cardinal nepote Scipione Borghese, tra cui proprio il San Giovanni Battista. Purtroppo, Caravaggio non riuscì a coronare il suo sogno di tornare, e sebbene i suoi ultimi giorni siano avvolti nel mistero, è probabile che, sbarcato a Palo, sia stato trattenuto per alcuni controlli o arrestato. Una volta rilasciato, morì sulla via di Porto Ercole, a soli trentanove anni.

*Venticinquesima opera della mostra – extra moenia ma eccezionalmente visitabile in occasione della mostra – è il Giove, Nettuno e Plutone, l’unico dipinto murale eseguito da Caravaggio nel 1597 (ca) all’interno del Casino dell’Aurora, a Villa Ludovisi (Porta Pinciana) su commissione del cardinale del Monte per il soffitto del camerino in cui quest’ultimo si dilettava nell'alchimia. L’opera, raramente accessibile, raffigura infatti un’allegoria della triade alchemica di Paracelso: Giove, personificazione dello zolfo e dell'aria, Nettuno del mercurio e dell'acqua, e Plutone del sale e della terra. 

* Sarà probabilmente visitabile da fine marzo in poi. Vi consiglio di tenervi ben stretto il biglietto d'ingresso perché sarà utile per accedere all'interno del Casino dell'Aurora.

Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola (1610)

#palazzobarberini #caravaggio

lunedì 3 marzo 2025

STATUA DI ARTEMIDE EFESINA

 © Photo by Massimo Gaudio

Statua di Artemide Efesina

La statua di Artemide Efesina si trova nella Sala delle Aquile al primo piano del Palazzo dei Conservatori nei Musei Capitolini in Roma. È una piccola statua in marmo e bronzo che riproduce in dimensioni ridotte di appena 115 cm la statua di culto ellenistica del tempio di Artemide ad Efeso, adorna di simboli di fertilità e teste di animali. Copia romana da un originale del II secolo a.C., sul busto propendono una serie di quelle che sembrano essere "mammelle" che però potrebbero anche raffigurare gli scroti di toro offerti alla dea a seguito della loro castrazione e sacrificio. Questo era considerato di buon auspicio per la fertilità degli uomini.






Vi ringrazio.

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Massimo


venerdì 28 febbraio 2025

DOMENICO ZAMPIERI detto DOMENICHINO, Sant'Agnese (1605-1606)

 © Photo by Massimo Gaudio

Domenico Zampieri detto DOMENICHINO, Sant'Agnese (1605-1606)

Le Gallerie Nazionali d'Arte Antica di Palazzo Barberini non smettono mai di stupire.
Nella sala dedicata a Guido Reni e gli Emiliani situata al piano nobile del palazzo, è possibile ammirare un'opera realizzata tra il 1605 e 1606 da Domenico Zampieri detto Domenichino. Si tratta di un olio su tela che misura 143 x 101 cm raffigurante sant'Agnese. 
L'artista in questo dipinto ha reinterpretato un affresco dal titolo Dama con liocorno presente alla Galleria Carracci di Palazzo Farnese in Roma, realizzato intorno al 1605 proprio da Antonio Carracci. In pratica la scena, il paesaggio, la posa della donna è la stessa, però Domenichino ha trasformato la figura della dama (forse Giulia Farnese) in quella della santa con il nimbo dorato e ha sostituito il liocorno con l'agnello. 
C'è un altro affresco che lega la famiglia Farnese alla figura della vergine con il liocorno. Si trova sulla volta del salotto dell'Appartamento invernale di Palazzo Farnese a Caprarola (VT) ed è stato realizzato circa quarant'anni prima da Federico Zuccari (ultima foto). Forse Antonio Carracci per il suo affresco si è ispirato proprio a quest'ultima opera.





Sala 28 - Reni e gli Emiliani

Federico Zuccari e aiuti, Vergine con liocorno (1567-1569)


Vi ringrazio.

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Massimo


lunedì 24 febbraio 2025

STATUA DELLA VENERE CAPITOLINA

© Photo by Massimo Gaudio

Statua della Venere Capitolina, Marmo, 193 cm

La Venere Capitolina è sicuramente una delle statue marmoree più rappresentative e importanti della collezione presente nei Musei Capitolini di Roma. Si tratta di una variante della statua di Afrodite (la Venere per gli antichi Greci) creata da Prassitele nel IV secolo a.C. per il santuario della dea nell'antica Cnido nell'attuale Turchia.
La statua è stata realizzata con dimensioni leggermente maggiori rispetto al vero e rappresenta la dea nuda nell'atto di compiere un gesto pudico per celare le sue armoniose forme del corpo. I vari oggetti che si trovano ai suoi piedi come l'anfora con sopra un panno, la particolare pettinatura con i capelli raccolti a mo' di fiocco e la nudità, mostrano la dea intenta a un bagno lustrale della divinità.
Il suo ritrovamento è avvenuto tra il 1667 e il 1670 all'interno della chiesa di San Vitale che si trova tra il Quirinale e il Viminale, nel 1752 è stata donata ai Musei Capitolini da papa Benedetto XIV. Il grande valore artistico attribuito, è stato documentato anche dal suo ritrovamento dietro un muro, riposta lì dal suo antico proprietario per difenderla da un imminente pericolo e non aveva tutti perché, infatti, nel 1797 Napoleone Bonaparte la portò a Parigi insieme a tantissime altre opere nel contesto delle spoliazioni napoleoniche. Per nostra fortuna il grande Antonio Canova nel 1815 con il ruolo di Ispettore delle Belle Arti la fece ritornare a Roma. Si trova al centro della piccola sala poligonale situata al primo piano di Palazzo Nuovo realizzata proprio nei primi decenni del XIX secolo.






Vi ringrazio.

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Massimo



ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...