venerdì 21 giugno 2019

"Misteri ed Enigmi - Nell'archeologia e nell'arte" di Claudio Saporetti - Edito da La Lepre Edizioni





Un'opera d'arte può essere più misteriosa di un thriller? "Misteri ed Enigmi - Nell'archeologia e nell'arte" di Claudio Saporetti - Edito da La Lepre Edizioni. 

A cura di Manuela Moschin

Sulla quarta di copertina del saggio di Claudio Saporetti si trova un quesito piuttosto accattivante: "Un'opera d'arte può essere più misteriosa di un thriller?".  Vediamo perché:

E' uscito da poco un saggio che racchiude in un unico volume l'analisi di una serie di opere d'arte trattate dall'assirologo, archeologo e storico dell'arte Claudio Saporetti, oltre che direttore della nota rivista Geo-Archeologia. Il volume rappresenta uno straordinario viaggio all'interno delle opere, dove l'autore si concentra esaminando alcuni misteri appartenenti sia all'ambito archeologico e sia a quello artistico.
La particolarità di questo libro è che l'autore non si sofferma ad analizzare i capolavori soltanto da un unico punto di vista ma ne coglie le svariate sfaccettature. La partecipazione attiva da parte del lettore e la condivisione di ipotesi, pensieri, riflessioni e analisi proposte dallo scrittore sono il fiore all'occhiello di quest'opera.
E' estremamente utile perché stimola a interrogarsi sulla natura delle opere, immergendo il lettore all'interno di un museo virtuale.

Paul Gauguin ""Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?" 1897 olio su tela cm.139x374.5 Museum of Fine Arts, Boston 


Paul Gauguin "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?" 1897 olio su tela cm.139x374.5 Museum of Fine Arts, Boston 

Ma che cos'è un'opera d'arte? L'artista cosa desiderò simboleggiare? Osservando ad esempio, il celebre dipinto di Paul Gauguin intitolato "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?", ci chiediamo a cosa stava pensando l'artista quando lo dipinse, oppure cosa ha voluto simboleggiare? Perché ha dipinto un bambino sdraiato sulla schiena? Qual è il significato di quella signora anziana accovacciata? A cosa allude il titolo del dipinto? Questi e molti altri enigmi vengono analizzati dall'autore, entrando in punta dei piedi, perché la sua è una ricerca meditata che considera anche le tesi dei grandi studiosi del passato. 
Scrive l'autore Claudio Saporetti:"Per capire un quadro bisogna comprendere soprattutto quello che l'Autore voleva dire, cosa sentiva (lui, non noi) tanto profondamente da potercelo comunicare, sia pure imperfettamente." e ancora:"...troppi sono quelli che interpretano un quadro guardando solo sé stessi" 
La spiritualità di Gauguin appare in tutte le sue opere. Una pittura pensata e sentita. "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo" è un dipinto che fu realizzato in un periodo buio della vita dell'artista. Si tratta di una specie di testamento spirituale, in quanto egli lo eseguì poco prima di un tentativo  di suicidio. Alcuni significati appaiono palesi, come ad esempio la nascita, la vita e la morte, altri invece,  sono stati svelati in una lettera che Gauguin scrisse a un amico.
Saporetti sottolinea che "il caso Gauguin" è di una più semplice interpretazione poiché:"Gauguin ne ha scritto lui stesso, anche se certo non in modo esauriente ed esaustivo". 
L'autore nei confronti di quest'opera conclude dicendo:"Il quadro sembra allora rispondere così al titolo che si è imposto: queste tre domande non sono che parole vane. In fondo veniamo dalla nascita, andiamo verso la morte, viviamo nel contrasto perenne che c'è tra il desiderio di vivere puri e incontaminati, liberi e nudi, e l'essere invece costretti a parlare, pensare, porsi problemi che guastano la vita, a preoccuparsi insomma del proprio destino, vivendo in una società di convenienza dove bisogna affrontare, vestiti, il tran tran della vita." 

Tiziano Vecellio "Amor Sacro e Amor Profano" 1515 ca. olio su tela, cm. 118x278 Galleria Borghese, Roma 

Photo by Massimo Gaudio Massimo Gaudio ArtBlog

Tiziano Vecellio "Amor Sacro e Amor Profano" 1515 ca. olio su tela, cm. 118x278 Galleria Borghese, Roma 
Dettaglio Tiziano Vecellio "Amor Sacro e Amor Profano" 1515 ca. olio su tela, cm. 118x278 Galleria Borghese, Roma 



Dettaglio Tiziano Vecellio "Amor Sacro e Amor Profano" 1515 ca. olio su tela, cm. 118x278 Galleria Borghese, Roma

Dettaglio Tiziano Vecellio "Amor Sacro e Amor Profano" 1515 ca. olio su tela, cm. 118x278 Galleria Borghese, Roma
Dettaglio Tiziano Vecellio "Amor Sacro e Amor Profano" 1515 ca. olio su tela, cm. 118x278 Galleria Borghese, Roma

Il grande maestro Tiziano Vecellio ci ha lasciato una quantità enorme di dipinti tra i quali ce n'è uno che è stato oggetto di analisi e di ricerca da parte di molti studiosi, ovverosia il dipinto "Amor Sacro e Amor Profano". Saporetti ci propone l'opera confrontando le  teorie e i pensieri che hanno incuriosito da sempre la maggior parte degli studiosi.
Scrive Saporetti:"Ha fatto scorrere fiumi d'inchiostro per tentare di spiegarne il mistero, ma davvero di mistero si tratta? Ci si è chiesto: si tratta d'amor di patria o d'amor filiale, oppure d'amor cortese e d'amor profano, oppure si tratta di Venere che tenta di spiegare a Medea che è meglio lasciar perdere i sentimenti di vendetta? Queste sono alcune delle interpretazioni, e già viene da titubare..."

Andrea del Verrocchio, Leonardo da Vinci e aiuti "Il Battesimo di Cristo" 1475-1478 olio e tempera su tavola, Galleria degli Uffizi Firenze


Andrea del Verrocchio, Leonardo da Vinci e aiuti "Il Battesimo di Cristo" 1475-1478 olio e tempera su tavola, Galleria degli Uffizi Firenze


Dettaglio (l'Angelo dipinto da Leonardo da Vinci) - 
Andrea del Verrocchio, Leonardo da Vinci e aiuti "Il Battesimo di Cristo" 1475-1478 olio e tempera su tavola, Galleria degli Uffizi Firenze

Lo scrittore racconta i vari misteri legati all'opera intitolata "Il Battesimo di Cristo" eseguita da Andrea del Verrocchio, da suoi collaboratori e con la partecipazione di Leonardo da Vinci per la realizzazione dell'angelo di sinistra. L'opera è conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Egli scrive che si tratta di un "quadro singolare" poiché il Vasari nelle Vite dichiarò che il Verrocchio dopo aver visto l'angelo di Leonardo "smise di dipingere". Saporetti parte da una serie di osservazioni confutando e riflettendo sull'effettiva collaborazione di Leonardo nell'esecuzione dell'opera. 
Scrisse il Vasari: "(Per) Andrea del Verrocchio (...che stava) faccendo una tavola dove San Giovanni battezzava Cristo, Leonardo lavorò un Angelo, che teneva alcune vesti; e benché fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera che molto meglio de le figure d'Andrea stava l'Angelo di Leonardo. Il che fu cagione ch'Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui."

Racconta Saporetti:"A parte altre collaborazioni in varie opere, è stranota la partecipazione di Leonardo nel quadro del Verrocchio "Il Battesimo di Cristo", dove ha dipinto l'angelo di sinistra, oltre ad aver effettuato qualche altro intervento nello sfondo e nell'aggraziare il corpo di Cristo con lumeggiamenti in olio. Difatti Leonardo usò la pittura ad olio, mentre il resto del dipinto è stato realizzato a tempera". 
Sarcofago di Tabnit, Museo archeologico di Instabul, Turchia (Photo by Giovanni dall'Orto)

Anche il Sarcofago di Tabnit è stato oggetto di analisi da parte dell'autore che, a tal proposito, ha rilevato delle curiose discrepanze relative alla sua storia. Secondo lo storico dell'arte Saporetti:
"Il sarcofago vero e proprio, infatti, non coincide con il suo coperchio in due punti: in corrispondenza della testa ad un certo punto rientra, mentre in corrispondenza dei piedi manca una fetta triangolare... ". Lo scrittore continua spiegandone i motivi... 

Biografia - Claudio Saporetti

Claudio Saporetti (Fidenza 1938), assirologo, ha insegnato in varie università, italiane ed estere. Dirigente di Ricerca al Consiglio Nazionale delle Ricerche e Commendatore al Merito della Repubblica, ha vinto il Premio Le Muse per la Storia. Direttore della rivista Geo-Archeologia, si èoccupato anche di Beni Culturali, di Arte medioevale, di Ciprominoico e di Archeologia greca. Ha lavorato per il Ministero degli Esteri alla catalogazione virtuale dei reperti dell’Iraq Museum di Baghdad e partecipato a vari scavi in Iraq. Ha scritto circa trecento contributi scientifici e oltre sessanta libri con vari editori. È presidente dell’Associazione Geo-Archeologica Italiana.

Descrizione "Misteri ed Enigmi - Nell'archeologia e nell'arte"

È successo a tutti noi di restare incantati davanti a un’opera d’arte, ma al tempo stesso di percepire che nasconde un segreto, presenta un enigma, non rivela pienamente lo scopo per cui è stata creata. Di chiederci il significato di un oggetto misterioso in un museo, o di un particolare simbolo in un quadro.
Oppure una statua o un affresco in una cattedrale richiamano ricordi lontani o suscitano associazioni improvvise. Claudio Saporetti, assirologo, archeologo e storico dell’arte, direttore della rivista Geo-Archeologia, durante i suoi viaggi, in Italia e in Medio Oriente ha raccolto pensieri, idee e ipotesi sul nostro patrimonio artistico, misurandosi con enigmi piccoli e grandi, a volte risolvendoli in modo brillante, altre volte lasciandoci in eredità sia il compito di diradare la nebbia che li avvolge, sia la passione necessaria per risolverli. Ne è nato questo libro, certo più denso di problemi che di soluzioni. Ma è meglio tramandare ad altri problemi irrisolti, piuttosto che ignorarli per sempre.

Sperando di avervi incuriositi vi saluto di cuore in arte.
Manuela 
per acquistare il libro

"La Musica del Male" di Daniela Piazza - Una travolgente storia vinciana

Leonardo Da Vinci e la Potenza della Musica 

A cura di Manuela Moschin

Recensione Thriller storico "La Musica del Male" di Daniela Piazza e descrizione di alcune opere citate dall'autrice. 

 la musica del male


Ecco! La sento quella melodia celestiale che incanta il creato… Mi soffermo per un momento e ascolto il genio dalle mille virtù che affascina non solo tramite i suoi pregevoli dipinti e le straordinarie invenzioni, ma anche con la musica.
Una musica ammaliatrice che cattura le emozioni, lasciando una sensazione di benessere e che tutto quieta.
Leggendo il meraviglioso libro di Daniela e scrivendo l’articolo mi sono lasciata andare al suono della musica, immaginando di ritornare indietro nel tempo, e precisamente nel Rinascimento. Grazie all’autrice ho rivissuto l’atmosfera di quel periodo, uno dei più floridi in assoluto e che ha visto la nascita di personalità importanti che rammentiamo spesso.
La scrittrice ci racconta che:
«La musica si sprigionò vibrante, forte, nitida, e come un’onda si propagò attraverso la sala. Al primo accordo ne seguì un secondo, alla prima onda una seconda che rincorreva la precedente. E, come per un incantesimo, come un flutto marino che ricopre i minuscoli avvallamenti della sabbia sulla battigia e li livella, il movimento sonoro passò sopra le voci dei presenti e le annullò, le spense una a una, a cominciare da quelle di chi era in fondo alla sala… »
Quanti libri, saggi, monografie, romanzi, volumi sono stati dedicati a Leonardo da Vinci? Direi che sono incalcolabili. Da Vinci pittore, scienziato, architetto e così via… anche Daniela ci parla di Leonardo, ma lo fa narrando un episodio molto singolare che è accaduto nella sua vita. A Leonardo è stato affidato un compito molto particolare da parte di Lorenzo il Magnifico: donare a Ludovico Sforza, detto il Moro, una lira d’argento a forma di teschio di cavallo realizzata proprio dall’artista. Credo che l’originalità, il mistero e la sensibilità d’animo siano gli ingredienti principali del romanzo.
La scrittrice, tra l’altro, oltre a essere una storica dell’arte ha esperienza anche in campo musicale, essendo diplomata al Conservatorio, la musica è sempre stata la sua grande passione. Perciò, tra gli innumerevoli libri che parlano del grande genio, appellativo usato molto spesso per ricordare il grande uomo poliedrico quale egli era, non poteva mancare questo meraviglioso tassello.
Se avete il desiderio di farvi avvolgere da una lettura elettrizzante, caratterizzata da elementi di mistero e di indagine, narrata con uno stile raffinato e scorrevole, dove l’arte si atteggia manifestandosi in tutta la sua bellezza, vi suggerisco di leggere “La Musica del Male” (Fig.1).
La storia è appassionante perché tratta un avvenimento che si è verificato durante il periodo di soggiorno a Milano da parte dell’artista. Solitamente non racconto molto della trama perché mi piace lasciare al lettore quel pizzico di curiosità. Alla fine dell’articolo, comunque, troverete la sinossi del romanzo.
Tra i vari personaggi celebri trattati nel romanzo, tra l’altro tutti ben caratterizzati, vi è la giovanissima Cecilia Gallerani (Fig.10) una delle amanti di Ludovico Sforza. Ella fu ritratta da Leonardo nel famoso dipinto “La dama con l’ermellino” della quale vi parlerò in questo articolo.
Ho avuto la fortuna di incontrare l'autrice Daniela Piazza e di assistere alla presentazione, in anteprima italiana, del libro al Chronicae, il Festival Internazionale del Romanzo Storico che si svolge ogni anno a Piove di Sacco in provincia di Padova.
Sono lieta di poterne parlare in questo articolo poiché si tratta di un importante evento che offre la possibilità di partecipare a interessanti incontri con alcuni dei più noti autori di romanzi storici (Fig.12).
C'è un particolare che ci tengo a raccontare perché mi ha suscitato una gioia immensa. Daniela ha riservato per me una grande sorpresa: mi ha citata nel suo libro, nella sezione dedicata ai ringraziamenti.
Scrive Daniela nel romanzo "La Musica del Male":
Manuela, in questo romanzo troverai spero materiale in abbondanza per i tuoi begli articoli di approfondimento artistico anche per il tuo interessante gruppo e blog "L'arte raccontata nei libri".
Cara Daniela grazie, sono lusingata per le tue parole, certamente, l'arte viene menzionata talmente spesso che non è stato semplice scegliere gli argomenti  da trattare.
Complimenti per il tuo romanzo che senz'altro merita di essere letto. 

Leonardo Da Vinci e la lira d'argento 

Leonardo da Vinci (Anchiano 1452 - Amboise 1519) conosciuto come pittore, ingegnere, scienziato, architetto, inventore, letterato è stato anche un musicista. Che Leonardo sia stato un musico lo si può dedurre principalmente da due fonti dell’epoca, e precisamente mediante le citazioni presenti nella biografia dedicata a Leonardo da Vinci, ovverosia, nel Codice Magliabechiano del 1540 ca. e nel volume di Giorgio Vasari del 1550, contenente una serie di biografie di artisti chiamato “Le vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori”. Dunque, tramite queste testimonianze si sa che Leonardo realizzò per il Duca di Milano Ludovico il Moro (1452-1508), una lira da braccio d’argento a forma di teschio di cavallo, caratterizzata da una vibrazione sonante molto potente. 
L'Anonimo Gaddiano racconta che Lorenzo il Magnifico mandò Leonardo da Vinci e Atalante Migliorotti a Milano, con l'incarico di portare al duca Ludovico il Moro uno strumento musicale. 
«Fu tanto raro e universale, che dalla natura per suo miracolo esser produtto dire si puote: la quale non solo della bellezza del corpo, che molto bene gli concedette, volse dotarlo, ma di molte rare virtù volse anchora farlo maestro. Assai valse in matematica et in prospettiva non meno, et operò di scultura, et in disegno passò di gran lunga tutti li altri. Hebbe bellissime inventioni, ma non colorì molte cose, perché si dice mai a sé medesimo avere satisfatto, et però sono tante rare le opere sue. Fu nel parlare eloquentissimo et raro sonatore di lira [...] et fu valentissimo in tirari et in edifizi d'acque, et altri ghiribizzi, né mai co l'animo suo si quietava, ma sempre con l'ingegno fabricava cose nuove.» (Anonimo Gaddiano, 1542)
Non esistono molte testimonianze relative al progetto di Leonardo e lo storico dell'arte Ernst Gombrich (1909-2001) si espresse così a riguardo:«Era ammirato come un grande artista e ricercato come musicista abilissimo, ma, con tutto ciò, pochi seppero intuire l'importanza delle sue idee e l'ampiezza delle sue conoscenze, perché Leonardo non pubblicò mai i suoi scritti e la loro esistenza era da quasi tutti ignorata.»
Nella Bibliothèque de l'Institut de France a Parigi è conservato il Codice Ashburnham dove sono presenti una serie di schizzi di Leonardo dedicati ad alcuni strumenti musicali (Fig.2-3).
Inoltre, Leonardo, studiando in maniera molto approfondita l'anatomia del cavallo, ne avrà osservato e analizzato il teschio (Fig.4-5).  È probabile che egli  abbia utilizzato il cranio come cassa armonica al fine di realizzare la lira che, all'incirca, sarà stata simile al violino. Vasari scrisse che Leonardo creò per il Duca una lira da braccio: «Lionardo portò quello strumento ch’egli aveva di sua mano fabricato d’argento gran parte, in forma d'un teschio di cavallo, cosa bizzarra e nuova, acciò ché l'armonia fosse con maggior tuba e più sonora di voce. Laonde superò tutti i musici che quivi erano concorsi a sonare …»
C’è un passaggio molto suggestivo nel libro di Daniela che riprende un fatto legato alle virtù rasserenanti dello strumento vinciano, e precisamente quando Leonardo, inoltrandosi in un sottobosco, incontrò un cinghiale e:
  «… combattendo contro il terrore che lo attanagliava, Leonardo mosse l’arco sulle corde. E fu musica. Una musica che lui stesso non aveva mai sentito» ecco allora che grazie alla musica «…Poi tutto di colpo si placò. Le fronde tornarono a vibrare benevole sotto il soffio di una brezza amica. I raggi di sole si insinuarono tra gli alberi, tracciando linee luminose nell’aria. Il cinghiale si placò, uggiolando, e fissò i suoi occhi profondi e acquosi in quelli di Leonardo…»
Di seguito vi spiego il motivo (oltretutto molto curioso) della scelta di quest'ultimo passo del libro.

Leonardo Da Vinci "Due idiofoni (in cui corpo vibrante e corpo dello strumento coincidono) e una lira fantastica" ca. 1487-1490 Penna a inchiostro, 222x158 mm Parigi Bibliothèque de l'Institut de France, Codice Ashburnham 1875/1 (Ms 2184),f. CR (Fig.2)

Leonardo Da Vinci "Due flauti e armi fantastiche" ca. 1487-1490 Penna a inchiostro, 221x154 mm Parigi Bibliothèque de l'Institut de France, Codice Ashburnham 1875/1 (Ms B 2184),f. D (Fig.3)

Leonardo Da Vinci "Foglio di studi per teste di cavalli" ca. 1481 Punta metallica su carta preparata azzurrastra, 215x148 mm Castello di Windsor, Royal Library  (RL 12285r) (Fig.4)

Leonardo Da Vinci "Studio di una testa di cavallo e vari studi sul sistema solare" ca. 1503/04 e 1506-1508 Penna e inchiostro, 308x196 mm Castello di Windsor, Royal Library  (RL 1232 6v) (Fig.5)


Marcantonio Raimondi 1505 ca. “Orfeo incanta gli animali” incisione cm 21,4x17,3 - 1505 ca. The Cleveland Museum of Art (Fig.6)

Marcantonio Raimondi  e  l'incisione “Orfeo incanta gli animali” 1505 ca.  (Fig.6)

Ho scelto di parlare dell'episodio del cinghiale citato dall'autrice perché coincide con un’incisione di Marcantonio Raimondi (1480-1534)  del 1505 ca. intitolata “Orfeo incanta gli animali” (Fig.6)
L’Orfeo di Poliziano è la prima rappresentazione teatrale in volgare d’argomento profano, che fu interpretata per la prima volta a Mantova nel 1480. Nella mitologia greca, Orfeo era un cantante e poeta, che riusciva a pacificare gli animali selvatici, placare i mari e animare le rocce e gli alberi attraverso il suono della lira che ricevette da Apollo, il dio della musica.
L’incisione di Raimondi raffigura proprio un musicista che sta suonando una lira da braccio.
E' stato constatato che lo strumento fu suonato da Leonardo da Vinci nel periodo in cui fu eseguita l’incisione di Marcantonio. In questo caso, invece del cinghiale, è stato rappresentato un orso.
Secondo alcune ipotesi, il personaggio ritratto da Marcantonio potrebbe essere identificato con Leonardo Da Vinci. Pare che l'artista abbia incontrato Marcantonio a Milano in occasione della rappresentazione dell'Orfeo.

Duffin Ross (Fig.7) un professore di musica presso la Case Western Reserve University di Cleveland ha ipotizzato che il personaggio illustrato nell’incisione di Raimondi (Fig.6-8) potrebbe essere Leonardo Da Vinci che sta suonando una lira da braccio. 
Il professore è giunto a questa tesi mediante il confronto dell'incisione di Raimondi con un disegno attribuito a Francesco Melzi (1491-1570), che ritrasse Leonardo da Vinci all'età di cinquantaquattro anni (Fig.9).
La cosa curiosa risiede nell'immagine che raffigura il personaggio dell'incisione di Raimondi (Fig.6-8) in quanto, egli delineò un uomo di mezza età. Risulta, infatti, che Orfeo, nel periodo rinascimentale, venisse solitamente  rappresentato come un giovane rasato e non come fece l'incisore che lo tratteggiò con la barba e i capelli lunghi.
In finale, secondo Duffin, il personaggio ritratto da Raimondi (Fig.6-8) e quello di Melzi (Fig.9) potrebbe riguardare la stessa persona, ovverosia, Leonardo Da Vinci!

Duffin Ross Professore di musica presso la Case Western Reserve University di Cleveland (Fig.7)
DETTAGLIO: Marcantonio Raimondi 1505 ca. “Orfeo incanta gli animali” incisione cm 21,4x17,3 - 1505 ca. The Cleveland Museum of Art (Fig.8)

Francesco Melzi "Ritratto di Leonardo Da Vinci" 1510 ca. Windsor, Royal Collection (Fig.9) 

Ritratto di Cecilia Gallerani (La Dama con l'Ermellino) 1488-1490 Olio su tavola, cm 54,8 x 40,3 Cracovia, Czartoryski Muzeum (Fig.10)

Cecilia Gallerani e la Dama con l'Ermellino (1488-1490) di Leonardo Da Vinci (Fig.10)

Scrive Daniela Piazza: «Vorremmo che inseriste nel dipinto, nella forma che meglio credete, la figura dell'ermellino, l'emblema dell'ordine cavalleresco di cui fui insignito, con mio grande onore, da re Ferrante d'Aragona. Questo animale, simbolo di purezza, è altresì adatto a rappresentare la virtù di madonna Cecilia, il cui nome, "Gallerani", ricorda l'appellativo greco dell'animale. Così io e madonna ci ritroveremmo unificati nella stessa figura. »
L'autrice dedica una parte del romanzo a Cecilia Gallerani (Milano, 1473 – San Giovanni in Croce, 1533), la figlia di un nobile milanese, colta, bella, raffinata e amante, all’età di sedici anni, del duca Ludovico Sforza detto il Moro. In seguito, quando il duca prese in moglie Beatrice D’Este, Cecilia sposò il conte Bergamini di Cremona. Su richiesta di Ludovico il Moro, Cecilia  posò per Leonardo da Vinci allo scopo di realizzare il celebre dipinto “La Dama con l’Ermellino” (Fig.10) (1488).
L’ermellino, in greco galè, allude al cognome di Cecilia, oltre ad essere un simbolo sforzesco che richiama l’ordine di San Michele detto dell’Armellino al quale Ludovico Sforza ambiva appartenere.  Una massima onorificenza concessa dal re di Napoli solo a personalità altolocate.
Nel 1488 fu conferita l’investitura a Ludovico che, a seguito dei contrasti con gli Aragonesi, vi rinunciò nel 1490.
Leonardo con questo dipinto, contribuì ad apportare un rinnovamento alla tradizione ritrattistica quattrocentesca, sperimentando la teoria “dei moti dell’animo”, relativa allo studio dei fenomeni ottici, prospettici e sull’uso del colore. Si tratta del tipico esempio del cosiddetto “Ritratto di spalla” dove la concezione innovativa del ritratto è qui rappresentata dalla torsione del busto, rivolto a sinistra e la testa a destra. In questo modo la mezza figura non venne più impostata di profilo come si usava fare sino ad allora. Una metodologia adottata dall’artista a seguito di alcuni approfonditi studi sulla dinamica del corpo umano. Nella figura n. 11 troviamo uno dei tanti schizzi dedicati al busto di donna che l’artista ha realizzato in numerose pose. 
Sul piano iconologico, l’ermellino ha subito negli anni diverse interpretazioni, alcune delle quali alludono alla castità, alla purezza, alla nobiltà d’animo, dei sentimenti e intellettuale.
La vivacità manifestata negli occhi della dama è la stessa espressa nello sguardo dell’ermellino e la figura longilinea di Cecilia è in armonia con il corpo dell’animale raffigurato con particolare minuziosità.
Il poeta di corte Bernardo Bellincioni nel 1493 in un sonetto sul ritratto di Cecilia Gallerani scrisse:«La fa che par che ascolti e non favella» e ancora:«Tutto hermelino è ben se un nome ha nero». 
Leonardo Da Vinci "Foglio di studi con numerose teste femminili" ca. 1478-1480  Punta d'argento su carta preparata rossastra, 232x190 mm Castello di Windsor, Royal Library  (RL 1251 3r) (Fig.11)

Sinossi del thriller storico "La Musica del Male"

La storia mai raccontata dello strumento perfetto costruito da Leonardo e della musica che ha cambiato il destino di Milano.

1482. Quando Leonardo da Vinci arriva alla corte di Ludovico il Moro, in veste di ambasciatore a Milano per conto del Magnifico Lorenzo, porta con sé in dono una lira d’argento a forma di teschio di cavallo, che ha progettato e realizzato personalmente. Artista già noto a Firenze, Leonardo è anche un grande musico, ed è venuto alla corte sforzesca con due seguaci: il giovane allievo Atalante Migliorotti e Tommaso Masino, esperto nel leggere i moti degli astri e affascinato della magia, che si fa chiamare Zoroastro. Ben presto, però, lo strumento pensato da Leonardo rivela delle proprietà che sfuggono all’intelligenza del suo inventore: già alla prima esibizione pubblica, infatti, il maestro intuisce che la lira è dotata di volontà propria, e che le melodie che ne scaturiscono sono uniche e potenti, capaci di mettere in profonda connessione l’anima di chi la suona e di chi la ascolta. Qualità, queste, che Leonardo non riesce a spiegarsi razionalmente, ma che pure mette a frutto per realizzare il ritratto di Cecilia Gallerani, amante del Moro. Mentre diventa il protagonista della scena artistica di Milano, il genio toscano si mette in casa altri apprendisti, tra cui Salaì, un bimbo vivace e furbo proprio come il Saladino del Pulci.E quando all’improvviso la lira scompare nel nulla, sarà lui il primo indiziato, mentre Leonardo dovrà fare i conti con forze oscure e irrazionali che si rifiutano di sottostare alle amate leggi della scienza...

L'autrice e storica dell'arte Daniela Piazza e lo storico dell'arte Maxi Sabbion al Chronicae, il Festival Internazionale del Romanzo Storico - Piove di Sacco (PD) 13.04.2019 (Fig.12)

Termino l'articolo con una bellissima citazione tratta dal thriller storico:

«Improvvisamente, ai dolci liuti si sostituì la musica drammatica della lira di Atalante, la luminosità aumentò, si sprigionò una grande nuvola di vapore e dai fumi, al centro della conca, emerse una figura grandiosa. Era il sommo Giove. Quando questi iniziò a cantare, sembrò di sentir tuonare la voce del padre degli dèi.»

Arrivederci in Arte
Manuela 
interessati al libro?:

"Il Triangolo di Rembrandt" di Giacinta Caruso: Recensione e uno sguardo alle opere di Rembrandt

Recensione del Romanzo Storico "Il Triangolo di Rembrandt" e Approfondimento delle Opere d'Arte citate dall'Autrice 

A cura di Manuela Moschin

Recensione "Il Triangolo di Rembrandt" di Giacinta Caruso

Questo articolo cade come si suol dire a fagiolo, poiché, proprio quest'anno vengono celebrati i trecentocinquant'anni dalla morte di Rembrandt van Rijn (Leida 1606-Amsterdam 1669).
Sono lieta, pertanto, di avergli dedicato uno spazio nel blog. Ringrazio Giacinta Caruso che, assieme alla Casa Editrice Panesi Edizioni, mi hanno dato l'opportunità di poterne parlare. 
Giacinta Caruso ispirandosi alla vita travagliata del pittore e incisore olandese Rembrandt ha scritto un romanzo storico ricco di tormentate vicende basandosi sulla storia vera. 
Si tratta di una biografia romanzata che l'autrice ha sapientemente interpretato studiando a fondo le vicissitudini dell'artista, che furono segnate da difficoltà economiche e da tragedie familiari. Rembrandt e la moglie, invero, dovettero affrontare una serie di grossi lutti a causa della perdita dei primi tre figli. Situazioni dolorose, dunque, che si sono verificate una dopo l'altra, se si pensa che nel 1635, soltanto due mesi dopo la nascita morì il primo figlio Rumbartus; nel 1638 perse la vita Cornelia di sole tre settimane e che un terzo neonato morì nel 1640 dopo un mese dalla nascita, era anch'essa una bambina chiamata Cornelia.
Il quarto figlio Titus, nato nel 1641, riuscì a raggiungere l'età adulta ma disgraziatamente la madre morì poco dopo il parto nel 1642 probabilmente di tubercolosi. In seguito Rembrandt affidò il figlio alle cure di due governanti con le quali instaurò un rapporto intimo di "ménage à trois". 
Questi e altri episodi toccanti sono stati incisivi nella formazione artistica del pittore che ha dedicato gran parte delle opere ai suoi familiari. Se si osserva l'autoritratto della figura n.5 è possibile constatare che Rembrandt manifestò il suo intenso dolore raffigurandosi con un'espressione sofferta e malinconica. Ebbene, la scrittrice affascinata dalla vita misteriosa e intricata di Rembrandt ne ha originato un libro dotato di una trama stimolante che mi ha indotto a ricercare curiosità e aneddoti legati alla vita del maestro. Grazie a Giacinta si ha l'opportunità di conoscere un illustre artista attraverso un romanzo ben costruito, molto scorrevole e piacevole nella lettura. Si nota nella narrazione una grande preparazione e un accurato lavoro di studio e di ricerca storica e artistica. 
Ecco, dunque, che ho colto l'occasione per raccontarvi qualche particolarità relative ad alcuni capolavori che sono stati citati nel libro.

L'anno di Rembrandt:  il pittore della luce

Innanzitutto, è fondamentale sottolineare che Rembrandt fu un artista singolare, distinguendosi dai suoi contemporanei olandesi.
Ma vediamo perché...
Nei Paesi Bassi nel XVII secolo comparve la “Pittura di Genere”, vale a dire che gli artisti erano per lo più interessati a realizzare in modo realistico scene di vita quotidiana. 
Rembrandt, invece, oltre ai numerosi ritratti, raffigurò soggetti storici, religiosi e mitologici. Anche il filosofo e saggista Tzvetan Todorov (1939-2017) nel suo saggio “Il Caso Rembrandt” sostenne che l'artista non dipinse quadri aventi queste caratteristiche, essendo principalmente un pittore di storia e di ritratti. Continua lo scrittore e saggista specificando che la quotidianità è presente nei disegni e nelle incisioni attraverso la rappresentazione di scene di locanda o di strada, ritraendo vagabondi e mendicanti, come si può notare nell’incisione all’acquaforte “I mendicanti alla porta di una casa”1648 (Fig.1); oppure, scene raffiguranti donne con bambini occupati in varie attività, come nel disegno “Donna che scende le scale con un bambino in braccio” (Fig.2)1635/1636.
Secondo l’autore, Rembrandt nel rappresentare i personaggi nelle normali occupazioni tentò di cogliere la realtà di una situazione e non di rendere i tratti individuali dei volti. Ne è un esempio il disegno (a penna, pennello e inchiostro bruno) intitolato “Il bambino capriccioso”  (Fig.3)1635.
Gli amici, i suoi familiari e in particolare la moglie Saskia sono stati trattati molto spesso nelle opere dell'artista. 
C'è un passaggio molto interessante nel volume di Tzevetan Todorov dove egli affermò:“La pittura pensa e fa pensare, sebbene non sempre i pittori lo sappiano. Nel rappresentare il quotidiano Rembrandt non si limita a tradurre in forme visibili il mondo circostante, ma ci rende partecipi della sua concezione della vita umana. Gli eroi e i santi che popolano le sue opere non sono diversi dalle persone che possiamo incrociare per strada, le quali meritano altrettanta attenzione”. 
“Ha saputo spingersi oltre le apparenze, rendere i suoi personaggi seducenti e vulnerabili insieme, umani anche nella loro debolezza. Questo non è forse il principale ma è uno dei grandi messaggi trasmessici dalla sua pittura: una lezione di umanità e universalità. È grazie a queste qualità se ognuno di noi può riconoscersi nei suoi dipinti e ritrovarvi le proprie emozioni o i propri interrogativi”.
E' determinante nella sua pittura la ricerca luministica ottenuta mediante un impasto denso e corposo del colore e da una stesura molto libera. Lo storico dell'arte E.H. Gombrich nel suo volume intitolato "La Storia dell'Arte" nei riguardi della tecnica pittorica scrisse:"... a una prima occhiata molte sue pitture sembrano tutte di una tonalità marrone cupo, ma sono proprio i toni scuri a far risaltare con maggior forza, per contrasto, alcuni colori accesi e splendenti. Avviene così che la luce in certi suoi quadri è quasi abbagliante. Però Rembrandt non usò mai come fine a sé stessi questi affascinanti effetti di luce e ombra, ma se ne servì sempre per accentuare la drammaticità della scena."
“I mendicanti alla porta di casa” Rembrandt 1648 incisione all’acquaforte (Fig.1)


“Donna che scende le scale con un bambino in braccio” Rembrandt 1635/36 disegno a penna, pennello e inchiostro bruno (Fig.2)


“Il bambino capriccioso” Rembrandt 1635 disegno a penna, pennello e inchiostro bruno (Fig.3)


Rembrandt van Rijn "Autoritratto con capelli scompigliati" 1628 Olio su tavola, cm. 22,6x18,7 Amsterdam Rijksmuseum




Rembrandt van Rijn "Autoritratto con capelli scompigliati" 1628 Olio su tavola, cm. 22,6x18,7 Amsterdam Rijksmuseum (Fig.4)

Nell'intera produzione figurativa del periodo seicentesco nessun altro artista ha realizzato un numero di autoritratti così vasto quanto Rembrandt: circa trenta acqueforti, dodici disegni e oltre quaranta dipinti. Questo ritratto che vedete è stato eseguito in età giovanile (Fig.4). L'artista ha mantenuto nella penombra i lineamenti del viso; la stesura del colore è stata realizzata tramite strati spessi e corposi e la natura dei contrasti di luce è relativa agli interessi dell'artista nei confronti dei caravaggeschi di Utrecht. Ma chi erano costoro? 
Si tratta di un movimento artistico che durò dal 1620 al 1630, nel quale un gruppo di pittori originari proprio da Utrecht, ebbero modo di visitare in Italia le opere di Caravaggio. Ecco allora che ne furono talmente  affascinati da volerne studiare il metodo e l'inventiva drammatica. 
Quest'altro "Autoritratto" (Fig.5) (1655-1658), invece, è stato dipinto dall'artista negli ultimi anni di vita. Ecco cosa scrisse, nei confronti di questo dipinto, lo storico dell'arte E.H. Gombrich: "Non era un bel volto, e Rembrandt certo non tentò mai di mascherarne la bruttezza. Si osservava allo specchio con assoluta sincerità che tralasciamo di portare in causa la sua bellezza o il suo aspetto. E' il volto di un vero essere umano. Non v'è traccia di posa o di vanità: c'è solo lo sguardo penetrante del pittore che scruta le proprie fattezze, pronto sempre a imparare qualcosa di nuovo intorno ai segreti del volto umano." 

Rembrandt van Rijn "Autoritratto" 1655-1658 cm. 49x41 Vienna, Kunsthistorisches Museum (Fig.5)


“Rembrandt con i tre baffi” Rembrandt 1634 incisione all’acquaforte (Fig.6)

Rembrandt van Rijn  "Ritratto di Saskia con cappello" 1633 olio su tela cm. 99,5x78,8 Staatliche Museen, Kassel (Fig.7)
Rembrandt van Rijn  "Ritratto di Saskia con cappello" 1633 olio su tela cm. 99,5x78,8 Staatliche Museen, Kassel (Fig.7)

Scrive l'autrice Giacinta Caruso: Voleva stare sola e come sempre si mise a osservare "Saskia con il cappello". Era il suo quadro preferito. Le dava conforto ricordare com'era un tempo, quando la vita le sorrideva e non c'erano nubi all'orizzonte.
e ancora:
"Agneta era stata la prima ad accorgersi che dalla parete della camera da letto era sparito "Saskia con il cappello". Quindi, quando il padrone riemerse dallo studio, non si meravigliò di vedere ricomparire questa volta nel salone anche il ritratto, seppure modificato. Rembrandt aveva aggiunto una pelliccia sulle spalle di Saskia e una piuma di pavone sul suo cappello, rendendo in questo modo più evidenti le sue origini aristocratiche." 
Il dipinto "Saskia con il cappello" (Fig.7) è stato oggetto di numerose indagini anche radiografiche, dalle quali si è potuto dedurre che l'opera ha subito delle modifiche da parte di Rembrandt, probabilmente in seguito alla morte della moglie nel 1642. Come ha già citato l'autrice Caruso nel suo romanzo,  pare che la piuma di pavone sul cappello e la pelliccia posata sulla spalla siano state aggiunte più tardi e alluderebbero al tema della "vanitas", ovverosia alla caducità delle cose terrene. Si ipotizza, inoltre che Rembrandt realizzò l'abito ispirandosi ai modelli rinascimentali,  al fine di celebrare la condizione aristocratica della moglie. 

Rembrandt van Rijn  "Saskia in veste di Flora" 1634 olio su tela cm.124,7x100,4 San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage (Fig.8)
Rembrandt van Rijn "Saskia in veste di Flora" 1634 olio su tela cm.124,7x100,4 San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage (Fig.8)
Scrive l'autrice:"Rembrandt aveva dipinto due ritratti della moglie in veste di Flora, la dea della primavera e dei fiori, senza contare che aveva più volte fatto dipingere lo stesso soggetto anche ai suoi allievi. Sembrava ossessionato dalla figura di Flora e Saskia aveva sempre ritenuto che volesse celebrare così il mito della fertilità". 
Rembrandt ha dedicato una parte dei suoi dipinti alla dea Flora, la divinità classica della primavera e della vegetazione (Fig.8-9). E' da sottolineare che in quegli anni ad Amsterdam si trovava il ritratto della Flora di Tiziano. E' probabile che l'artista si sia ispirato vedendo l'opera del pittore veneto. 
Secondo alcuni studiosi sembrerebbe che il personaggio ritratto sia quello della moglie Saskia van Uylenburgh. Ella è stata raffigurata di profilo e con il viso rivolto verso lo spettatore. Sul suo capo spicca una ghirlanda fiorita e nella mano destra sta reggendo un bastone ornato di fiori. La veste è caratterizzata da un ampio drappeggio decorato finemente. 

Rembrandt van Rijn  "Saskia in veste di Flora" 1635 olio su tela cm.123,5x97,5 Londra National Gallery (Fig.9)

Rembrandt van Rijn  "Saskia in veste di Flora" 1635 olio su tela cm.123,5x97,5 Londra National Gallery (Fig.9)

Anche in quest'opera Rembrandt potrebbe aver ritratto la moglie Saskia in attesa del primo figlio.  E' possibile che il pittore avesse voluto celebrare la prima gravidanza della moglie. Altri studi, invece, ipotizzano che si tratti della modella Artemisia come si evince dalla figura n. 10 nella quale si nota una particolare rassomiglianza.  

Rembrandt van Rijn "Artemisia riceve le cenere da Mausolo" 1634 olio su tela cm. 142x153 Madrid, Museo Del Prado (Fig.10)
Rembrandt van Rijn "L'allegra coppia" (Il Figliol prodigo dilapida la sua eredità) olio su tela 1636 cm. 161x131 Staatliche Kunstsammlungen di Dresda (Fig.11) 


Rembrandt van Rijn "L'allegra coppia" (Il Figliol prodigo dilapida la sua eredità) olio su tela 1636 cm. 161x131 Staatliche Kunstsammlungen di Dresda (Fig.11)

Scrive l'autrice:"Saskia passava le sue giornate a letto a fissare "L'allegra coppia", il quadro con cui il marito aveva voluto mostrare al mondo la loro felicità."

Pare che il dipinto "L'allegra coppia" (Fig.11) ritragga Rembrandt assieme alla moglie Saskia. Alcuni studi iconografici lo hanno associato al racconto evangelico del figliol prodigo che ritorna a casa dopo aver sperperato le ricchezze, bevendo vino e in compagnia di donne. Il tema era molto apprezzato dagli artisti protestanti a causa del suo valore educativo.

Rembrandt van Rijn  "La Lezione di Anatomia del dottor Tulp" 1632 olio su tela cm 169,5x216,5 L'Aja Mauritshuis (Fig.12-13)



Rembrandt van Rijn "La Lezione di Anatomia del dottor Tulp" 1632 olio su tela cm 169,5x216,5 L'Aja Mauritshuis (Fig.12)
Dettaglio - Rembrandt van Rijn "La Lezione di Anatomia del dottor Tulp" 1632 olio su tela cm 169,5x216,5 L'Aja Mauritshuis (Fig.13)

Il dipinto "La Lezione di Anatomia del dottor Tulp"(Fig.12-13) raffigura la lezione tenuta dal docente di anatomia presso la Gilda dei Chirurghi dal 1628 al 1653 da Nicholaes Tulp nel 1632, relativa alla fisiologia del braccio del defunto. Sette personaggi sono intenti a osservare il dottore mentre sta mostrando il braccio del cadavere (Fig.13). I volti illuminati e l'espressione concentrata danno l'impressione di assistere realmente all'operazione. Un meraviglioso gioco di luce e di ombre rende la scena piuttosto realistica. L'opera è stata commissionata da alcuni membri della Gilda dei Chirurghi che desiderarono farsi ritrarre durante una lezione di anatomia. In primo piano sul lato destro del dipinto Rembrandt ha raffigurato un libro al quale gli allievi ogni tanto porgono lo sguardo attento. 

L'Anno di Rembrandt

In Olanda in occasione dell'anniversario sono state allestite tre mostre:

- Al Rijkmuseum di Amsterdam intitolata "All the Rembrandts" visitabile fino al 10 giugno 2019;
- Al Rembrandthuis, Jodenbreestraat ad Amsterdam intitolata "Rembrandt's Social Network" che si è conclusa il 19 maggio 2019;
- Al Mauritshuis a L'Aia intitolata "Rembrandt and the Mauritshuis" visitabile fino al 15 settembre 2019.
Le celebrazioni si svolgeranno anche in altre città olandesi nel corso di tutto il 2019 come Delft e Hoorn. 

Termino l'articolo con un pensiero dello storico svizzero Jacob Burckhardt (1818-1897) tratto da "Rembrandt und Van Dyck" (1877):
Per che cosa si distingue egli da tutti i pittori che lo precedettero nel mondo? Per la subordinazione dell'oggetto, quale che sia, a due grandi forze elementari: l'aria e la luce. Esse divennero in lui sovrane, e rappresentano il suo ideale. La forma esatta delle cose è indifferente a Rembrandt, la loro apparenza è per lui essenziale [...] Fenomeni, figure, oggetti della natura esistono per Rembrandt soltanto nella misura in cui l'aria e la luce esercitano su di essi il loro gioco mirabile. Spesso l'osservatore si sente completamente affascinato e dimentica con Rembrandt l'oggetto rappresentato per come esso è rappresentato..." 
Sinossi "Triangolo di Rembrandt" 
Amsterdam, XVII secolo. Rembrandt van Rijn, all’apice della sua fama, trasloca nel quartiere più elegante delle città. È il pittore del momento: la nobiltà lo osanna, i ricchi borghesi fanno la fila alla sua porta per farsi ritrarre. Tutto sembra andare per il meglio, ma la morte di tre figli appena nati sconvolge la vita dell’artista e della moglie Saskia. Per il dolore la donna si ammala e trascorre quasi tutto il tempo a letto, assistita dall’infermiera Agneta Budde. Rimasta di nuovo incinta, Saskia mette al mondo Titus, che sfuggirà alla maledizione che grava sulla famiglia van Rijn. Ma la catena di lutti non è finita perché la donna, minata dalla tubercolosi, si spegne a soli trent’anni. Su consiglio di Agneta, il pittore prende una balia per Titus, la giovane vedova Geertje. Fra i due si accende una passione, destinata a durare poco perché Rembrandt s’invaghisce presto di Hendrickje, una governante appena assunta. Per qualche tempo l’artista e le sue amanti daranno vita a un insolito ménage a trois. Agneta intanto continua a seguire da lontano le vicende di casa van Rijn e a nascondere un inquietante segreto che finirà per influire sulla vita del pittore e delle sue donne.

Grazie e arrivederci in arte
Manuela

martedì 18 giugno 2019

TIZIANO VECELLIO, VENERE CHE BENDA AMORE (1565)

 © Photo by Massimo Gaudio
Tiziano Vecellio, Venere che benda Amore (1565) - Galleria Borghese - Roma
Nella Sala di Psiche posta al primo piano della Galleria Borghese a Roma, sono esposti quattro tele del pittore veneto Tiziano Vecellio (1490-1576), una di esse è intitolata Venere che benda Amore realizzata nel 1565.
Tiziano in questo splendido dipinto ha saputo rendere la scena elegante e molto ben curata. Sulla sinistra si vede Venere che benda Amore poggiato sul suo grembo nel mentre guarda da qualche parte fuori dalla scena. Alle sue spalle è poggiato un altro putto che assiste con interesse al bendaggio, mentre le due donne a destra sembra si stiano avvicinando per portare l'una un arco e l'altra la faretra con le frecce. Sullo sfondo si vede un paesaggio con montagne sovrastate da un cielo minaccioso e infuocato tipico del tardo pomeriggio che però lascia presagire qualcosa di poco bello.



Autore: Tiziano Vecellio (1490-1576)
Titolo: Venere che benda Amore
Datazione: 1565
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 116 x 184
Si trova: Galleria Borghese
Luogo: Roma

Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...