mercoledì 26 giugno 2019

IL RATTO DI PROSERPINA DI GIAN LORENZO BERNINI

Photo by Massimo Gaudio
Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina (1621-1623) - Galleria Borghese - Roma

Una delle opere di maggior rilievo ed impatto emotivo che si trova alla Galleria Borghese di Roma, è sicuramente il Ratto di Proserpina, scultura in marmo di Carrara di Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 - Roma 1680) commissionata dal cardinale Scipione Borghese nel 1621, ciò significa che l'artista poco più che ventenne, con la sua bravura era riuscito a catturare l'attenzione delle famiglie aristocratiche dell'epoca.
La scultura alta 255 cm, mostra il momento in cui Plutone con la forza rapisce Proserpina che prova in tutti i modi a sfuggire dalla presa possente del dio degli inferi, rappresentato dall'artista muscoloso e virile, con la corona in testa e lo scettro in terra vicino ai suoi piedi, simboli che sottolineano il suo status. Ala sua sinistra si trova Cerbero, il cane a tre teste guardiano del regno di Ade.
Bernini è riuscito a dare al gruppo marmoreo un'anima ed una vita propria. Si nota chiaramente la forza bruta di Plutone, sottolineata oltre che dall'atteggiamento brutalmente compiaciuto, anche dalla pressione che esercita con le mani sulle carni di Proserpina mentre la stringe a se nella fase concitata del rapimento. La dea in questa fase è disperata, ha provato con tutte le sue forze a scappare, ma non ci riesce e così l'artista per sottolineare la sua disperazione le ha scolpito alcune lacrime che le scendono dagli occhi.












lunedì 24 giugno 2019

Antonio Canova un artista che incanta

"L'ultima notte di Antonio Canova" di Gabriele Dadati

A cura di Manuela Moschin
Se Antonio Canova potesse leggere il romanzo di Dadati ne sarebbe molto compiaciuto: l'autore ha dimostrato una grande maestria nel tratteggiare i personaggi descritti in modo così vivido da far immergere il lettore nell'atmosfera dell'epoca.
"L'ultima notte di Canova" è un romanzo che travolge e appassiona facendo rivivere in prima persona gli stati d'animo dell'artista, trasmettendoci le sue emozioni e sensazioni in un dialogo quasi poetico con l'amato fratellastro  Monsignor Giambattista Sartori vescovo di Mindo.
Interessante il suo rapporto con Napoleone, che desiderò avere l'artista in Francia per ritrarre la seconda moglie Maria Luisa: un viaggio che portò al suo coinvolgimento in situazioni misteriose. 

Il romanzo è ben costruito, molto scorrevole e piacevole nella lettura. Dadati ha manifestato una grande preparazione sull'argomento trattato, si nota nella narrazione un accurato lavoro di studio e di ricerca storica, artistica e letteraria. 
..."Quindi gli eroi e gli dei che avete fatto voi vengono dai libri?" "Dalle storie scritte che sono scritte nei libri." "Qual è il migliore?" Canova rispose senza esitazione:"Se vuoi vivere un'infinità di avventure, il tuo poeta è Ovidio. Devi farti promettere dal signor Francesconi che ti dia il suo libro, le metamorfosiquando sarai capace bene. Glielo dirò anch'io che ti impegnerai". (cit. L'Ultima notte di Canova) 

"Ebe" di Antonio Canova, Marmo, 1800-1805 San Pietroburgo, Ermitage (altezza 158 cm.) una fugace visione divina (Fig. 1-2)

Antonio Canova "Ebe" 1800-1805. Marmo, altezza 158 cm. San Pietroburgo, Ermitage (Fig.1)
Antonio Canova "Ebe" 1800-1805. Marmo, altezza 158 cm. San Pietroburgo, Ermitage (Fig.2)

Racconta l'autore Gabriele Dadati:
Disse: "Non ho mai ritratto Giuseppina". "Mai ?" "Ho ricevuto delle commissioni da lei, di una "Ebe" per esempio, o di un gruppo con "Amore e Psiche" in piedi, l'uno a fianco dell'altra. Ma l'imperatore non mi ha mai chiesto di ritrarla e lei non era nelle condizioni di farlo". 

Antonio Canova e il Neoclassicismo.

Antonio Canova (1757-1822) fu uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo, il suo scopo era il raggiungimento della "bellezza ideale" ossia quella derivante da un'idea di bello impossibile da trovare in un corpo perfetto in natura. L'arte neoclassica non intendeva essere imitatrice della natura ma dei modelli ideali derivanti dal mondo della classicità greco-romana. 
Il Neoclassico è un termine convenzionale che fu coniato alla fine dell'Ottocento con intento dispregiativo in quanto si pensava fosse un'arte negativa, un'imitazione dell'antico che non aveva originato nulla di nuovo.
Stendhal nel suo "Viaggio in Italia" scrisse:
Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci, e di inventare la Bellezza, così come i greci avevano fatto. Che dolore per i pedanti! Per questo lo insulteranno ancora per cinquant'anni dopo la morte, e la sua gloria non farà che crescere più rapidamente
Di particolare significato furono le scoperte archeologiche avvenute in seguito agli scavi di Ercolano (dal 1738) e di Pompei (dal 1748) dove vennero alla luce una notevole quantità di opere d'arte che nel 79 d.C. erano state sepolte dall'eruzione del Vesuvio. Ci furono alcuni teorici e numerosi artisti che ebbero il desiderio di un ritorno all'antico tramite l'arte greca e romana considerata un ideale di perfezione. La nascita del Neoclassicismo fu principalmente influenzata dagli storici dell'arte Winckelmann e Mengs:

Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) storico dell'arte e archeologo tedesco, approfondì le sue conoscenze a contatto diretto con le opere sia vivendo a Roma sia visitando gli scavi di Ercolano e i templi dorici di Paestum. Egli elaborò un nuovo modello di storia dell'arte basato sull'analisi degli stili dell'antica Grecia, che secondo lo storico raggiunse la purezza dell'arte. Winckelmann eseguì una differenza tra il termine imitazione e copia specificando che, imitare significa elaborare e osservare l'esempio degli antichi ispirandosi a un modello mentre la copia riproduce pedissequamente un'opera identica senza produrre nulla di creativo. Egli nel 1764 codificò nei suoi scritti i principi da osservare per poter raggiungere la "bellezza ideale". Per quanto riguarda la scultura Winckelmann affermò: "La generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell'espressione". Per quanto riguarda la pittura invece egli apprezzò soprattutto Raffaello, il più "Classico" fra gli artisti del Rinascimento. Rispetto ai canoni da applicare relativamente alla bellezza del volto Winckelmann scrisse nell'opera la "Storia dell'arte nell'antichità":
Per quanto riguarda la forma del volto, il cosiddetto profilo greco è l'attributo principale di una superiore bellezza. Questo profilo segue una linea quasi retta o appena inclinata, che traccia il contorno della fronte e del naso delle teste giovanili, in particolare di quelle femminili. La natura la crea più raramente in un clima rigido che in uno dolce, ma dove la si trova, la forma del volto è bella: giacché forme diritte e piene danno la grandezza e forme dolcemente incurvate danno la delicatezza. 
Anton Raphael Mengs (1728-1779) pittore e storico dell'arte fu uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo, egli affermava che il bello non si trova in natura ma è necessario ricrearlo. 

La corrente Neoclassica fu rivalutata nel 1972 quando venne allestita a Londra una rassegna dedicata a "The Age of Neo-Classicism". In seguito agli studi maturati da Mario Praz, Hugh Honour, Robert Rosemblum e Anthony Clark, il neoclassicismo fu considerato un'espressione artistica cosmopolita che provocò una profonda trasformazione. Essi rilevarono che, rispetto al periodo successivo caratterizzato dal romanticismo che riconosceva soltanto le singole identità nazionali, il neoclassicismo si divulgò in quasi tutti i paesi occidentali dove i centri principali furono l'Italia, la Francia e l'Inghilterra i quali in seguito influenzarono L'America Latina, gli Stati Uniti e la Russia. L'America,  ad esempio, si rifece all'architettura derivante dal neoclassicismo palladiano come si può osservare nell'opera di Thomas Jefferson (1743-1826) architetto ed ex Presidente degli Stati Uniti d'America che progettò la "Rotonda dell'Università della Virginia". Fondata nel 1819, essa è di fondamentale importanza in quanto fu la prima università a occuparsi di materie quali la filosofia, l'architettura e l'astronomia (fig.3-4).

Schizzo di Thomas Jefferson per la Rotonda dell'Università della Virginia (Fig.3)
Thomas Jefferson "Rotonda dell'Università della Virginia" (1819) (Fig.4)  
In Italia fu lo storico dell'arte Leopoldo Cicognara (1767-1834) che  diffuse le nuove teorie estetiche del Neoclassicismo. Egli affascinato dalla scultura "Ebe" del Canova, nel suo volume "Storia della Scultura, dal suo Risorgimento in Italia fino al secolo di Canova" scrisse:
L'atto di questa Dea, che scende dal cielo con incesso divino e leggiadro, mescendo nello stesso tempo una tazza d'ambrosia al padre de' numi; e il bilanciarsi in avanti fendendo l'aria con una certa velocità, produce l'effetto naturalissimo che i panni respinti all'indietro possano disegnare senza alcun genere d'affettazione il nudo sottoposto. L'alzar d'un braccio per versare dal vaso il liquore svolge così amabilmente tutto il contorno della figura, che sebben l'occhio la trovi panneggiata coll'estrema decenza, nulladimeno l'avidità dello sguardo ne discerne ogni lineamento, non altro spirante che la prima freschezza delle forme. 
Esistono quattro versioni dell'opera scultorea "Ebe" del Canova  che si differenziano in qualche dettaglio; in ordine cronologico di esecuzione esse sono custodite nei seguenti luoghi: Berlino, San Pietroburgo, Regno Unito e Forlì.
In questo articolo vi parlerò dell'esemplare esposto all'Ermitage di San Pietroburgo scolpito su richiesta della prima moglie di Napoleone, Giuseppina Beauharnais che l'acquistò nel 1802.
Schizzo preparatorio statua di Ebe, matita su carta avorio vergata, mm 114x78, Bassano - Museo Civico (Fig.5)
Secondo la mitologia greca la dea Ebe, figlia di Zeus e di Era,  impersona  la divinità della gioventù, l'ancella che mesceva l'acqua e il vino agli dei
La dea rappresentata dal Canova avanza leggera sostenuta da una nuvola come se stesse per spiccare un volo. La veste è arricchita da molteplici pieghe che ondeggiano nell'aria; esse creano un dinamismo ricco di variazioni chiaroscurali che si denotano anche nel bozzetto preparatorio (Fig.5). Il suo volto è perfetto e incorniciato da delicati riccioli e un diadema scolpito con raffinati motivi decorativi. La divinità femminile appare come una fugace visione divina, una personificazione della grazia percepibile dalla resa plastica del corpo leggermente spinto in avanti ma con il busto incurvato all'indietro e dal delicato gesto nel reggere un'anfora e una coppa. 
E' curioso sapere che dopo l'esecuzione del primo modello dell'opera,  Canova ricevette alcune critiche in quanto utilizzò il bronzo per la coppa e il volto della dea fu ritenuto privo di espressione. Egli pertanto rispose a costoro: "A voler più espressione nel viso mi sarebbe stata cosa assai facile il dargliela ma certamente alle spese di esser criticato da chi sa conoscere il bello, la Ebe sarebbe diventata una baccante".

La Chiesa della Santissima Trinità nota come "Il Tempio Canoviano" (1819-1830) Antonio Canova - Possagno (Treviso) (Fig. 6-7-8)

"Il Tempio Canoviano" (1819-1830) - Possagno (Treviso) (Fig.6)

"Il Tempio Canoviano" (1819-1830)  - Possagno (Treviso) (Fig.7)
 Pianta  "Il Tempio Canoviano" (1819-1830)  - Possagno (Treviso) (Fig.8)

Racconta ancora l'autore Dadati:
Ma più di tutto era la costruzione del tempio di Possagno a stargli a cuore. Era un dono a quel manipolo d'abitanti che era stato la sua prima gente: avrebbe sostituito la chiesa parrocchiale ridotta in pessimo stato.
Due mesi prima di morire Canova scrisse una lettera al nipote Giovanni Zardo Fantolin implorandolo di seguire i lavori di costruzione del Tempio di Possagno:
Per l'amor del cielo, Caro il mio Nanne, ti raccomando per le viscere del Signore, che si faccia tutto con la maggior esatezza! Tu non puoi mai mai immaginarti con quanta aspettazione si parli da per tutto di questa fabrica; dunque solecitudine se è cosa combinabile con l'esatezza; ma, mai né poi mai l'esatezza deve essere sagrificata per niente alla solecitudine! Dunque solidità capo principale, esatezza grandissima nei lavori, poi solecitudine quanta si può senza detrimento delle due altre.
Possagno è il paese natio di Canova, un incantevole sito dove egli realizzò il "Tempio", l'unica sua opera d'architettura; essa si trova immersa in un paesaggio suggestivo, sopra a una deliziosa collina dove il tempo sembra essersi fermato e la quiete del luogo coinvolge i sensi. Egli per progettare il tempio ebbe una serie di scambi epistolari con l'amico architetto Giannantonio Selva. Il 5 agosto 1818 Canova gli scrisse di aver ricevuto dagli abitanti di Possagno la richiesta di aiuti finanziari allo scopo di contribuire alle spese per la riparazione della vecchia chiesa. Canova, invece, decise di costruire un tempio nuovo a proprie spese:

La comunità di Possagno, mia patria, mi fece più volte istanza e preghiera, acciocchè volessi concorrere alle spese di alcune riparazioni necessarie alla nostra parrocchiale. Dopo aver considerato che sarebbe perduto ogni e qualunque restauro fatto sopra una vecchia fabbrica, presi la risoluzione di farne edificare una nuova, a mie spese, purché la Comunità concorra a somministrarmi gratuitamente la calce, i sassi e i mavieri (le pietre di Possagno).
La chiesa della Santissima Trinità conosciuta come il "Tempio Canoviano" è il risultato di una giustapposizione di tre stili in un'unica opera: il greco, il romano e il cristiano.  L'artista progettò il pronao ispirandosi allo stile greco del Partenone e per il corpo centrale si rifece al Pantheon romano inserendo nell'abside l'altare maggiore con la Pala del "Compianto di Cristo" (Fig.9). Egli per la realizzazione dell'opera costituì un gruppo di esperti formato da: l'architetto Giovanni Bosio per i disegni, Giovanni Zardo detto Fantolin per la direzione dei lavori mentre per quanto riguarda la sovrintendenza si avvalse dell'amico Selva il quale, poiché morì poco dopo, fu sostituito dal suo allievo Antonio Diedo. L'11 luglio 1819 fu posata la prima pietra con una solenne cerimonia. Il Tempio è costituito da una doppia fila di otto colonne doriche in stile greco, sull'architrave è scolpita la dedica alla Trinità DEO OPT MAX UNI AC TRINO (Tempio dedicato a Dio ottimo e massimo, uno e trino) e il fregio è ornato da sette metope in marmo con soggetti sacri dell'antico e nuovo testamento. Le opere sono state eseguite dagli allievi del Canova e rappresentano: la creazione del mondo, la creazione dell'uomo, l'uccisione di Abele, il sacrificio di Isacco, l'annunciazione, la visitazione e la presentazione al Tempio.
All'interno del tempio ci si immerge in un'atmosfera mistica, ricca di fascino dove al centro della cupola decorata a cassettoni si trova l'occhio dal quale filtra  una luce celestiale (Fig.10) 
Nella chiesa vi sono inoltre collocate le tombe dell'artista e del fratellastro Monsignor Giambattista Sartori vescovo di Mindo che fu incaricato di completare la costruzione del tempio a causa della morte dell'artista. 

Pala del "Compianto di Cristo" Antonio Canova (Fig.9)

Cupola a Cassettoni "Tempio Canoviano" Possagno (TV) (Fig.10)
La Gypsotheca di Possagno
Il fratellastro di Antonio Canova, il vescovo Giovanni Battista Sartori Canova, volle erigere un museo al fine di conservare i modelli da cui sono stati realizzati i marmi. Nella Gypsotheca è possibile ammirare i calchi originali in gesso, i bozzetti in terracotta o cruda oppure in cera. 
L'edificio risalente al 1844 è stato progettato dall'arch. Francesco Lazzari, tuttavia in  seguito ai due conflitti mondiali la Gypsotheca subì gravi danni. Nel 1957  fu affidata la costruzione di una nuova ala del museo all'arch. Carlo Scarpa (1906-1978) che ebbe la maestria di concepire un'ambientazione scenografica altamente suggestiva e coinvolgente attraverso la predisposizione di involucri architettonici che consentono di far filtrare la luce dall'alto. Entrando nella Sala Grande si rimane affascinati dall'allestimento spettacolare, le opere appaiono come attori teatrali all'interno di un tempio dell'arte (Fig.11-12) 

Gypsotheca - Possagno (TV) (Fig.11)

Gypsotheca Possagno (TV) (Fig.12)
Breve biografia di Antonio Canova: 
Autoritratto di Antonio Canova 1792 (Fig.13)
Antonio Canova (1757-1822) (Fig.13) era figlio di uno scalpellino che morì all'età di 26 anni, la madre si risposò con Francesco Sartori. Fu in questo secondo matrimonio che nacque il fratellastro di Antonio, il vescovo Giovanni Battista Sartori che ebbe un ruolo fondamentale nella vita dell'artista. Canova visse l'infanzia con il nonno paterno Pasino che per il suo carattere burbero fu soprannominato il "rustego" ma dal quale apprese l'arte dello scalpellino. In seguito fece il suo apprendistato a Venezia da Giuseppe Bernardi detto Torretti apprendendo le tecniche della sbozzatura e dell'intaglio. Nel 1779 si recò a Roma presso l'ambasciatore della Repubblica Veneta Girolamo Zulian dove seguì i corsi di nudo all'Accademia di Francia. Viaggiò in Austria, a Parigi (dove fu chiamato da Napoleone) e a Londra per visitare i marmi del Partenone trasferiti dalla Grecia da Lord Elgin. 
La sua fama crebbe in Italia e all'estero ricevendo commissioni da re e imperatori, principi e capi di Stato. 
Egli morì a Venezia il 13 ottobre 1822, verrà sepolto a Possagno, inizialmente nella vecchia chiesa e poi nel tempio. 

Tecniche di esecuzione: dal disegno alla scultura in marmo. 

La tecnica di esecuzione delle opere del Canova è molto particolare, egli dapprima riproduceva il disegno (Fig.14) poi eseguiva il primo bozzetto in terracotta, stucco o cera della grandezza di circa 50 cm (Fig.15) che successivamente riproduceva in creta nelle dimensioni finali.
A questo punto lo scultore creava il calco in gesso mediante un'impronta sul modello in creta. Dopodiché inseriva dei chiodini metallici sul calco come punti di riferimento (Fig.16) per riportare le misure (mediante fili appesi a piombo) dal modello in gesso al blocco di marmo utilizzando un telaio metrato (Fig.17). Canova con l'aiuto degli allievi iniziava a sbozzare e a levigare la statua con la pietra pomice fino a rendere la scultura della massima lucentezza. La rifinitura dell'opera veniva eseguita solamente dall'artista. 
Tutte le sue sculture sono in marmo di Carrara, usava però eliminare il biancore ricoprendo le opere con la cera d'api per ottenere l'effetto dell'incarnato. In seguito si rese conto che il colore tendeva a svanire pertanto utilizzò l'acqua di ruota dell'arrotino.  
Canova per realizzare i suoi capolavori consultava gli scritti di letteratura classica:
Lavoro tutto il giorno come una bestia, ma è vero altresì che quasi tutto il giorno ascolto a leggere i tomi sopra Omero (Lettera a Cesarotti, 1794). 
Antonio Canova  - Disegno preparatorio "Ercole e Lica" (Fig.14)

Bozzetto in terracotta "Maddalena Penitente" 1794, Antonio Canova - Museo Civico di Bassano (Fig.15)

Calco in gesso con chiodini metallici - Antonio Canova Gypsotheca Possagno (TV) (Fig.16)

Telaio metrato  utilizzato dal Canova (Fig.17)

Canova e il recupero delle opere trafugate

Dopo la caduta della Repubblica di Venezia avvenuta nel 1797 grandi quantità d'opere d'arte vennero trasferite in Francia. Nel 1802 Pio VII nominò Canova Ispettore Generale alle Belle Arti, conferendogli vasti poteri sul recupero dei beni artistici. Egli in occasione di un viaggio che fece a Parigi si lamentò con Napoleone per le innumerevoli spoliazioni relative al patrimonio artistico:
Lasci Vostra Maestà lasci almeno qualche cosa all'Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli.
Nel 1815, a seguito della caduta di Napoleone, Antonio Canova in rappresentanza dello Stato Pontificio, si recò in Francia per ottenere  la restituzione delle opere trafugate dall'imperatore, purtroppo su cinquecentosei opere ne furono recuperate circa la metà. 
Il grande pregio di Canova è anche quello di aver riportato a Venezia i cavalli bronzei del pronao della basilica e il leone sulla colonna della piazzetta sottratti nel 1798 dall'esercito napoleonico. Partiti da Parigi il 17 ottobre del 1815 i cavalli giunsero a Venezia trasportati su zattere, essi furono accolti a San Marco con una solenne cerimonia (fig.18).  

Vincenzo Chilone "La cerimonia del ricollocamento dei cavalli bronzei sul pronao della Basilica di San Marco" 1815 olio su tela, 59x84 Proprietà privata  (Fig.18)

per acquistare il libro:

domenica 23 giugno 2019

Guido Reni e San Michele Arcangelo

Uno Sguardo alle Opere d'Arte citate nel Romanzo/Noir "Rosso Barocco" di Max e Francesco Morini. 

A cura di Manuela Moschin

In questo articolo vi parlo di uno straordinario romanzo/noir dalla trama elettrizzante e trascinante. Una scritta misteriosa, che compare nella cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, costituisce l'inizio di un'intrigante storia ambientata a Roma dove vede protagonisti due grandi geni del passato: Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini. 
Dalla rivalità dei due artisti ne esce un giallo poliziesco molto coinvolgente che guida il lettore negli angoli più suggestivi della città, dove antichi segreti si concatenano a fatti accaduti nell'epoca attuale. Max Francesco Morini, autori anche di "Nero Caravaggio", rendono ancora una volta la storia dell'arte protagonista assoluta. Il libro è ricchissimo di pillole di cultura che affascinano in ogni pagina.
Gli autori non si limitano soltanto a citare aneddoti o fatti storici che si sono verificati nella Roma del '600, ma li descrivono in modo approfondito soddisfacendo le curiosità del lettore.
I protagonisti si trovano coinvolti in allettanti vicende, accadute in talune chiese e cripte, dove le opere d'arte fanno da sfondo diventando a sua volta parte del racconto.
La lettura è molto fluida e veloce con momenti di suspence e colpi di scena.
Si rimane talmente incuriositi e attratti dallo svolgersi degli avvenimenti che si giunge al termine del racconto senza rendersene conto. I dialoghi tra i personaggi, tra l'altro ben caratterizzati, sono accompagnati da battute ironiche che rendono il romanzo un perfetto humour per una lettura spensierata. Il passato e il presente si fondono creando una continuità apparentemente reale.
Lo stile descrittivo è caratterizzato dall'uso dell'Io narrante interpretato da Fango, l'assistente che collabora assieme a Misericordia durante le indagini, una modalità solitamente utilizzata nei classici gialli polizieschi.
Il dipinto "San Michele Arcangelo" (Fig.1-3) di Guido Reni è citato anch'esso nel racconto. A tal proposito ho dedicato l'articolo a questo grande artista considerato un illustre esponente del classicismo. 
Complimenti Max e Francesco sono rimasta veramente affascinata dal vostro libro che consiglio vivamente!

Guido Reni (Bologna 1575-1642) "San Michele Arcangelo" 1635 - olio su seta, cm. 293x202, Santa Maria della Concezione conosciuta come la "Chiesa dei Cappuccini" - Roma (Fig.1-3)

Guido Reni "San Michele Arcangelo" 1635 olio su seta, cm. 293x202 Chiesa dei Cappuccini Santa Maria della Concezione Roma (Fig.1-3)


Raccontano gli autori Morini:
Feci uno sforzo di lucidità e di memoria:"Be', nella prima cappella a destra innanzitutto l'arcangelo Michele di Guido Reni che schiaccia la testa al diavolo...". 
"Che però non è un diavolo qualsiasi...". "Certo, è Giovanni Battista Pamphilj, il futuro Innocenzo X". "Ovvero la famiglia rivale dei...". "...Barberini!". "Ecco la Terza B! Cosimato ci ha detto che Silvia e il biondo si sono fermati lì, nella prima cappella a destra; poi lui l'ha portata sotto l'altare dove c'è la tomba di Antonio Barberini". 
"Ah, non me lo ricordavo...E chi era?" "Il fratello di Urbano VIII, frate cappuccino e poi cardinale, in onore del quale il papa fece costruire la chiesa".
Ai tempi in cui visse Guido Reni ci furono due importanti famiglie nobili che si contesero il potere: Pamphilj e i Barberini. 
Per un insieme di circostanze accadde un episodio curioso che coinvolse anche l'artista:
il cardinale di Sant' Onofrio Antonio Barberini, fratello del papa Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1568-1644), commissionò a Reni il dipinto "San Michele Arcangelo" (Fig.1-3), da collocare nella prima cappella a destra della chiesa di Santa Maria della Concezione, anch'essa edificata dal Barberini nel 1624.
Fino a questo punto non c'è nulla di inconsueto. Il cardinale chiese semplicemente al pittore di ritrarre un angelo che fosse di una bellezza celestiale. Il Reni, però, non si limitò unicamente a soddisfare la sua richiesta. L'artista, infatti, a causa di un torto subito da parte del cardinale Giovanni Battista Pamphilj (futuro papa Innocenzo X), approfittò della situazione per vendicarsi nei suoi confronti.  Pare che il Pamphilj, in qualche occasione, abbia diffamato l'artista parlando di lui in modo offensivo. Il Reni, uomo dal carattere bizzarro e astioso, ebbe un'idea piuttosto malefica. Egli ritrasse un giovane arcangelo, con tratti quasi femminili, che sta impugnando una spada e calpestando la testa del demonio (Fig.1-3)La particolarità è relativa al volto del diavolo, in quanto, risultò possedere le sembianze del futuro papa Innocenzo X.

In un ritratto di Diego Velázquez raffigurante il papa Innocenzo X (Fig.2) si possono riconoscere le affinità fisionomiche con il personaggio raffigurato dal Reni. Si può notare che, il viso schiacciato dall'arcangelo Michele è molto simile a quello di Giovanni Battista Pamphilj dipinto da Velázquez.
Diego Velázquez "Papa Innocenzo X" 1650 olio su tela cm.140x120 Gallera Doria Pamphilj Roma (Fig.2) 
 Dettaglio - Guido Reni "San Michele Arcangelo" 1635 olio su seta, cm. 293x202 Chiesa dei Cappuccini Santa Maria della Concezione Roma (Fig.1-3)

Quando il nobile si rese conto della somiglianza con il diavolo, il Reni si difese dicendo:
"L'angelo io non potevo vederlo e dovetti dipingerlo secondo la mia fantasia. Il demone invece l'ho incontrato parecchie volte, l'ho guardato attentamente e ho fissato i suoi tratti proprio come li ho visti".
Inoltre, in una lettera che accompagnava il dipinto "San Michele Arcangelo", il pittore scrisse:
 "Vorrei aver avuto pennello angelico e forme di paradiso, per formar l'arcangelo e vederlo in cielo, ma io non ho potuto salir tant'alto, ed in vano l'ho ricercato in terra, sicchè ho riguardato in quella forma che nell'idea mi sono stabilita". 
A parte questo singolare aneddoto, la peculiarità del dipinto deriva dal gioco dei colori: luminosi e vivaci nell'arcangelo,  cupi e terrosi nel muscoloso demonio.
Inoltre, è incantevole ammirare il modo in cui la maestosa figura dell'arcangelo appare con le vesti fluttuanti e il volto aggraziato. La bellezza ideale incarnata nell'angelo simboleggiante il bene, si scontra con le atroci malvagità del demonio, calpestato e sconfitto che impersona il male minaccioso sull'uomo e dal quale egli desidera liberarsi. E' veramente stupendo addentrarsi nell'irresistibile fascino della pittura di Guido Reni che si manifesta nella grazia dei movimenti, nella luminosità dei colori, nell'equilibrio della composizione e nel mito del divino. Nei due dipinti, osservabili nelle figure n.6 e n.7 raffiguranti il Cristo, è toccante ammirare la forza espressiva del dolore accompagnata da una serena rassegnazione. Nell'opera "San Gerolamo e l'angelo" (Fig.8) è evidente tra le due figure il gioco degli sguardi molto intensi e comunicativi.
Lo storico dell'arte Roberto Longhi (1890-1970) si espresse così nei confronti dell'artista:
"un anelito a estasiarsi, dove il corpo non è che un ricordo mormorato, un'impronta; un movente quasi buddistico, che bene s'accorda con l'esperienza tentata da Guido di dipinger sulla seta, a somiglianza, appunto, degli orientali".

Iconografia cristiana

Secondo l'iconografia cristiana, l'immagine di Michele arcangelo deriva dai passi dell'Apocalisse, ovverosia, dall'ultimo libro del Nuovo Testamento. Il Santo è solitamente rappresentato alato, in armatura con la spada o una lancia, allo scopo di sconfiggere il diavolo. Il nome Michele significa "chi è come Dio", egli infatti è conosciuto come difensore della fede in Dio contro il male di Satana.  
Guido Reni "Autoritratto" 1602-1603 ca. Galleria di Palazzo Barberini (Fig.4)

Guido Reni (Bologna, 1575-1642) (Fig.4) uomo molto affascinante e amante del gioco d'azzardo, fu uno dei massimi esponenti del classicismo. Fin da bambino assisteva ai concerti del padre musicista, il quale, desiderava che il figlio seguisse la sua stessa carriera. A soli nove anni conobbe il pittore fiammingo Denijs Calvaert (1540-1619) che, scoprendo le sue attitudini artistiche, lo accolse nella sua scuola dicendo:
“E così Guido nell’accademia della musica trovò la scuola della pittura, dandoci a conoscere che quando ci spinge il cielo, anco per contrario sentiero corriamo alla meta”.
Alla morte del padre, Reni frequentò a Bologna l'Accademia degli Incamminati, una delle prime accademie d'arte italiane fondata nel 1580 ca. da Agostino, Annibale e Ludovico Carracci (Fig.5). 
Lo scrittore d'arte francese André Félibien (1619-1695) nel 1666 scrisse:
"Di tutti gli allievi dei Carracci è stato il più felice e ancor oggi si trova un'infinità di persone che prediligono le sue opere al punto da preferire la delicatezza e la grazia che manifestano alla grandezza e alle forti espressioni di altre"
Nel 1600 ca. il pittore fu a Roma, dove ebbe modo di studiare le opere di Annibale Carracci e del Caravaggio. 
Egli amava ricercare la bellezza ideale imitando la realtà ma, contrariamente a Caravaggio che riproduceva anche quella nuda e cruda, egli ritraeva ciò che la natura offriva di più bello. L'artista fu nominato dai suoi contemporanei come "Il nuovo Raffaello". 
Scuola bolognese, Annibale, Ludovico e Agostino Carracci XVII secolo cm. 25x32 - Collezione privata (Fig.5)


Guido Reni "Testa di Cristo coronato di spine" 1630 ca. Detroit Institute of Arts Detroit (Michigan) - Stati Uniti d'America (Fig.6)


Guido Reni "Crocifisso" (1637-1638) pittura ad olio su tela, Basilica di San Lorenzo in Lucina - Presbiterio altare maggiore, Roma (Fig.7)
Guido Reni "San Gerolamo e l'angelo" 1634-1635 olio su tela, cm.278-238 Vienna Kunsthistorisches Museum (Fig.8)

Guido Reni "Ritratto della madre" (1615-1620)  Pinacoteca Nazionale di Bologna (Fig.9)

Termino l'articolo con un pensiero di Guido Reni nel quale esprime il suo concetto di arte e ispirazione:
”L’ispirazione – diceva - non esiste: l’arte, per me, è stato un continuo disegnare… migliaia e migliaia di mani, piedi, nasi, bocche, occhi, dipinti sempre, continuamente ovunque, per imparare…”
Grazie e arrivederci in arte. 
Manuela
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ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...