venerdì 24 settembre 2021

Michelangelo Buonarroti, Sacra Famiglia detto Tondo Doni

   © Photo by Massimo Gaudio


Michelangelo Buonarroti, Sacra Famiglia detto Tondo Doni (1505-1506)

Michelangelo dipinse questa Sacra Famiglia per Agnolo Doni, mercante fiorentino il cui prestigioso matrimonio nel 1504 con Maddalena Strozzi avvenne in un periodo cruciale per l’arte a Firenze di inizio secolo. La compresenza in città di Leonardo, Michelangelo e Raffaello apportò uno scatto di crescita al già vivace ambiente fiorentino, che nel primo decennio del secolo visse una stagione di altissimo fervore culturale. Agnolo poté quindi celebrare le sue nobili nozze e la nascita della sua primogenita con alcune delle massime espressioni di questa eccezionale fioritura: i ritratti dei due coniugi dipinti da Raffaello, e il tondo di Michelangelo, che è l’unico dipinto certo su tavola del maestro. Michelangelo aveva da poco studiato le potenzialità del formato circolare, molto apprezzato nel primo Rinascimento per gli arredi devozionali domestici, nei marmi del “Tondo Pitti” (Museo Nazionale del Bargello) e del “Tondo Taddei” (Royal Academy di Londra): in entrambi i casi la Madonna, il Bambino e San Giovannino occupano prepotentemente tutta la superficie del rilievo. Anche il “Tondo Doni” è concepito come una scultura, in cui la composizione piramidale del gruppo si impone su quasi tutta l’altezza e la larghezza della tavola. E’ stato notato che, nella sua compattezza, il gruppo ricorda la struttura di una cupola, tuttavia animata al suo interno dalle torsioni dei corpi e dalla concatenazione dei gesti per il passaggio delicatissimo del Bambino dalle mani di San Giuseppe a quelle della Vergine. Questa composizione così articolata ed espressiva scaturisce dalla conoscenza e dallo studio da parte di Michelangelo dei grandi marmi del periodo ellenistico (III-I secolo a. C.), contraddistinti da movimenti serpentinati e forte espressività, che stavano emergendo dagli scavi delle ville romane. Alcuni di questi importanti ritrovamenti, come l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte scavato nel gennaio 1506, sono citati puntualmente nel quadro fra le figure di nudi in piedi, appoggiati a una balaustra (rispettivamente a sinistra e a destra di San Giuseppe). La presenza di Laocoonte permette di avanzare per il tondo una datazione che coincide con la nascita di Maria Doni (settembre 1507). I giovani nudi, la cui identificazione è complessa, sembrano rappresentare l’umanità pagana, separata dalla Sacra Famiglia da un basso muretto che rappresenta il peccato originale, oltre il quale c’è anche San Giovannino, che favorirebbe l’interpretazione battesimale del dipinto.
La cornice del tondo, probabilmente su disegno di Michelangelo è stata intagliata da Francesco del Tasso, esponente della più alta tradizione dell'intaglio ligneo fiorentino. Vi sono raffigurate la testa di Cristo e quelle di quattro profeti, circondate da grottesche e racemi, in cui sono nascoste, in alto a sinistra, delle mezze lune, insegne araldiche della famiglia Strozzi. (tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Michelangelo Buonarroti (Caprese 1475 - Roma 1564)
Titolo: Sacra Famiglia detto Tondo Toni
Datazione: 1505 - 1506
Supporto : Tempera grassa su tavola
Misure (cm): 120 (diametro)
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

lunedì 20 settembre 2021

Leonardo da Vinci, Annunciazione

  #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio

Leonardo da Vinci, Annunciazione (1472)

Davanti ad un palazzo rinascimentale, in un rigoglioso giardino recintato che evoca l’hortus conclusus allusivo alla purezza di Maria, l’Arcangelo Gabriele si inginocchia davanti alla Vergine rivolgendole il saluto ed offrendole un giglio. La Vergine risponde, seduta con grande dignità davanti a un leggio sul quale è poggiato un libro. Il tradizionale tema sacro è collocato da Leonardo in un’ambientazione naturalistica e terrena: l’angelo ha una corporeità concreta, suggerita dall’ombra proiettata sul prato e dalla resa dei panneggi che presuppongono studi dal vero. Anche le sue ali prendono ispirazione da quelle di qualche poderoso rapace. E’ straordinaria la resa della luce crepuscolare che plasma le forme, unifica la scena e fa risaltare le sagome scure degli alberi sul lontano paesaggio dello sfondo, dominato dai toni sfumati cari all’artista. Gli elementi architettonici sono disegnati secondo le regole della prospettiva con punto di fuga centrale, ma alcune anomalie riscontrabili nella figura della Vergine, il cui braccio destro appare eccessivamente lungo, potrebbero rispecchiare precoci ricerche di ottica da parte di Leonardo, che avrebbe tenuto conto del punto di vista laterale (da destra) e ribassato determinato dalla collocazione originale della tavola dipinta, cioè sopra un altare laterale di una chiesa.

Pervenuto agli Uffizi nel 1867 dalla sagrestia della chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto fuori porta San Frediano a Firenze, del dipinto non si conoscono né la collocazione originaria, né la committenza. L’Annunciazione è largamente ritenuta un’opera giovanile di Leonardo da Vinci, eseguita quando il maestro era ancora nella bottega di Andrea del Verrocchio. Imita un’invenzione del Verrocchio la foggia del leggio, ispirata al sarcofago di Piero il Gottoso nella chiesa di San Lorenzo a Firenze. (testo di Daniela Parenti tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Leonardo da Vinci (Vinci 1452 – Amboise 1519)
Titolo: Annunciazione
Datazione: 1472 ca.
Supporto : Olio su tavola
Misure (cm): 90 x 222
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

venerdì 17 settembre 2021

Tiziano Vecellio, Flora

 #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio
Tiziano Vecellio, Flora (1517 ca.)

La giovane donna emerge dal fondo bruno del dipinto porgendo con la mano destra un mazzo di fiori primaverili, composto di roselline, viole, gelsomini; è abbigliata all’antica, con una candida camiciola che scivola sulla spalla destra lasciando intravedere il seno, mentre reclina dolcemente la testa sulla spalla sinistra, volgendo lo sguardo fuori dallo spazio dipinto. Il suo volto, dai tratti delicatissimi, corrisponde perfettamente ai canoni della bellezza rinascimentale cinquecentesca: pelle chiara e luminosa, il rosa sulle guance, e il viso incorniciato da lunghi capelli sciolti, biondo ramati, il colore tipico delle chiome delle donne ritratte da Tiziano (da qui il termine “rosso Tiziano”).

L’identificazione del soggetto come “Flora”, la ninfa sposa di Zefiro di origine greca le cui gesta sono narrate da Ovidio, risale a Joachim von Sandrart, storiografo olandese, che nel 1635 circa vide l’opera nella collezione di don Alfonso Lòpez, ambasciatore spagnolo ad Amsterdam. Venduta da quest’ultimo all’Arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo, la tela giunse poi a Firenze nel 1793 nell’ambito degli scambi di opere d’arte tra l’Imperiale Galleria del Belvedere di Vienna e i granduchi di Toscana. La celebrità di questa immagine è testimoniata dalle numerose incisioni tratte a partire dal XVI secolo.

Il dipinto si inserisce nel filone di ricerca sull’immagine della bellezza femminile aperto a inizio secolo dalla “Laura” di Giorgione datata 1506 del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Al pari delle altre raffigurazioni di donne di particolare avvenenza e sensualità che costituiscono il sottogenere della pittura nato in laguna e denominato le “Belle”, l’immagine non allude in maniera univoca a Flora, l’animatrice delle feste licenziose dell’antichità romana, bensì alla bellezza muliebre capace di unire pudicizia e voluptas. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1488/90 - Venezia 1576)
Titolo: Flora
Datazione: 1489 - 1490
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 79,7 x 63,5
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

mercoledì 15 settembre 2021

Sandro Botticelli, Annunciazione di Cestello

L'Arte di fotografare l'Arte

© Photo by Massimo Gaudio

Sandro Botticelli, Annunciazione di Cestello (1489-90)


La tavola fu commissionata nel 1489 a Sandro Botticelli dal cambiavalute fiorentino Benedetto di ser Francesco Guardi per la cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria Maddalena in borgo Pinti a Firenze. L’essenzialità dell’ambientazione, dove mancano quasi del tutto gli elementi di arredo, la sobrietà delle vesti dell’arcangelo Gabriele e della Vergine, caratterizzate da un ridotto uso di toni cromatici e di decorazioni, la gestualità accentuata e un po’ teatrale dei personaggi rispecchiano la ricerca di semplicità e il fervore religioso che si afferma negli anni della predicazione del frate domenicano Girolamo Savonarola. Sono presenti elementi consueti della simbologia mariana, come l’apertura nella parete che allude a Maria come porta del cielo e il giardino recintato visibile sullo sfondo, emblema della verginità della Madonna.
Il dipinto ha conservato la cornice originale, dipinta in basso con gli stemmi del committente e la figura di Cristo in pietà. Sono inoltre presenti due iscrizioni in latino, tratte dal Vangelo di Luca, che alludono all’incarnazione del figlio di Dio nel grembo di Maria. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Sandro Botticelli (Firenze 1445 - 1510)
Titolo: Annunciazione di Cestello
Datazione: 1489 - 1490
Supporto : Tempera su tavola
Misure (cm): 150 x 156
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze



mercoledì 8 settembre 2021

Artemisia Gentilechi, Giuditta decapita Oloferne

    #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio
Artemisia Gentilechi, Giuditta decapita Oloferne (1620 ca.)

“Dio lo ha colpito per mano di donna”. Così Giuditta, giovane ebrea di Betulia, commenta nella Bibbia il suo atto eroico che portò Israele alla liberazione del suo popolo dall’assedio dell’esercito di Nabucodonosor. Giuditta si era presentata all’accampamento del crudele Oloferne, capo dell’esercito nemico, vestita nei suoi abiti migliori, fingendo di volersi alleare con lui. Il generale assiro, colpito dalla bellezza di lei, la invita ad un ricco banchetto nella sua tenda. Dopo aver mangiato e bevuto, Oloferne, ubriaco, cade addormentato nel suo letto, dando occasione a Giuditta di sottrargli la scimitarra e infierirgli il colpo mortale. Nell’imponente dipinto degli Uffizi (1620 circa), Artemisia Gentileschi affronta il momento dell’uccisione di Oloferne per mano di una determinata e vigorosa Giuditta. L’effetto d’insieme è potente e spaventoso: il corpulento generale è ubriaco e riverso sul letto, la testa afferrata per la chioma, la spada che affonda nel collo. Artemisia non esita ad esibire un dettaglio cruento come il sangue che schizza copiosamente fino a macchiare il petto della stessa Giuditta. Il quadro era stato terminato a Roma dove Artemisia era tornata dopo sette anni di permanenza a Firenze e dove aveva potuto rinverdire il contatto con le opere caravaggesche. La naturalistica “virilità” della rappresentazione produsse severe reazioni al suo invio a Firenze e negò al dipinto l’onore di un’esposizione privilegiata in Galleria, anzi a fatica la pittrice, e solo per intervento dell’amico Galileo Galilei, riuscì a farsi corrispondere con grande ritardo il compenso a suo tempo pattuito dal Granduca Cosimo II de’ Medici, scomparso nel 1621, appena dopo l’esecuzione della grande tela. Questo dipinto oggi ci parla anche dell'avventura umana e professionale di una donna che scelse di essere artista in un'epoca dominata dagli uomini: e vi riuscì, lavorando per le corti di Roma, Firenze, Napoli, spingendosi in Inghilterra e infine entrando, prima donna in assoluto, nell'Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Artemisia Gentileschi (Roma 1593 - Napoli 1652/1653)
Titolo: Giuditta decapita Oloferne
Datazione: 1620 ca.
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 146,5 x 108
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

martedì 7 settembre 2021

La volta della Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto

Giotto, la volta della Cappella degli Scrovegni, Padova.


A cura di Manuela Moschin del blog www.librarte.eu
Benvenuti carissimi, nel centro storico di Padova si trova la celebre Cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto, tra il 1303 e il 1305, su commissione di Enrico degli Scrovegni. Il pittore dipinse tutte le pareti dell’oratorio, seguendo un impianto decorativo ispirandosi ad Alberto da Padova, che era un teologo agostiniano. La decorazione fu trattata creando quattro fasce, in cui si trovano i pannelli dedicati al tema della salvezza: gli episodi di Gioacchino e Anna, di Maria, della vita e morte di Cristo, i monocromi dei Vizi e delle Virtù e il Giudizio Universale.
L’immagine che propongo riproduce la volta azzurra a botte, con le stelle a otto punte come simbolo dell’ottavo giorno, alludente all’eternità e alla perfezione. Il cielo stellato si sviluppa proiettando tre fasce decorative e dieci tondi. Nei tre archi Giotto ritrasse patriarchi e re dell'Antico Testamento. Dal cielo blu appaiono la Madonna col Bambino e il Cristo benedicente, otto Profeti, Santi e angeli. Sulla volta stellata il Cristo Pantocratore benedice gli astanti con il gesto della mano, tenendo intrecciati l’indice e il medio. Segno che esprime la doppia natura di Cristo, umana e divina. Il simbolo della Trinità fu simboleggiato unendo altresì il pollice, l’anulare e il mignolo.
In generale, il senso dell’opera si concentra sul significato relativo alle sofferenze di Cristo, che morì sulla croce per liberare i peccati dell’uomo. Secondo tale lettura, seguendo il suo esempio e meditando sull’accaduto, è possibile evitare le pene. Per questo motivo il committente Enrico Scrovegni si è fatto raffigurare dalla parte dei salvati, nel Giorno del Giudizio, mentre sta offrendo la Cappella alla Madonna.
La Cappella degli Scrovegni costituisce l’espressione della maturità artistica di Giotto, considerato il precursore del Rinascimento, poiché favorì la nascita di un linguaggio figurativo moderno. È la resa degli stati d’animo, rappresentati con un eccellente realismo e l’innovazione nell’uso della prospettiva, a far emergere le prime rivoluzionarie raffigurazioni tratte dalla vita reale.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.



mercoledì 1 settembre 2021

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Bacco

   #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Bacco (1598 ca.)


Il dipinto si inserisce nella serie giovanile delle mezze figure dipinte "in chiaro" che annovera opere come il "Fruttaiolo" della Galleria Borghese di Roma, il "Fanciullo morso dal ramarro" della Fondazione Longhi di Firenze , il "Canestro di frutta" della Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Caravaggio, protagonista a Roma nella prima decade del Seicento di una rivoluzione in pittura che invase l’Europa intera, ostenta in quest’opera una magistrale resa naturalistica del mondo vegetale. Sorprendente la resa del cesto di frutta e della coppa di vino offerto dal Dio , brani intesi da alcuni studiosi come invito oraziano alla vita frugale, alla convivialità e all'amicizia. La scultorea figura di Bacco, dall’espressione stordita dal vino è esemplata su modelli dell’arte classica, in particolare in ritratti di Antinoo, e appare intrisa di una sensualità languida. Mina Gregori vi ha letto una particolare visione dell’antichità inneggiante alla libertà dei sensi ed un riferimento ai riti iniziatici ed ai travestimenti bacchici che si praticavano a Roma. Rinvenuta nei depositi degli Uffizi nel 1913 e attribuita al Caravaggio da Roberto Longhi, l'opera è da riferirsi all’attività ancora giovanile del pittore, quando, a Roma, si trovava sotto la protezione del cardinale Francesco Maria del Monte. Questo dipinto, assieme alla Medusa (inv. 1890 n. 1351), venne donato dal Cardinal del Monte a Ferdinando I de' Medici in occasione della celebrazione delle nozze del figlio Cosimo II nel 1608. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano 1571 - Porto Ercole 1610)
Titolo: Bacco
Datazione: 1598 ca.
Supporto : Olio su tela
Misure (cm): 95 x 85
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...