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| Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission |
Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplethorpe è uno degli interpreti della
controcultura tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la creatività si fa gesto politico e le arti si fondono in
nuovi linguaggi di libertà e identità.
“Tutto cambia quando l’amica regista Sandy Daley regala a Mapplethorpe una polaroid - racconta Denis
Curti curatore della mostra - e con questa tra le mani, tra il 1970 e il 1971, Robert inizia un percorso legato
allo studio del suo autoritratto, concentrato sulla rappresentazione del sesso omoerotico e partendo da se stesso. Nello stesso momento incontra Tom of Finland (pseudonimo di Touko Laaksonen): il primo a dare
vita all’estetica omosessuale. Tra di loro nasce una grande amicizia che cambia per sempre la visione di
Mapplethorpe. Entrambi esplorano il tema del feticismo, della pelle e della bellezza classica applicata al
corpo maschile. Mentre Tom lo faceva con l'esagerazione del disegno, Mapplethorpe lo faceva con la
precisione quasi marmorea della fotografia, ma entrambi hanno contribuito a rendere "arte" ciò che prima
era considerato solo un materiale sotterraneo”.

A Milano protagonista è la sua ricerca estetica, i suoi nudi sensuali che si distinguono per la
perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica: il
corpo, scolpito dall’uso sapiente della luce e dei contrasti, è il mezzo per la sublimazione della sua
indagine artistica.
“Autodidatta, - continua Denis Curti - Sam Wagstaff (suo mentore e compagno) gli regala nel 1975 la prima
Hasselblad, la macchina a medio formato che gli permette di ottenere quella precisione scultorea e quei
bianchi e neri perfetti per cui è oggi universalmente conosciuto. L’obiettivo di questa mostra è proprio
quello di ricollocare Robert Mapplethorpe nella dimensione della fotografia più alta, tra i più
importanti fotografi del XX secolo, oltre la provocazione e oltre la censura”.
La costruzione di un percorso espositivo così completo è stata possibile grazie alla generosa
collaborazione con la Fondazione Mapplethorpe di New York, creata dallo stesso fotografo nel 1988
pochi mesi prima della sua morte, non solo a tutela del suo lavoro ma anche per finanziare la ricerca
medica e i progetti legati alla lotta contro il virus e alla cura dell’HIV.
La mostra si snoda infatti attraverso diverse sezioni tematiche con oltre 200 opere che ripercorrono l’intera
evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe, dagli esordi sperimentali alla maturità stilistica.
I primi collage. Il percorso si apre con gli assemblaggi realizzati sul finire degli anni Sessanta. In queste
opere, molto rare e poco esposte, in cui Mapplethorpe combina ritagli di riviste, disegni e feticci religiosi,
indumenti e oggetti, si riflettono la ricerca sull’identità e il piacere dell’artificio, sperimentati dall’artista con
l’obiettivo di creare una relazione con l’altro.
Patti Smith e Lisa Lyon. Ampio spazio è dedicato in due sezioni alle muse fondamentali dell'artista. Se i
ritratti di Patti Smith immortalano un legame simbiotico e vulnerabile che attraversa decenni, una vera e
propria ode indelebile all’amata amica, quelli della campionessa mondiale di bodybuilding Lisa Lyon
esplorano una bellezza androgina che trascende le convenzioni di genere, celebrando la potenza fisica
attraverso parametri estetici neoclassici.
Autoritratti e identità. La sezione degli autoritratti rivela un'introspezione dolorosa e fluida. Mapplethorpe
usa la macchina fotografica come uno specchio dell'anima, documentando la propria esistenza dalle pose
dandy degli anni Settanta fino alle immagini finali scavate dalla malattia.
Il ritratto. In mostra i volti di celebrità come Andy Warhol, Peter Gabriel, Yoko Ono, Isabella Rossellini.
Per Mapplethorpe il ritratto in studio è un incontro tra due anime: un "altare visivo" dove la corporeità viene
trasfigurata in leggenda grazie a una cura maniacale per l'equilibrio e la luce.
Nudi e fiori. Nudi maschili e femminili celebrano la perfezione classica, sfidando al contempo gli schemi
sociali tradizionali. Particolarmente iconiche sono le fotografie dei fiori (calle, orchidee, tulipani), ritratti
come apparizioni passionali e "muscoli pulsanti", in bilico tra la sacralità della forma e allusioni
delicatamente erotiche.
In dialogo con l’Antico. La mostra chiude con una sezione che evidenzia il legame tra la fotografia
contemporanea e la statuaria classica. Mapplethorpe usa la sua Hasselblad 500C per "sciogliere" le
membra marmoree delle sculture antiche, infondendo loro una scintilla di vita e rendendo la pietra morbida
come carne viva.
La retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desidero è il secondo atto di una più ampia trilogia, che
ha avuto inizio a Venezia nelle Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma, al Museo dell’Ara Pacis,
dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire
un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.
Le fotografie degli allestimenti sono di Andrea Avezzù