giovedì 27 giugno 2019

ALEKSANDR MICHAJLOVIC RODCENKO E VARVARA FEDEROVNA STEPANOVA E L'AVANGUARDIA RUSSA

Aleksandr Michajlovič Rodčenko, Autoritratto (1920)

Voglio scrivere un post su una coppia di artisti russi attivi nei primi decenni del '900 dei quali ho avuto il piacere di vedere alcune loro opere all'interno di una mostra allestita qualche anno fa al MAN-Museo d'Arte Provincia di Nuoro. La mostra era dedicata alle coppie di artisti dell'avanguardia russa ed una di queste coppie era formata dal pittore, grafico e fotografo Aleksandr Michajlovič Rodčenko e la pittrice Varvara Federovna Stepanova. I due con la loro collaborazione, hanno contribuito alla costituzione del movimento costruttivista. In questo articolo ho inserito una selezione di cinque delle loro opere esposte in quell'occasione. Le prime tre sono di Rodčenko mentre le restanti due sono della moglie Stepanova

Aleksandr Michajlovič Rodčenko, Due figure n. 35 (1915)

Aleksandr Michajlovič Rodčenko, Disegno per un chiosco (1919)

Varvara Federovna Stepanova, Nello studio (1920)

Varvara Federovna Stepanova, Tre figure n. 28 (1920)

Manuela Moschin intervista il Critico d'Arte e Storico dell'Arte Prof. Gerardo Pecci

INTERVISTA DEDICATA AL CRITICO D'ARTE E STORICO DELL'ARTE PROF.GERARDO PECCI

Critico d’Arte e Storico dell’Arte Prof. Gerardo Pecci 

Intervista al Critico d’Arte e Storico dell’Arte Prof. Gerardo Pecci 

Carissimi oggi ho il piacere di ospitare nel Blog "Massimo Gaudio Art Blog"  il professor Gerardo Pecci, storico e critico d’arte che insegna storia dell’arte presso l’Istituto di Istruzione Superiore Statale “Perito- Levi” di Eboli, oltre a esercitare la professione di Giornalista pubblicista e di Ispettore Onorario del MiBAC per la Tutela e la Conservazione del Patrimonio Storico-Artistico della provincia di Salerno. 
Vi consiglio vivamente di leggere l'intervista poiché contiene meravigliosi spunti di riflessione e svariati consigli di letture e non solo... 
Per chi desiderasse segnarsi il titolo di qualche buon libro troverà interessanti suggerimenti.
Vi assicuro che rimarrete affascinati dalle parole del professore che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. E' una persona alquanto competente e splendida che, attraverso la sua grande passione per l'arte,  ha avuto la capacità di suscitare in me grandi emozioni. Pensate che ho visitato con lui le Gallerie dell'Accademia  e la Scuola Grande di San Rocco a Venezia. Vi posso dire che, da quel momento,  ogni volta che mi reco in quei splendidi luoghi ricordo la sua maestria nel descrivere e commentare i capolavori veneziani. Grazie Gerardo. 
Ora iniziamo l'intervista: 

Benvenuto Gerardo, sono lieta di poterti intervistare, ti ringrazio per aver accettato la mia richiesta, è davvero un piacere e un onore poter dialogare con te. Sei una persona dotata di una grande esperienza e passione nel campo storico/artistico, sono proprio curiosa di conoscerti più approfonditamente. 

- Come Storico dell’Arte e Critico d’Arte sei dotato di un significativo percorso professionale. Ci sono particolari eventi che hanno inciso nella tua carriera? 

Grazie per avermi offerto la possibilità di dialogare con te e con tutti coloro che avranno la pazienza di leggere quanto esporrò. Il mio percorso professionale viene da lontano, dal liceo artistico di Eboli, dove sono stato prima studente e ora docente. Sicuramente il punto di partenza della mia scelta professionale risale proprio alla mia esperienza di studente. Devo ringraziare il professore Giancarlo Canonico, mio professore liceale di storia dell’arte, se mi sono appassionato a questa splendida e importante disciplina e alla ricerca storico-artistica. Tanti anni fa… Ricordo l’emozione di studiare la storia dell’arte sul vecchio manuale, con la copertina verde, di Giulio Carlo Argan. Da allora la scintilla della storia dell’arte non mi ha mai lasciato e anche ora si accende come una fiaccola che illumina il mio cammino nelle stanze della storia, spesso intrufolandomi nella vita e negli affari degli artisti del passato. Sono “amici” che mi accompagnano quotidianamente, alla ricerca dei saperi, delle opere d’arte, del colore e delle forme. Sono vivide essenze dell’anima creatrice, si manifestano nella coscienza e mi emozionano. Poi l’incontro con l’Università e con docenti che mi hanno fatto appassionare allo studio di questa disciplina. Ricordo con piacere alcuni professori universitari come lo storico Romeo De Maio, gli storici dell’arte Luigi G. Kalby, Joselita Raspi Serra, Angelo Trimarco e, infine, Enrico Crispolti con cui mi sono laureato, con una tesi sulla fotografia sociale in Campania, quando la storia della fotografia ancora non era considerata materia accademica, di studio universitario, se non in qualche raro caso. Momenti straordinari e ricordi davvero indelebili. Altro momento bello, come esperienza umana e didattica, è stata la mia nomina a cultore di Storia dell’Arte Moderna nell’Università di Salerno, grazie al professore Adriano Caffaro, un’esperienza conclusasi troppo brevemente. Purtroppo per un solo anno accademico. Altro momento importante è stato, ed è, quello legato alla collaborazione alla vita sociale e di ricerca del Centro Studi sulla Civiltà Artistica dell’Italia Meridionale “Giovanni Previtali”, fondato e tuttora presieduto dal professore Francesco Abbate. Oggi ricopro il ruolo di responsabile dell’ufficio stampa del Centro Studi “Previtali”, insieme alla storica dell’arte Rosa Romano, e sono direttore responsabile della rivista di storia dell’arte “L’officina di Efesto”, che raccoglie annualmente saggi e contributi scientifici dei soci del centro studi predetto e anche di studiosi esterni. Ma soprattutto la mia gioia più grande è aver avuto la fortuna di insegnare storia dell’arte nei licei. Il contatto quotidiano con i giovani è entusiasmante. Sono il presente e rappresentano il nostro futuro e io li amo e amo insegnare. Con i miei quasi sessantuno anni, mi sento giovane quando quotidianamente vivo accanto a loro e insieme discutiamo di arte, di creatività, di cultura e dei valori del patrimonio culturale che abbiamo in Italia. Con la storia dell’arte ci si può anche “divertire”. Mi sento un privilegiato. Non lo nego. Lo sono. Esercito una professione che mi gratifica e mi entusiasma e questa è la più grande lezione che ho avuto dalla vita e anche la mia più grande gioia. Sono un inguaribile e appassionato amante della storia dell’arte! 

- Insegni Storia dell’Arte in un Liceo Artistico, ti chiedo quindi: verso quali periodi storico/artistici i tuoi allievi dimostrano maggiore interesse? Sono attratti dall’arte rinascimentale, piuttosto che, dall’arte contemporanea o altro? Ci racconti un po’ della tua esperienza di insegnante? 

I giovani, se ben guidati, se con l’impegno assiduo e puntuale, costante, imparano le basi dello studio storico-artistico in maniera corretta, amano tanto l’arte del Rinascimento quanto le avanguardie artistiche del Novecento, per esempio. Ciò vale sia per i miei allievi del liceo artistico quanto per quelli del liceo classico, visto che insegno in un istituto superiore che ha ben quattro licei: artistico, classico, classico europeo e musicale-coreutico. La risposta positiva degli studenti, quella che tutti i docenti si aspettano, dipende dal modo con il quale si insegna, dalla disponibilità di mezzi e di strumenti che possono essere validamente sfruttati nella metodologia dello studio della storia dell’arte. Dipende anche dalla predisposizione del docente, dalle sue doti umane e professionali, dal “carisma”, dai modi di porgere i contenuti e di saperli trasmettere. Un buon docente è un facilitatore di apprendimenti. Si possono trasmettere contenuti anche “difficili e complicati” in maniera accattivante, incuriosendo gli studenti, stimolando la loro voglia di apprendere, facendo capire che oltre il libro di testo, il manuale della disciplina, c’è la realtà, quella delle opere d’arte conservate nelle chiese, nei musei, nei palazzi e che il confronto diretto con l’arte è il modo migliore di imparare a comprenderla e a saperla difendere, tutelare, valorizzare. Gli studenti devono imparare a “saper vedere”. E io, come tanti altri colleghi, cerco di fare questo nel miglior modo possibile. Ma non tocca a me giudicare quello che faccio. Vale sempre e soltanto una “vecchia” regola: gli studenti sono sempre i miglior giudici dei propri professori. 

- L’Italia, sebbene possegga il maggior numero di siti UNESCO rispetto ad altri Paesi Europei, risulta essere il Paese che investe meno nei beni culturali. Qual è il tuo parere in merito? 

Non è soltanto il numero, la presenza e la consistenza di siti UNESCO a determinare in maniera meccanica il piano di investimenti e di spese per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali, che sono sempre patrimonio dell’Umanità, anche laddove non c’è il “certificato di garanzia” dell’UNESCO. L’Italia è stata sempre l’eterna malata in questo settore. Che è quello in cui generalmente si investe di meno perché, per dirla con un illustre ignorante politicante, «con la cultura non si mangia». È la mentalità dello scellerato scenario di povertà culturale che ha caratterizzato la volontà politica dell’Italia di ieri e, purtroppo, anche dell’Italia di oggi. Non era certamente questa la logica politica di Giovanni Spadolini quando si pervenne alla creazione del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, nel 1975, e non era certamente questa la visione della cultura quando vi fu la Commissione di indagine sullo stato del patrimonio culturale italiano, la famosa Commissione Franceschini (da non confondere con l’attuale ex ministro) per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio che tra il 1964 e il 1967 radiografò l’Italia della civiltà culturale, lanciando un allarme e pubblicando tre voluminosi tomi di un’opera dal titolo “Per la salvezza dei Beni Culturali in Italia”… Oggi il male più grande è quello della mercificazione dei beni culturali visti come “petrolio”, confondendo gli idrocarburi con i colori degli artisti, con i marmi delle sculture, con i fondi luminosi e dorati dei mosaici bizantini e delle opere pittoriche medievali o le altezze delle chiese gotiche o le statue di Michelangelo, Bernini o Canova… Si parlò, già nel 1986, di “giacimenti culturali” proprio come quelli petroliferi, grazie a un certo Gianni De Michelis. Eppure, parlando dell’Italia, nessuna Costituzione al mondo ha previsto la tutela, la valorizzazione, la conoscenza e l’importanza del valore del patrimonio culturale come abbiamo fatto noi italiani con l’Articolo 9. 
Ma nonostante ciò si è fatto poco e male, considerando la nostra identità civile e culturale come qualcosa di nebuloso e di aleatorio. Si fa un gran parlare di beni culturali e di arte, e di turismo, ma nei fatti la volontà politica è pari quasi a zero. E pensare che fin dal Rinascimento i papi avevano a cuore la salvaguardia del patrimonio artistico dell’Urbe e non è un caso se Raffaello Sanzio e Baldassarre Castiglione scrissero una famosa lettera a papa Leone X proprio per la salvezza dell’arte e se Canova protestò con Napoleone per aver trasferito opere d’arte importanti italiane al Louvre, poi in parte restituite. La vera ricetta per fare in modo di tutelare e di valorizzare il patrimonio culturale consiste nella cultura, nella conoscenza della storia dell’arte. Ancora una volta è il mondo della scuola il fulcro di tutto, per creare una base per una vera sensibilità e per la civiltà dei saperi e delle conoscenze che è fondamentale per la formazione della coscienza civile di cittadini rispettosi dell’arte e della storia. Ma nel momento in cui si massacra la storia dell’arte e il suo insegnamento, riducendo il numero delle scuole dove questa disciplina è impartita, e nel momento in cui si è abolito l’indirizzo in catalogazione dei beni culturali dai licei artistici si è dato un colpo fortissimo alla reale importanza dei beni culturali in Italia. Manca una vera coscienza politica verso una rinnovata ed efficace azione in favore del nostro patrimonio culturale: si fa solo un gran parlare, un vociare dove le parole diventano suoni disarticolati e distorti, una biblica torre di Babele dove tutti dicono di tutto, per celebrare il nulla e per fare il niente. Bisogna ridare dignità alla storia dell’arte, far capire che i beni culturali non sono importanti per il loro valore economico, ma perché sono portatori di valori spirituali e culturali di civiltà e vengono ben prima del suono delle monete tintinnanti nel buio dell’ignoranza. E mentre in Italia la storia dell’arte come disciplina di insegnamento è stata massacrata, i nostri cugini francesi l’hanno introdotta in tutte le scuole, affidando anche ad essa la trasmissione dei valori civili e culturali che fanno l’identità del cittadino europeo di oggi. Che dire di più? 

- Ho letto che sei anche un saggista e hai scritto articoli di Arte e Beni Culturali. Ci potresti indicare qualche tuo scritto? Ti è possibile lasciarci il link qui nell’intervista? 

La mia attività di docente procede di pari passo con la ricerca storico-artistica e con l’attività di divulgazione giornalistica. Sono convinto che bisogna andare in giro nel territorio e conoscere, e talvolta anche scoprire, opere d’arte che abbiamo davanti agli occhi e che non conosciamo. Il nostro patrimonio culturale spesso è fatto di opere che sono visibili e latenti allo stesso momento e “Visibile latente. Il patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro” è il titolo di una mostra che fu realizzata nel 2004 dal Centro Studi sulla Civiltà Artistica dell’Italia Meridionale “Giovanni Previtali”, a cura del professor Francesco Abbate. Voglio riportare integralmente un passo del professore Abbate, illuminante in questo senso, tratto dal catalogo della mostra che ho citato prima. Scrive Abbate che “Visibile Latente” è «la situazione di un patrimonio artistico che, pur stando sotto gli occhi di tutti, non è né conosciuto né forse riconosciuto come tale, né dal grosso pubblico né dagli stessi specialisti». Di conseguenza lo storico dell’arte deve andare a “caccia”, deve trasformarsi in un cacciatore e in un detective alla ricerca delle opere d’arte sparse nelle nostre italiche contrade, anche nelle piccole chiesette sparse per i borghi di cui è costellato il nostro territorio italiano. E anche io mi sono incamminato su questa stretta e a volte spinosa strada. Mi sono interessato, e m’interesso, di scultura in legno di età barocca e tardo barocca e in particolare di Giacomo Colombo (Este, 1663 – Napoli, 1731), un grandissimo scultore nativo di Este che giovanissimo, dal Veneto, si trasferì a Napoli, divenendo un punto fermo per la scultura religiosa in legno policromato a Napoli, nel Mezzogiorno d’Italia e in Spagna. Di Colombo ho rintracciato e pubblicato alcune sculture inedite, che oggi fanno parte del catalogo delle opere di questo artista: il “San Pietro in cattedra” nella chiesa di San Martino Vescovo a Serre (Salerno); il busto di “San Lupo vescovo”, conservato nella chiesa di San Giovanni Battista a San Lupo (Benevento); la “Madonna del Rosario” nella chiesa di San Giorgio a Postiglione (Salerno). I saggi sono stati pubblicati nella “Rassegna Storica Salernitana”, nella rivista di studi “Il Postiglione” e in altre pubblicazioni. Mi sono interessato poi allo studio di tabernacoli eucaristici rinascimentali, a parete, arredi liturgici per custodire le Sacre Specie, poi caduti in disuso con il Concilio di Trento e utilizzati come custodie per l’olio santo. Ne ho pubblicati alcuni davvero pregevoli, ma mai studiati, ma solo citati di passaggio, nel sud della Campania. E mi sono interessato, all’inizio della mia attività, anche di problematiche connesse alla salvaguardia dei centri storici, pubblicando uno studio sul concetto stesso di centro storico. Una sorta di ampia riflessione per poter pervenire a una possibile definizione. Accanto a questa attività di studio vi è quella di giornalista pubblicista, di recensore di libri d’arte di divulgatore e opinionista legato ai beni culturali e alle opere d’arte e di critico d’arte. Ho scritto davvero tanto che prima o poi dovrò riordinare il mio materiale, ma non so davvero da dove cominciare. Mi dispiace soltanto la ingloriosa fine del quotidiano “La Città”, di Salerno e provincia, chiuso da un momento all’altro con un colpo di mano da parte di un editore poco accorto, che ha licenziato in tronco una ventina di dipendenti, tra giornalisti professionisti e grafici, in un momento nel quale il giornale aveva comunque un buon riscontro sul territorio. Ho scritto settimanalmente su quella testata dal 2013 a qualche settimana fa. Avevo una rubrica settimanale dedicata a opere d’arte del territorio. Ma questa significativa esperienza è tragicamente finita, chiusa. E quando chiude una testata giornalistica è sempre un gran lutto per la cultura e per la diffusione delle notizie. Dal 1997-1998 scrivo sul mensile di cultura “Il Saggio”, dove ho una rubrica fissa che tratta di arte. Chi vuole saperne di più su di me dico soltanto che oltre ad essere su facebook ho un piccolo, e ignorato, blog personale di cui scrivo il link: https://gerardopecci.wordpress.com/

- Il Blog e il Gruppo “L’arte raccontata nei libri” è incentrato soprattutto sulla lettura di libri che “raccontano l’arte”. Ci puoi indicare qualche libro di storia dell’arte che ci tieni maggiormente? 

La storia dell’arte è sempre un racconto. Fin dalle radici del classicismo greco i grandi artisti sono stati celebrati da storiografi e scrittori dell’antichità. La difficoltà consiste nel tradurre il linguaggio visivo, la messa in codice visiva, con le parole, con il codice della scrittura e dell’oralità. Si tratta di linguaggi paralleli, non coincidenti, e non sempre la “microlingua” della storia e della critica d’arte, ossia ciò che noi chiamiamo con il nome di letteratura artistica, riesce a tradurre ciò che vediamo con gli occhi e tocchiamo con mano. Il linguaggio della critica d’arte è un linguaggio “speciale”, a volte sembra essere un linguaggio che usa un lessico per pochi privilegiati, per “iniziati”, per una ristretta cerchia di specialisti. E sui rapporti tra linguistica letteraria e quella storico-artistica si è spesso soffermata la mia attenzione. Da questo punto di vista fa bene la lettura delle “Vite” del Vasari o le “Vite” degli artisti di De Dominici o quelle del Bellori, ad esempio: sono un esercizio importante per capire il lessico e la semantica dei termini da loro stessi usati per descrivere opere e artisti e le loro peculiarità tecniche, in vista poi del “giudizio di valore” che determina la qualità artistica di opere d’arte. Ai nostri tempi un esempio di grande letteratura artistica, di grande e forbita eleganza lessicale e formale, è dato dalla lettura delle opere di Roberto Longhi, il grande profeta novecentesco della storia dell’arte. I libri “raccontano” le arti nella misura in cui chi scrive conosce le arti e le indaga con spirito critico. Ci sono testi e testi. Vanno distinti i saggi scientifici dal racconto di fantasia, ispirato a fatti, luoghi, personaggi e tempi del passato. Si tratta di una sorta di “messa in codice” linguistica dove si usano registri lessicali diversi. Una cosa è scrivere un romanzo, un racconto ispirato a un artista, dove si mescolano fantasie e realtà, anche improbabili e inventate, tipiche della creazione letteraria, ovviamente, altra cosa è scrivere un saggio di storia dell’arte con i crismi della ricerca storica e della più rigorosa filologia. Tuttavia, in entrambi i casi possiamo parlare di “letteratura artistica” in senso lato, ma dobbiamo distinguere la scrittura del saggio da quella del romanzo storico e di fantasia. Faccio un esempio, ma potrei farne tanti. Un testo, ma è solo una mia citazione a caso, che è abbastanza aderente alla visione storica dei fatti, pur essendo sostanzialmente un racconto romanzato, è la biografia di Artemisia Gentileschi scritta da Alexandra Lapierre, pubblicata nella collana di una grande casa editrice. Nel libro l’autrice, con grande garbo e fine sensibilità femminile, riesce a donarci un ritratto molto crudo, vero, della bella artista del Seicento, mettendone in risalto la personalità in rapporto al tempo in cui visse e alle persone con le quali venne a contatto. Ma è un caso raro di incontro tra romanzo e storia. Non altrettanto posso dire, ad esempio, del romanzo di Alex Connor dal titolo “Maledizione Caravaggio. Un grande thriller” che per me è stato un testo deludente, con troppi caratteri legati al mondo odierno e non sempre rispettoso della storia, con la presenza fastidiosa di improbabili giudizi e battute che appartengono alla nostra sensibilità moderna, impossibili per l’epoca di Caravaggio. A questo punto, vista la mia personale delusione verso questo tipo di letteratura di pura fantasia, e troppo spesso di poca o scarsa aderenza alla realtà dell’epoca, preferisco studiare su testi e saggi scientifici che mi danno molta più emozione. I romanzi li lascio alla fantasia e allo svago, che pure sono necessari e indispensabili, ma il racconto della storia dell’arte è altra cosa. Sono tanti i libri di storia dell’arte, la saggistica intendo, che ho amato e che amo, da quelli “storici” di Gombrich, di Berenson, di Venturi, di Crispolti per l’arte contemporanea, di Toesca per il medioevo, di Zeri, di Wittkower, di Hauser, di Longhi, di Previtali, gli studi di iconologia di Panofsky, quello sociologico di Antal sull’arte fiorentina tra Trecento e primo Quattrocento e diversi altri. Di ogni autore posseggo qualche volume. Sono fortunato anche in questo. Qui vorrei proporre la lettura di due saggi che a mio avviso reputo molto stimolanti. Il primo, scritto da James Elkins si intitola “Dipinti e lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro”, pubblicato da Bruno Mondadori. Il secondo, scritto da Maria Mignini, dal titolo “Diventare storiche dell’arte. Una storia di formazione e professionalizzazione in Italia e in Francia (1900-40), Carocci Editore. Si tratta di libri che vogliono indagare due aspetti importanti che spingono ad amare l’arte. Il primo pone l’accento sull’emozionalità e l’arte. Il secondo sui perché e sul percorso femminile alla formazione della professione di storiche dell’arte nella prima metà del Novecento. 

- In che modo l'arte ha inciso nella tua vita? Quali ripercussioni ha avuto nella tua crescita personale? 

L’arte, dopo l’amore per mia moglie Teresa e i miei figli, è il più grande amore della mia vita. Mi accompagna ogni secondo della mia esistenza, è dentro di me. Ma mi ha reso anche molto più “polemico” e “cattivo” che mai perché se penso all’indifferenza alla cultura e all’inciviltà dei politicanti italiani, e purtroppo anche di certe frange della “cultura” che snobbano le opere d’arte, i beni culturali, il nostro patrimonio di arte e di storia, io non transigo e divento ferocemente polemico. Chi mi conosce sa che non ho peli sulla lingua e che se devo denunciare qualcuno per abusi nei confronti delle opere d’arte non mi arrendo e vado avanti. Vorrei, però, che gli storici dell’arte fossero meno legati al culto di sé e collaborassero di più, senza pensare al proprio orticello, a volte non sempre ben coltivato. Gli sgambetti sottobanco, le citazioni mancate, le false collaborazioni, le notizie carpite di nascosto purtroppo fanno male alla ricerca storico-artistica. C’è bisogno di meno egocentrismo e culto della propria personalità e di praticare un po’ di più il senso della collaborazione, della tolleranza, della solidarietà e della condivisione di intenti e di traguardi da raggiungere. Ci sono troppi galli gracchianti in giro. E poi ci sono le rivalità, a partire da quelle storiche. Penso, per esempio, alle antipatie tra Longhi e Venturi, tra Longhi e Zeri. Grandi storici dell’arte, per carità. Monumenti eccelsi del sapere storico-artistico, padri sacrissimi della nostra disciplina, ma la volontà di essere primi attori non sempre li ha ripagati sul piano umano. E per giunta non manca in Italia anche qualche showman da strapazzo… qualche pagliaccio che crede di essere diventato un mito, forse più di Ulisse: che pena! Ma la storia dell’arte fortunatamente sa resistere anche a queste tempeste, alle invidie e alle miserabili bassezze umane. C’è un testo che consiglierei a tutti di acquistare e di leggere con grande attenzione e che ben mette in evidenza lo status professionale, e anche sociale, di chi fa storia dell’arte professionalmente: “Gli storici dell’arte e la peste”, a cura di Sandra Pinto e Matteo Lafranconi, pubblicato nel 2006 da Electa. Si tratta di un libro che “mette a nudo” proprio tale professione. Quanto a me devo dire che la storia dell’arte e le arti in generale, e anche la conoscenza e la pratica diretta del fare arte (una volta dipingevo…) hanno affinato il mio modo di vedere il mondo e di concepire la vita come una continua conquista di me stesso, anche con grande e spietata autoanalisi. Il primo critico di me stesso sono io. E non sono affatto tenero. 

- Cos’è per te l’arte? 

Semplicemente è vita, capacità di capire il mondo e la realtà attraverso l’imperativo di Marangoni ossia la volontà e la capacità di “saper vedere” oltre lo sguardo leggero, oltre la superficialità, per trovare nelle opere d’arte l’essenza della vita umana e i suoi valori inalienabili. 

- Per chi volesse intraprendere la carriera di Critico d’Arte cosa consigli? 

Bisogna sviluppare la capacità di imparare ad apprezzare quello che il passato ci ha lasciato, girare per chiese e musei, cercare di vedere oltre lo sguardo, andare alla ricerca dell’uomo, fin nei meandri del tempo più lontano. È indispensabile studiare con interesse e sacrificio. Studiare e ancora studiare. Sempre, il più possibile. Poi bisogna confrontarsi con gli storici dell’arte del passato e del presente, leggere i cataloghi delle mostre, frequentare le gallerie d’arte e visitare le mostre e i musei. Bisogna imparare a memorizzare le immagini e a immagazzinarle nella propria memoria e saperle usare all’occorrenza, confrontandole. E poi scrivere, tanto, tantissimo, fino allo sfinimento della mano, e cercare di essere chiari e comprensibili quando si scrive di opere e di artisti, di storia e di storia dell’arte. L’arte è vita e quindi anche la scrittura d’arte deve essere viva e stimolante. Non ci si può improvvisare storici e critici d’arte senza aver fatto un percorso di base, liceale, rigoroso e chiaro e senza aver poi frequentato corsi universitari nel campo dei beni culturali e della storia dell’arte presso le facoltà umanistiche. Un augurio a tutti coloro che sono storici dell’arte o che studiano questa disciplina e i beni culturali. Ma soprattutto sappiate che la sapienza è umile e l’umiltà è sapiente. Non dimenticatelo mai. Non abbiamo bisogno di padreterni, ma di uomini e donne che sanno fare il proprio dovere ed esercitano con competenza e onestà la propria professionalità e non esitano a chiedere aiuto e a confrontarsi con gli altri, dialogando sempre, con la consapevolezza che errare è umano, e che bisogna anche saper chiedere scusa e rimediare agli errori commessi. 

- Quali sono i tuoi progetti futuri? 

Cercare di fare sempre meglio ciò che amo e che è la ragione stessa della mia vita. Il futuro è nelle mani di Dio, mi rimetto a lui. Io, intanto, cerco sempre di essere al servizio della cultura e di essere sempre disponibile al dialogo con tutti. 

- C’è qualcosa che non ti ho chiesto ma che ci tieni a dire? 

Non mi resta che ringraziare con tutto il cuore Manuela per aver pensato a me per questa intervista e aver ospitato qualche mio commento sui suoi social networks.

Grazie ancora Gerardo e complimenti per le tue esaustive risposte. 
Arrivederci in arte
Manuela 

Leonardo da Vinci e la Magnificenza del Disegno

Uno Sguardo ai Disegni di Leonardo da Vinci citati nel Romanzo "Clone" di Paolo Negro.

A cura di Manuela Moschin
Leonardo da Vinci "Autoritratto" Biblioteca Reale di Torino - Sanguigna su carta cm. 33,5x21,6 (Fig.1-12)

Per "L'arte raccontata nei libri" ho scelto di trattare il meraviglioso romanzo 
"Clone" di Paolo Negro, in quanto egli tramite un intreccio di eventi travolgenti cita due capolavori di Leonardo da Vinci: il suo Autoritratto e la Battaglia di Anghiari.

Racconta l’autore Paolo Negro:

"Monsignore, non volevo certo svilire l'importanza della Sindone! Comprenda per favore...Non sono propriamente in forma, abbia un minimo di pietas..."

e ancora: 

La Sindone è una delle più importanti - e controverse - reliquie della cristianità. 
L'autore ha dedicato il romanzo ai misteri intrinseci della Sacra Sindone, una reliquia enigmatica ancora oggi oggetto di studio e di discussione (sono proprio di questi giorni nuovi e contestati contributi legati all'analisi delle macchie di sangue) che ha da sempre incuriosito credenti e non.
Paolo Negro ha mostrato grande maestria nel trattare l'argomento, entrando in punta dei piedi, con molta discrezione e sottigliezza teologica e facendo meditare il lettore sui segreti e sugli aspetti controversi dibattuti da secoli.
Il libro lascia con il fiato sospeso sin dall'inizio, ricco di colpi di scena offre un finale imprevedibile e molto commovente. Vi consiglio di leggerlo lasciandovi trasportare dal suo meraviglioso stile narrativo scorrevole e piacevole, che cattura e coinvolge.
Abbandonatevi alla vostra fantasia, entrando in sintonia con i personaggi, dipinti dall'autore in modo alquanto realistico e immedesimatevi empaticamente nei dialoghi dei protagonisti che lasciano validi spunti di riflessione e suscitano una crescita interiore, perché il romanzo di Paolo è un inno alla vita che tocca le corde dell'anima, una storia sorprendentemente originale dove nulla è scontato, un mistero da risolvere con uno scenario da brivido. Egli non ha raccontato solamente una storia ma ha trasmesso un messaggio occulto per ognuno di noi: potrei dire addirittura che il finale è personalizzato in quanto interpretabile in modo diverso a seconda del proprio credo, che in ultima analisi rappresenta il nocciolo della questione.
Un particolare apprezzamento a Daniela Piazza, una scrittrice grandemente stimata e rinomata che, nella sua interessante prefazione, guidata dalla sua professionalità e sensibilità ha splendidamente interpretato e descritto  il nucleo del romanzo coinvolgendo e  infondendo curiosità nel lettore che si accinge ad avventurarsi ed esplorare questa eccellente opera. Scrive Daniela Piazza:"Negro si muove con la massima attenzione e delicatezza su un terreno sensibile e complesso come è quello della Fede, a livello confessionale e a livello personale".
Grazie Paolo hai creato un capolavoro che lascia un segno emotivamente indelebile.

Di seguito una citazione dell'autore che mi ha colpita:

...Talvolta la vita stessa è una messa. La più importante di tutte...E il mondo può essere la chiesa più bella di tutte e la sacrestia qualunque luogo. Così come, invece, qualunque luogo può trasformarsi nella strada che conduce al Calvario.
Inoltre, sono lieta di annunciare che l'autore si è reso disponibile per un'intervista. E' una grande opportunità, oltre ad essere un privilegio, poter conoscere alcune curiosità, aneddoti, segreti e quant'altro relativi al suo romanzo. Potrete inserire le vostre domande alla fine dell'articolo cliccando "Inserisci il tuo commento", l'autore vi risponderà direttamente. 
Ringrazio di cuore Paolo per la sua gentilezza. 
Biblioteca Reale di Torino (Fig.2)Il romanzo inizia con la violazione di due oggetti importantissimi, custoditi a Torino, a poche decine di metri uno dall'altro: la Sacra Sindone e l'Autoritratto di Leonardo da Vinci. 

Racconta l’autore Paolo Negro: 

"Perché appena ho sentito ciò che era accaduto alla Biblioteca Reale "rispose con uno scatto il monsignore, "mi sono agitato e sono venuto a controllare se, in qualche modo, i due fatti potessero, o dovessero, essere in qualche modo collegati!".

La Biblioteca Reale di Torino e la preziosa raccolta di Opere d'Arte

Nel Palazzo Reale di Torino, che dal 1997 fa parte del Patrimonio dell'Umanità UNESCO, è ubicata  la Biblioteca Reale (Fig.2). Nel 1831, Carlo Alberto di Savoia-Carignano amante della cultura desiderò attuare un rinnovamento architettonico e artistico della struttura. Tra le sue innovazioni, nel 1839 istituì la Biblioteca Reale incaricando il Conte Michele Saverio Provana del Sabbione di raccogliere il patrimonio librario, disperso in seguito a una grande perdita dovuta alle spoliazioni napoleoniche e alla donazione elargita all'Università di Torino da parte di  Vittorio Amedeo.
Carlo Alberto nominò bibliotecario di corte Domenico Promis che si impegnò a incrementare la raccolta tramite acquisizioni di fondamentale importanza. Oltre a ciò venne progettata una nuova Biblioteca sotto la galleria Beaumont da parte dell'architetto di Corte Pelagio Palagi. Nel 1840 essa si impreziosì ulteriormente arricchendosi di trentamila volumi e una pregiata collezione di disegni, incisioni, manoscritti, carte nautiche e cinquecentine. Giovanni Volpato, Ispettore della Reale Galleria dei quadri e Sotto Segretario della Reale Accademia Albertina di Belle Arti ebbe un ruolo basilare in quanto tra il 1839 e il 1840 vendette per 50.000 lire piemontesi la sua preziosa collezione di disegni che comprendeva oltre ai capolavori di Leonardo da Vinci, opere di artisti come Raffaello, Michelangelo, Carracci, Tintoretto, Perugino, Guercino, Canova, Tiepolo, Veronese e Vasari.

Leonardo da Vinci e la Magnificenza del Disegno

Leonardo da Vinci (Anchiano 1452 - Amboise 1519) pittore, ingegnere e scienziato, è conosciuto anche come un abile disegnatore. Si può notare che in tutti i suoi dipinti ha applicato uno studio accurato tramite l'impostazione del disegno.
Giorgio Vasari (1511-1574) pittore, architetto e storico dell'arte, grande sostenitore di questa tecnica nelle "Vite" pose attenzione alla maestria di Leonardo nel creare un "Disegno  Perfetto":
"Leonardo da Vinci, il quale dando principio a quella terza maniera che noi vogliamo chiamare moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, ed oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura, così a punto come elle sono, con buona regola, miglior ordine, retta misura, disegno perfetto, e grazia divina, abbondantissimo di copie, e profondissimo di arte, dette veramente alle sue figure il moto e il fiato".
E' risaputo che Leonardo scriveva al contrario cioè da destra a sinistra, questa sua caratteristica è stata per secoli ritenuta avvolta di mistero in quanto influì molto sulla produzione delle sue opere. Rispetto ad altri artisti come Botticelli o il Ghirlandaio, dei quali possediamo pochissimi disegni, di Leonardo ne abbiamo una grandissima quantità. Tra le migliaia di schizzi e disegni solo una parte fu destinata a un progetto pittorico o scultoreo: questo è dovuto al fatto che le sue opere grafiche fungevano da studio allo scopo di ottenere soluzioni formali, non necessariamente da applicare in una utilizzazione pratica.
Leonardo aveva un grande interesse per i cavalli dei quali produsse un'enorme quantità di schizzi. Le scene di guerra che rappresentò nella "Battaglia di Anghiari" (dalla Fig.16 alla Fig.23) sono frutto di un accurato studio dal vero come è testimoniato dagli studi di animali. Sono inoltre numerosi i disegni raffiguranti dei volti di profilo, un soggetto più volte rappresentato nelle botteghe fiorentine del Rinascimento soprattutto in quella di Andrea del Verrocchio. I suoi apprendisti utilizzavano come principio base l'esercizio del copiare: probabilmente gli artisti dell'epoca si rifacevano ai metodi consigliati  da Cennino Cennini, il quale nei suoi scritti suggeriva di copiare le opere eseguite dai grandi maestri.
Diverso è il procedimento utilizzato da Leonardo per gli studi sul panneggio, egli infatti usava applicare la stessa tecnica della pittura dove le vesti venivano create con una tonalità più scura. Nell'opera incompiuta "L'Adorazione dei Magi" (Fig.9) si può notare, infatti, che in alcuni punti lo strato di colore è molto denso e scuro.
Un'altra tipologia di disegno al quale l'artista ha dedicato numerosi studi  è relativa alla fisiognomica umana, campo in cui egli ha dimostrato di avere una perfetta padronanza. Egli consigliava di combinare i dettagli migliori dei vari volti. Nei disegni grotteschi (Fig.11) si può osservare come venne applicata tale metodologia: egli accostava una fronte piatta con una incurvata, un naso schiacciato e uno aquilino. 
C'è un disegno molto interessante conservato agli Uffizi che dimostra come Leonardo utilizzasse questo principio della contrapposizione: nella figura n. 10 si può notare un vecchio con il naso ricurvo che sta osservando un giovane riccioluto dai tratti dolci e proporzionati. Leonardo consigliava di abbinare volti brutti e vecchi con giovani e affascinanti:
"Dico anco che nelle istorie si debbe mischiare insieme vicinamente i retti contrari, perchè danno gran parangone l'uno a l'altro; e tanto più quanto saranno più propinqui, cioè il brutto vicino al bello, e 'l grande al piccolo e 'l vecchio al giovane, il forte al debole; e così si varia quanto si pò e più vicino".
E' noto che Leonardo uomo poliedrico dalle mille risorse,  per i suoi studi anatomici usava sezionare i cadaveri, secondo alcune fonti pare che ne abbia esaminati una ventina. 
A tal proposito affermò:
"E se tu avrai l'amore a tal cose, tu sarai forse impedito dallo stomaco; e se questo non t'impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il qual s'appartiene a tal figurazione".
Nelle immagini che seguono si possono ammirare i disegni molto dettagliati realizzati in seguito agli studi effettuati sulle salme.
Leonardo da Vinci "Analisi della meccanica muscolare degli orifizi del corpo umano come la vulva, studio dell'ano e del pene, ca 1508/09- Matita nera ripassata a penna e due tonalità di china seppia, mm 191x138 Castello di Windsor, Royal Library (RL 19095r) (Fig.3)

Leonardo da Vinci "Raffigurazione del feto nell'utero", ca. 1510 - penna e china seppia (due tonalità), acquerellata con matita rossa, mm 304x220 Castello di Windsor, Royal Library (R.L. 19102r) (Fig.4)

Leonardo da Vinci "Veduta degli organi del torace e dell'addome femminile; sistema vascolare", ca 1508 - penna, china seppia; acquerello giallo e tracce di matita nera e rossa su carta acquerellata ocra; perforato per trasposizione, mm 476x332 - Castello di Windsor, Royal Library (RL12281r) (Fig.5)
Leonardo da Vinci "Disegni anatomici del cuore e dei vasi", ca. 1513 - penna e china seppia, Castello di Windsor, Royal Library (RL 190073r-19074v) (Fig.6)
Leonardo da Vinci "Studi anatomici sullo scheletro umano", ca. 1509/10 Penna e china seppia (tre tonalità) acquerellata sopra tracce di matita nera, mm288x200 Castello di Windsor, Royal Library (RL 19012r) (Fig.7)
Leonardo da Vinci "Studi sugli organi dell'addome e del torace", ca. 1508/09 penna, china seppia (due tonalità) e matita nera, mm283x219 Castello di Windsor, Royal Library (RL 19104v) (Fig.8)

Leonardo da Vinci "Adorazione dei Magi" Firenze Galleria degli Uffizi 1481-1482 Olio su Tavola - cm. 246x243 (Fig.9)
Leonardo da Vinci "Studio di Ritratto grottesco di uomo", ca. 1500-1505 (Fig.11)
Leonardo da Vinci "Studio di Vecchio e di Giovane (Salaì?) di profilo, affrontati", ca. 1500-1505 Sanguigna mm. 210x150 Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe (Fig.10)

Leonardo da Vinci "Ritratto di fanciulla, presunto studio per il volto dell'angelo della Vergine delle Rocce" Biblioteca Reale di Torino  1483-1485 - punta metallica e biacca collocazione Dis. It. /I.19 (Fig.13)


"Autoritratto" di Leonardo da Vinci 1515-1516 ca Biblioteca Reale di Torino. Sanguigna su carta bianca ingiallita con minuscole ossidazioni, mm 333x213.

Leonardo da Vinci "Autoritratto" Biblioteca Reale di Torino - Sanguigna su carta cm. 33,5x21,6 (Fig.12)

Racconta ancora l’autore: 

Nonostante avessero scoperto che la teca dell'Autoritratto era stata aperta e i sensori per il controllo dell'atmosfera fossero andati in tilt segnalando l'anomalia, l'opera era rimasta comunque al suo posto. La sanguigna, come l'aveva chiamata vedendola la sovrintendente con quel tono così dolcemente preoccupato che avrebbe tranquillamente lasciato presagire stesse parlando di suo figlio, era ancora al suo posto.
"Leonardus Vincius Ritratto di se stesso assai vechio" (Il Ritratto di lui stesso assai vecchio) è la scritta che emerge sul margine inferiore dell'Autoritratto di Leonardo (Fig.1-12) nel quale si osserva l'immagine di un uomo vecchio e saggio dallo sguardo corrucciato,  con i capelli lunghi e una folta barba disegnata con grande precisione. Sul volto compaiono delle rughe profonde e sul cranio l'artista ha creato un effetto calvo tracciando solamente poche linee. 
L'Autoritratto di Leonardo è considerato un prezioso cimelio che assieme ad altri dodici suoi disegni è conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Faceva parte della collezione di Giovanni Volpato che oltre all'autoritratto comprende anche altre opere di grande pregio come il "Ritratto di fanciulla, presunto studio per il volto dell'angelo della Vergine delle Rocce" (Fig.13) (considerato dallo storico dell'arte Bernard Berenson "Il disegno più bello del mondo"), "Ercole e il leone nemeo" "Nudi per la battaglia di Anghiari", "Testa virile di profilo incoronata d'alloro".
Alla morte di Leonardo nel 1519 i suoi manoscritti e i disegni furono ereditati dal collaboratore Francesco Melzi. Dopo il suo decesso tutta la collezione, compreso l'autoritratto, venne dispersa dai suoi figli. Come suddetto l'opera venne recuperata grazie al collezionista Giovanni Volpato che l'acquistò probabilmente in Inghilterra o in Francia vendendola  successivamente a Carlo Alberto di Savoia. 
Nel tempo l'Autoritratto ha suscitato grande interesse e fascino a partire dalla sua effettiva identità, dalla sua provenienza e il suo autore. Sono sorte numerose perplessità rispetto alla scritta apposta a sinistra del recto del foglio, non è nota infatti la sua datazione ma soprattutto l'artefice che la redasse. Esiste anche una ricca bibliografia che riconosce nel ritratto la fisionomia di filosofi come Pitagora o Demostene oppure il volto del padre di Leonardo ovverosia Piero da Vinci. 
I disegni di Leonardo rappresentano una preziosa testimonianza delle sue ricerche che, come tutti sappiamo, non si riferivano soltanto alla produzione artistica. Essi furono uno strumento utilizzato per sue le indagini scientifiche rivolte a numerosi campi del sapere. Inoltre, essi sebbene siano stati  realizzati molto spesso con strumenti monocromatici come l'inchiostro e la sanguigna, dimostrano l'abilità di Leonardo nel creare un senso di profondità e un realismo straordinario. Le sue figure compaiono sulla carta con una leggerezza e raffinatezza magnifica, sembrano tutte volteggiare nello spazio attraverso i delicati trapassi tra l'ombra e la luce.
Giorgio Vasari scrisse che "Leonardo non lasciò mai di disegnare", sono infatti moltissimi i disegni dell'artista conservati nelle maggiori biblioteche e raccolte nel mondo. 
Lo storico dell'arte Carlo Pedretti (1928-2018) esperto della vita e delle opere di Leonardo da Vinci scrisse: "Chi osserva il disegno di Torino anche solo in riproduzione, non può fare a meno di riflettere sulla straordinaria potenza espressiva alla quale contribuisce lo stesso formato della carta, che è infatti maggiore di quello di qualsiasi altro ritratto disegnato da Leonardo". 

Racconta Paolo Negro: 

E faccio notare che la Battaglia di Anghiari non è mai stata ritrovata.

La Battaglia di Anghiari 

Nel 1494 dopo la cacciata dei Medici da Firenze, il nuovo governo repubblicano e precisamente il gonfaloniere Pier Soderini  commissionò a Leonardo da Vinci e a Michelangelo Buonarroti l'esecuzione di due opere da realizzare nel Palazzo Vecchio per celebrare le vittorie sui nemici milanesi e pisani. Vasari a tal proposito scrisse "ne fu preso parere con Lionardo da Vinci, Michelagnolo Buonarroti, ancorachè giovanetto...".
A Michelangelo fu chiesto di illustrare la Battaglia di Cascina contro i Pisani del 1364 mentre Leonardo fu incaricato di dipingere un affresco dedicato alla Battaglia di Anghiari (dalla Fig.16 alla Fig.23) nel 1440 vinta dai fiorentini sulle milizie milanesi di Filippo Maria Visconti. L'opera purtroppo risulta perduta ne è rimasta una traccia tangibile derivante dai disegni preparatori e dalle numerose copie. Pare che i primi studi di Leonardo per il cartone della "Battaglia di Anghiari" risalgano alla fine del 1503, ne è testimonianza una deliberazione della Signoria del 4 maggio 1504 dove si dichiara l'affidamento dell'esecuzione dell'opera a Leonardo specificando che "cominciata tal pictura in sur un cartone", egli aveva ricevuto un compenso di 25 fiorini.
Durante la sua esecuzione Leonardo rinunciò alla realizzazione dell'opera a seguito di problemi tecnici che causarono alcuni danni alla pittura murale. Il colore infatti tendeva a colare a causa dell'utilizzo di un'antica tecnica pittorica a encausto da essiccare a caldo, che richiede una fonte di calore molto forte. Pare che Leonardo non avesse applicato correttamente il metodo di Plinio, a tal proposito l'Anonimo Magliabechiano nel 1540 scrisse "di Plinio cavò quello stucco con il quale coloriva, ma non l'intese bene".

Secondo le fonti, sebbene l'opera non fosse stata completata, rimase esposta nel Palazzo Vecchio a Firenze per diversi anni. 
Lo storico dell'arte Pedretti identificò la fonte letteraria a cui si ispirò Leonardo per realizzare la Battaglia di Anghiari, ovverosia un passo scritto dall'umanista e vescovo Leonardo Dati (1408-1472) nel poema Tropheum Anglaricum sull'atrocità della Battaglia di Anghiari "Grande strage di huomini". Leonardo eseguì soltanto la parte centrale del dipinto raffigurante la lotta per la conquista del vessillo. Esistono diverse copie riproducenti la Battaglia di Anghiari tra queste c'è la famosa "Tavola Doria" (Fig.14) non finita e realizzata da un anonimo forse nel 1503-1505. Nell'inventario del 1621 della collezione Doria viene citata come "Una battaglia di soldati a cavallo di Leonardo da Vinci". Della Tavola non si ebbero più notizie fino al 1939, quando la famiglia Doria la vendette ad un'asta; pare che rimase a Napoli fino al 1940 dopodiché non se ne ebbero più notizie. Nel 1995 fu riscoperta in Giappone e nel 2012 rientrò in Italia tramite un accordo pattuito tra i due Paesi nel quale fu prevista la condivisione dell'opera per 26 anni al termine dei quali apparterrà definitivamente all'Italia (Fig.14). Un'altra riproduzione elaborata da Rubens è determinante per conoscere la pittura perduta di Leonardo (Fig.15).
L'artista, con i suoi studi preparatori, ci ha lasciato una testimonianza della grandiosità dell'opera, come si evince dai disegni che raffigurano i combattenti a cavallo che andremo a osservare  nelle varie immagini che seguono. 
"Tavola Doria" Autore Sconosciuto  (1503-1505 ca.) (Fig.14)

Peter Paul Rubens Copia della parte centrale del dipinto (1603) (Fig.15)
Leonardo da Vinci "Studio di guerriero" (Fig.16)
Leonardo da Vinci "Lotta per lo stendardo presso il ponte e due fanti - Venezia Gallerie dell'Accademia, Gabinetto dei disegni e stampe (Fig.17)
Nella "Lotta per lo stendardo presso il ponte  e due fanti" è interessante osservare lo schizzo di un ponte,  identificato in quello della Giustizia attraversato dalle truppe milanesi sconfitte. Il cavallo di sinistra è stato rappresentato mentre si sta impennando, Leonardo ha illustrato la scena con grande dinamismo. (Fig.17)
Leonardo da Vinci "Due mischie tra cavalieri e pedoni" Venezia Gallerie dell'Accademia - Gabinetto dei Disegni e Stampe (Fig.18)

Leonardo da Vinci "Testa virile di profilo a destra" Venezia Gallerie dell'Accademia - Gabinetto dei Disegni e Stampe (Fig.19)

Leonardo da Vinci "Busto d'uomo di profilo con schema di proporzione, studio di cavallo e cavalieri" Venezia Gallerie dell'Accademia - Gabinetto dei Disegni e Stampe (Fig.20)

Leonardo da Vinci "Cavalcata" Castello di Windsor (Fig.21)

Leonardo da Vinci "Studi di cavalieri al galoppo e altre figure" Castello di Windsor (Fig.22)

Leonardo da Vinci "Studio per due uomini in lotta" Venezia Gallerie dell'Accademia Gabinetto dei Disegni e Stampe (Fig.23)
Desidero condividere con voi il mio disegno preferito "Studio della testa di Leda", mi affascina la fisionomia dolce del volto e l'acconciatura dei capelli che incornicia soavemente l'espressione angelica della figura. (Fig.24)
Leonardo da Vinci "Testa di Leda" ca. 1505-1510 Matita nera ripassata a penna e china su carta preparata bruna, 177x147 mm Castello di Windsor, Royal Library (RL 12518r) (Fig.24)
Termino l'articolo con un pensiero di Leonardo:
"Si come il ferro s'assuginisce sanza esercizio e l'acqua si putrefà o nel freddo s'addiaccia così lo 'ngegno sanza esercizio si guasta".
Leonardo da Vinci dal Codice Atlantico 1478-1518 - Biblioteca Ambrosiana Milano

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Grazie e arrivederci in arte
Manuela

ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...