giovedì 26 agosto 2021

Simone Martini e Lippo Memmi, Annunciazione con i santi Ansano e Massima

  #artiebellezzeitaliane

Photo by Massimo Gaudio

Simone Martini e Lippo Memmi, Annunciazione con i santi Ansano e Massima (1333)

La tavola, firmata e datata, fu eseguita per l’altare di Sant’Ansano posto nel transetto del duomo di Siena, dedicato alla Vergine Assunta. L’arcangelo Gabriele appare alla Vergine preannunciando la nascita di Gesù e saluta Maria con parole che sono iscritte a rilievo nel fondo oro, “AVE GRATIA PLENA DOMINUS TECUM”. L’apparizione dell’angelo è improvvisa, come suggerisce lo svolazzare del mantello e le ali spiegate. La Vergine ne è turbata, si ritrae e si stringe nel mantello. L’ambiente in cui si svolge la scena non è definito, ma i pochi elementi raffigurati-il pavimento marmoreo, il seggiolone riccamente intagliato, le stoffe preziose, il libro che Maria stava leggendo prima dell’apparizione celeste - sono riconducibili allo stile di vita seguito nel Trecento dai ceti più agiati. In alto, al centro della scena, è raffigurato lo Spirito santo in forma di colomba circondata da angeli, allineato al vaso con i gigli, simbolo del figlio di Dio e della purezza di Maria. Ai misteri dell’Incarnazione alludono i cartigli sorretti dai profeti effigiati nei tondi della cornice, da sinistra Geremia, Ezechiele, Isaia e Daniele. Ai lati dell’Annunciazione sono raffigurati il martire Ansano, che reca il vessillo con i colori di Siena di cui era uno dei santi patroni, e una santa martire, forse Massima, madre di Ansano, o Margherita; l’iscrizione ai suoi piedi, che la identifica con Giuditta, è falsa.
E’ invece originale l’iscrizione che indica quali autori della pala d’altare i due pittori senesi Simone Martini e Lippo Memmi, sebbene la critica d’arte tenda ad attribuire a Simone gran parte dell’ideazione e dell’esecuzione di questo raffinatissimo dipinto, uno dei maggiori capolavori della pittura del Trecento in Europa. Amico del poeta Francesco Petrarca e attivo per committenti illustri come gli Angiò e la corte papale di Avignone, Simone condivise la bottega con Lippo Memmi, con il quale si era imparentato avendone sposato la sorella. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)


Autore: Simone Martini (Siena 1284 c. - Avignone 1344) e Lippo Memmi (Siena 1317 - 1347)
Titolo: Annunciazione con i santi Ansano a Massima
Datazione: 1333
Supporto : Tempera su tavola e fondo oro
Misure (cm): 1824 x 210
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

mercoledì 18 agosto 2021

Paolo di Dono detto PAOLO UCCELLO, Battaglia di San Romano

L'Arte di fotografare l'Arte

© Photo by Massimo Gaudio

Paolo di Dono detto PAOLO UCCELLO, Battaglia di San Romano (1435-1440 c.)

La tavola faceva parte di un ciclo di tre dipinti che celebrava la vittoria dei fiorentini sulle truppe senesi e sull’alleanza guidata dal duca di Milano nella battaglia di San Romano (Pisa) nel 1432. Niccolò da Tolentino, a capo dell’esercito fiorentino, è raffigurato mentre con l’asta colpisce e disarciona Bernardino della Carda, il condottiero alla guida delle truppe avversarie, mentre intorno infuria la battaglia. La direzione delle aste e delle balestre, leggermente inclinate in avanti quelle impugnate dai soldati fiorentini, lievemente arretrate quelle degli avversari, presagisce l’esito della battaglia. La tavola degli Uffizi è l’episodio centrale della sequenza narrativa, che iniziava con la raffigurazione di Niccolò da Tolentino alla guida delle truppe fiorentine nel dipinto oggi alla National Gallery di Londra e si chiudeva con l’attacco di Michelotto da Cotignola, alleato dei fiorentini, illustrato nel pannello del Museo del Louvre a Parigi. Il ciclo decorativo fu commissionato da Lionardo Bartolini Salimbeni, protagonista della vita politica fiorentina della prima metà del XV secolo, per il proprio palazzo a Firenze pochi anni dopo l’epica impresa; in origine le tavole avevano la forma arcuata nella parte superiore, per inserirsi fra le arcate di una sala coperta con volta a peducci. Gli eredi di Lionardo Bartolini cedettero poi i dipinti a Lorenzo il Magnifico, che li fece collocare nel proprio palazzo di via Larga (l’odierno Palazzo Medici-Riccardi in via Cavour) facendone modificare la forma probabilmente allo stesso Paolo Uccello, autore del ciclo pittorico, che firmò la tavola oggi agli Uffizi in basso a sinistra. Le integrazioni agli angoli mostrano la raffigurazione di fronde di arance, le “mala medica” emblema della famiglia Medici. Per la resa delle armature e dei finimenti Paolo Uccello impiegò una cospicua quantità di foglia metallica, che doveva originariamente conferire al dipinto grande ricchezza e brillantezza cromatica. Virtuoso della prospettiva, il pittore dimostra la sua abilità nella costruzione dei corpi scorciati che presuppongono un punto di vista dal basso, in virtù della collocazione alta delle tavole prevista dall’allestimento nel palazzo di Lionardo Bartolini. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)

Autore: Paolo di Dono detto PAOLO UCCELLO (Pratovecchio (AR) 1397 - 1475)
Titolo: Battaglia di San Romano
Datazione: 1435 - 1440 ca
Supporto : Tempera su tavola
Misure (cm): 182 x 323
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze

martedì 10 agosto 2021

Sala Tribuna agli Uffizi

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Photo by Massimo Gaudio
Sala Tribuna

La Tribuna venne realizzata fra il 1581 e il 1583 dall’architetto Bernardo Buontalenti per “tenere le più preziose gioie ed altre delizie onorate e belle che abbi il Granduca”, Francesco I de' Medici. Secondo la concezione del museo di allora, non doveva esporre solo opere d’arte come sculture e pitture, ma anche oggetti straordinari e curiosi, provenienti dal mondo naturale. Una WunderKammer (camera delle meraviglie) concepita come uno scrigno prezioso, condensato di conoscenze. La struttura, a pianta ottagonale, svetta dai tetti degli Uffizi e richiama esternamente, celebri edifici dell’antichità classica, come l’antica Torre dei Venti di Atene, e dell’età cristiana, come i Battisteri e le Basiliche. L’architettura della Tribuna è pervasa da riferimenti simbolici. La cupola, richiamo alla volta celeste, esternamente presenta una lanterna sormontata da una banderuola di ferro legata ad una lancetta che ne riproduce gli spostamenti su una rosa dei venti all’interno. La lanterna ha anche una funzione di meridiana: sia gli Equinozi che i Solstizi erano “a loro tempo assegnati quando veniva il Sole a questi punti, passando il lume Solare per certo luogo forato”. “Quel sovrano artifizio” faceva conoscere con certezza i meccanismi celesti, anche a chi era “poco pratico di pianeti, del moto del cielo e delle stelle”. Francesco I aveva concepito la Tribuna, da un punto di vista di arredi e fregi, come un luogo che rappresentasse i quattro elementi del mondo naturale. L’elemento Terra era reso dal pavimento che l’architetto Bernardo Buontalenti realizzò disegnando una raggiera a 8 spicchi-simile ad un grande fiore-composta da marmi policromi intarsiati (con alabastro dell’Africa settentrionale, porfido verde della Turchia, porfido d’Egitto) e raffigurazioni di piante e animali che il naturalista Jacopo Ligozzi dipinse lungo lo zoccolo, andato perduto. L’elemento Acqua fu evidenziato dalle 5780 conchiglie di madreperla della specie pinctada margaritifera, fatte arrivare appositamente dall’Oceano Indiano, e incastonate su un fondo tinto con lacca di cocciniglia, ottenuta – com’era d’uso - da milioni di piccoli insetti, sotto al quale furono stesi 130 metri quadri di lamina di foglia d'oro. Infine l’elemento Fuoco fu messo in risalto dalle pareti ricoperte da pregiati velluti rosso cremisi con frange dorate. L’elemento Aria lo ritroviamo nella svettante lanterna aperta ai venti e nelle otto finestre che si aprono in alto sulle pareti rischiarando l’interno. L’effetto è quello di uno scrigno che si apre al visitatore in tutto il suo splendore, fino quasi a stordirlo. La Tribuna è stata il cuore dell’esposizione delle collezioni medicee ed è l’ambiente che ha forse visto più riallestimenti e riadattamenti nel corso dei secoli. Sculture antiche al centro e dipinti di grandi dimensioni alle pareti animano ancora oggi il suggestivo spazio circolare avente il suo fulcro nella celebre Venere, qui giunti da Villa Medici sul Pincio nel Seicento. (testo tratto dal sito della Galleria degli Uffizi)




mercoledì 4 agosto 2021

Piero della Francesca, I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza

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Photo by Massimo Gaudio
Piero della Francesca, Doppio ritratto dei Duchi di Urbino (1473-1475)

Fra i più celebri ritratti del Rinascimento italiano, il dittico raffigura i signori di Urbino, Federico da Montefeltro (1422-1482) e sua moglie Battista Sforza (1446-1472). In accordo con la tradizione quattrocentesca, ispirata alla numismatica antica, le due figure sono rappresentate di profilo, taglio che garantiva una notevole verosimiglianza e precisione nella resa dei particolari, senza che trasparissero gli stati d’animo: i duchi di Urbino appaiono infatti immuni da turbamenti e emozioni. I coniugi sono affrontati e l’unità spaziale è suggerita dalla luce e dalla continuità del paesaggio collinare sullo sfondo – il paesaggio marchigiano su cui i Montefeltro regnavano. Spicca il contrasto cromatico fra l’incarnato abbronzato di Federico e quello chiarissimo di Battista Sforza, pallore che, oltre a rispettare le convenzioni estetiche in voga nel Rinascimento, potrebbe alludere alla precoce scomparsa della duchessa, morta giovanissima nel 1472. Sul retro delle tavole, i duchi sono effigiati mentre vengono portati in trionfo su carri, accompagnati dalla Virtù cristiane; le iscrizioni latine inneggiano ai valori morali della coppia. La presenza delle pitture sul verso induce a ritenere che i due dipinti, ora inseriti in una cornice moderna, potessero costituire in origine un dittico.
Opera tra le più famose di Piero della Francesca, il doppio ritratto si inserisce nell’ambito di consolidato rapporto fra il pittore e i duchi di Montefeltro, alla cui corte Piero soggiornò ripetutamente, trovandosi a contatto con un ambiente colto, raffinato, che in breve tempo divenne uno dei più importanti centri culturali e artistici italiani. Il maestro concilia la rigorosa impostazione prospettica appresa durante la formazione fiorentina con la lenticolare rappresentazione della natura propria della pittura fiamminga, raggiungendo risultati di straordinaria e ineguagliata originalità. (testo tratto dal sito Le Gallerie degli Uffizi)

Autore: Piero della Francesca (Sansepolcro 1416/17 - 1492)
Titolo: I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza
Datazione: 1473-1475 ca
Supporto : Olio su tavola
Misure (cm): 47 x 33 ciascuno
Si trova: Galleria degli Uffizi
Luogo: Firenze








ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...