venerdì 21 febbraio 2020

REMBRANDT ALLA GALLERIA CORSINI: L’AUTORITRATTO COME SAN PAOLO

Photo by Massimo Gaudio
Rembrandt van Rijn, Autoritratto come San Paolo (1661) Olio su tela

Nel tardo pomeriggio di ieri, presso la Galleria Nazionale d'Arte Antica, Galleria Corsini a Roma, si è svolta l'anteprima della mostra dedicata al pittore ed incisore olandese Rembrandt van Rijn (Leida 1606 - Amsterdam 1669). Nella sala chiamata Camera dei dipinti di canonizzazione, dove tra l'altro è visibile lo splendido mosaico di Pietro Paolo Cristofari, Ritratto di Clemente XII e Neri Maria Corsini (1738-1739), è stata allestita la mostra che accoglie l'Autoritratto come San Paolo, un olio su tela che misura 91 x 77 cm firmato e datato dall'artista nel 1661. Il dipinto proviene dal Rijksmuseum di Amsterdam, ma in realtà prima di arrivare nella sua attuale collocazione, ebbe varie proprietari in giro per l'Europa tra i quali i Corsini. Lo acquistò il cardinal Neri Maria Corsini dalla vedova dell'allora pittore e direttore dell'Accademia di Francia a Roma Nicolas Vleughels verso la metà del settecento. Rimase esposto presso la Galleria dei quadri nella sala principale di Palazzo Corsini fino al 22 Maggio del 1799 quando fu venduto insieme ad altri 24 quadri da Ludovico Radice, maestro di casa dei Corsini, per pagare le tasse imposte dai francesi.
Questo quadro, fa parte degli oltre ottanta autoritratti che l'artista ha eseguito tra dipinti, disegni ed incisioni. In questo caso l'artista è voluto apparire nelle vesti di San Paolo, riconoscibile dalla spada e dal volume delle epistole. Il restauro ha evidenziato una finestra con le sbarre posta nella parte scura a destra del dipinto, che fa riferimento ad una delle tante prigione dove il santo è stato rinchiuso prima del suo martirio.
Durante il percorso espositivo, ho trovato interessante due copie del dipinto di Rembrandt. La prima è dell'incisore inglese Charles Turner (Woodstock 1774 - Londra 1857) realizzata nel 1809 con la tecnica mezzatinta che misura 50 x 41 cm. La seconda copia è dell'incisore italiano Giuseppe Longhi (Monza 1766 - Milano 1831) realizzata nel 1799 con la tecnica acquaforte che misura 23,7 x 18,5 cm.
Come fotografo devo ringraziare chi ha curato la mostra per aver utilizzato un vetro antiriflesso posto a protezione dell'opera. Questa accortezza ha permesso la quasi totale riduzione dei riflessi che di solito, purtroppo, impediscono la buona riuscita delle fotografie.
Charles Turner, Copia dell'Autoritratto come San Paolo di Rembrandt van Rijn (1809) Mezzatinta

Giuseppe Longhi, Copia dell'Autoritratto come San Paolo di Rembrandt van Rijn (1799) Acquaforte
Con l'occasione, al quadro sono state affiancate sia varie stampe dell'artista sia altri dipinti e documenti risalenti ai secoli XVIII e XIX, il tutto proveniente per lo più dagli archivi Corsini. Le stampe di Rembrandt sono quindici e da queste si può vedere la bravura che lo ha contraddistinto non solo come pittore, ma anche come incisore.

Rembrandt van Rijn, Autoritratto con la sciabola (1634) Acquaforte e bulino, cm. 12,4 x 10,1
Rembrandt van Rijn, Autoritratto con sciarpa intorno al collo e il volto in ombra (1633) Acquaforte, cm. 13,4 x 10,4
Rembrandt van Rijn, Autoritratto con la moglie Saskia (1636) Acquaforte, cm. 10,5 x 9,4
Rembrandt van Rijn, Autoritratto con cappello piumato (1638) Acquaforte, cm. 12,4 x 10,6
Rembrandt van Rijn, Autoritratto con berretto piatto (1642) Acquaforte, cm. 8,6 x 6,2
Rembrandt van Rijn, Adamo ed Eva (1638) Acquaforte, cm. 16,4 x 11,7
Rembrandt van Rijn, Cristo che guarisce gli ammalati, La stampa dei cento fiorini (1648 ca.) Acquaforte puntasecca e bulino, cm. 28,3 x 39,7
Rembrandt van Rijn, Ecce Homo Cristo presentato alla folla (1636) Acquaforte e bulino, cm. 54,5 x 44,6
Rembrandt van Rijn, I tre alberi (1643) Acquaforte puntasecca e bulino, cm. 21,4 x 28,1
Rembrandt van Rijn, Il buon samaritano (1633) Acquaforte puntasecca e bulino, cm. 26,4 x 20,8
Rembrandt van Rijn, La grande sposa ebrea (1635) Acquaforte puntasecca e bulino, cm. 22,4 x 17
Rembrandt van Rijn, La morte della Vergine (1639) Acquaforte e puntasecca, cm. 40,5 x 32,7
Rembrandt van Rijn, Ritratto di Clement de Jonghe (1651) Acquaforte e puntasecca, cm. 20,9 x 16,5
Rembrandt van Rijn, Ritratto di Jan Uytenbogaert o il "Pesatore d'oro" (1639) Acquaforte puntasecca e bulino, cm. 25 x 22,1
Rembrandt van Rijn, Ritratto di Joannes Lutma (1656) Acquaforte puntasecca e bulino, cm. 20 x 15,2

lunedì 17 febbraio 2020

IL NARCISO DI CARAVAGGIO

Photo by Massimo Gaudio

Nella Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, si trova un dipinto attribuito a Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano 1571 - Porto Ercole 1610) dal titolo Narciso, che però in questo momento non è esposto al pubblico. Secondo il racconto di Ovidio, il bel giovane respingeva tutte le persone che si innamoravano di lui. Anche la ninfa Eco si innamorò, ma come in precedenza, anche lei fu respinta, così la ninfa con il cuore a pezzi vagò per le valli piangendo per tutta la durata della sua vita e di lei non rimase solo la voce. Nella rappresentazione di Caravaggio, si vede il momento che precede la morte per annegamento del giovane a seguito della punizione della dea greca Nemesi che aveva ascoltato il dolore della ninfa. Infatti, Narciso mentre era nel bosco, per dissetarsi si inginocchiò davanti una pozza d'acqua e fu lì che vide l'immagine di un bellissimo ragazzo della quale si innamorò perdutamente. Siccome non aveva mai avuto il modo di vedersi prima, quando si accorse che quello riflesso era lui stesso e non avrebbe mai potuto amarlo, si lasciò scivolare nello specchio d'acqua. Le ninfee Naiadi e le Driadi volevano collocare il corpo del giovane su un rogo funebre, ma al suo posto trovarono un fiore al quale diedero il nome di Narciso.
E' strano notare quanto a volte nella natura si trovano delle similitudini con quello che conosciamo. Una mattina mi trovavo nel mio giardino, la notte precedente aveva piovuto ed il sole non aveva ancora fatto evaporare l'acqua su tutta la soglia di un muretto perché un mirto con la sua chioma non permetteva al sole di arrivarci. Sulla soglia, l'acqua faceva da specchio ed un narciso, sicuramente appesantito dalla pioggia, chino su di essa, ci si rifletteva sopra, proprio come il Narciso nel dipinto del Caravaggio.




sabato 15 febbraio 2020

GIOTTO E IL POLITTICO STEFANESCHI

Photo by Massimo Gaudio
Giotto di Bondone e aiuti, Trittico Stefaneschi (1320-1325) - Musei Vaticani - Pinacoteca
Nei Musei Vaticani e più precisamente nella seconda sala della Pinacoteca, posta al centro della stanza è collocata una splendida opera di Giotto di Bondone (Colle di Vespignano 1267 - Firenze 1337) più comunemente conosciuto come Giotto. L'opera, una tempera su legno, si intitola Trittico Stefaneschi, eseguito dall'artista toscano e dai suoi aiuti tra il 1320 ed il 1325. Prende il nome dal cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi che lo commissionò all'artista per essere collocato nell'altare maggiore della vecchia basilica di San Pietro in Vaticano. Il polittico è dipinto su i due lati per essere visto sia dai fedeli che da chi ufficiava la messa. Giotto inserì il committente all'interno del pannello centrale di uno dei due lati mentre dona a San Pietro il polittico (foto ingrandita).





Giotto di Bondone e aiuti, Trittico Stefaneschi (1320-1325) - Musei Vaticani - Pinacoteca


domenica 9 febbraio 2020

I PUGILATORI CREUGANTE E DAMOSSENO DI ANTONIO CANOVA

© Photo by Massimo Gaudio



























Tra le molte opere realizzate da Antonio Canova ci sono due statue particolarmente belle dove l'artista ha voluto mettere in risalto la fisicità dei due pugilatori. I personaggi raffigurati nelle statue in gesso realizzate tra il 1794 e il 1796, sono Creugante da Durazzo e Damosseno da Siracusa, i quali dopo aver combattuto fra loro durante i Giochi Nemei nell'antica Grecia, arrivarono alla fine dell'incontro in parità. I giudici decisero che ognuno potesse sferrare un solo colpo all'avversario in modo da terminare l'incontro. Damosseno mentre si protegge il petto con braccio sinistro, sferra all'avversario con la mano destra aperta come una lama un colpo sul fianco con tale potenza da estrargli le viscere causando così la sua morte. I giudici inorriditi per l'ignobile gesto lo punirono con l'esilio, di contro fecero erigere una statua in onore dello sconfitto.
Nelle due statue si vedono i pugilatori nell'ultimo atto della gara, con Creugante in atteggiamento fiero e ben piantato sulle gambe, con il braccio sinistra a protezione della testa e quello destro con il pugno chiuso pronto per essere sferrato, lasciando però indifeso il fianco. Di contro Damosseno è stato raffigurato in atteggiamento aggressivo e brutale e nel volto si legge tutta la sua rabbia spietata e piena di odio.
A fondo pagina ci sono due disegni realizzati con penna e inchiostro su carta da Antonio Canova nel 1794 che riguardano proprio i due pugilatori.

Antonio Canova, Creugante


Antonio Canova, Damosseno



Antonio Canova, Creugante (1794) Penna e inchiostro su carta

Antonio Canova, Damosseno (1794) Penna e inchiostro su carta

Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

martedì 4 febbraio 2020

GINEVRA CANTOFOLI, DONNA CON TURBANTE (1650 ca)

 © Photo by Massimo Gaudio

Ginevra Cantofoli, Donna con turbante (1650 ca.)

Per molto tempo questo dipinto è stato attribuito a Guido Reni con il titolo Ritratto di Beatrice Cenci, ma a quanto pare è arrivata l'ufficialità da parte di Palazzo Barberini in Roma che l'autore, anzi, l'autrice sia stata la pittrice bolognese Ginevra Cantofoli (Bologna 1618 - 1672) e il titolo in questo caso è Donna con turbante. Anche qui si tratta di un'attribuzione e se è confermata, sarebbe in dubbio anche la storia che vede il pittore bolognese, eseguire il ritratto della ragazza il giorno prima della sua esecuzione avvenuta l'11 Settembre del 1599, quindi, il fatto che risultasse difficile il pensiero che una condannata a morte fosse stata ritratta poco prima di essere giustiziata, oggigiorno fa propendere il pensiero dell'attribuzione verso questa ultima. Se si prendono in considerazione vari ritratti eseguiti della pittrice dove appare il volto della stessa ragazza, è facile arrivare a questa conclusione. Molto si è parlato nel corso dei secoli di questo dipinto, grazie sia alla sua angelica espressione che alla sua storia di soprusi subiti da parte del padre. Molti scrittori come ad esempio Goethe, Stendhal, Dickens e via via fino ad arrivare a Moravia, hanno scritto molto su di lei dopo aver visto questo dipinto. 

Ginevra Cantofoli 
(In precedenza attribuito a Guido Reni)

Donna con turbante
(Presunto ritratto di Beatrice Cenci)

Olio su tela,  64,5 x 49 cm
1650 ca.


Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

giovedì 30 gennaio 2020

LA FORNARINA "SENZA VELI" A PALAZZO BARBERINI

Photo by Massimo Gaudio
Raffaello Sanzio, La fornarina (1518-1520) Olio su tavola

Nei giorni scorsi pubblicai un post dove preannunciavo che il celebre dipinto di Raffaello Sanzio dal titolo La fornarina esposta alla Galleria Nazionale d'Arte Antica, Palazzo Barberini di Roma, sarebbe stato tolto dalla sua teca per sottoporlo a studi e indagini per mezzo di avanzate tecnologie. 
Non potevo perdere l'occasione di vedere da vicino un capolavoro di tale portata, quindi sono andato nella giornata di ieri a Palazzo Barberini ed ho approfittato per vederla senza il vetro che la protegge, lo stesso che non permette però la giusta visione per via dei riflessi delle luci. Nonostante che nella sala ci fosse poca luce, sono riuscito a far emergere nelle fotografie, il cielo e la vegetazione con le foglie di mirto che si trovano alle spalle della ragazza. Molto interessante è stato comunque vedere la tecnica con la quale la tavola viene scansionata tramite i raggi. Palazzo Barberini ha veramente dato una grande e rara opportunità di assistere ad un evento del genere. Sono stati previsti tre giorni e quello di oggi è l'ultimo, quindi, consiglio vivamente di vederla prima che la teca venga chiusa per essere portata alla grande mostra dedicata a Raffaello nelle Scuderie del Quirinale.








martedì 7 gennaio 2020

Il sogno di Costantino di Piero della Francesca

e la Recensione del Romanzo "La Flagellazione di Piero" di Mariagrazia Pecci


Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco

Recensione del Romanzo "La Flagellazione di Piero" di Mariagrazia Pecci

A cura di Manuela Moschin
Da appassionata d'arte quando ricevetti il libro rimasi attratta dal titolo piuttosto accattivante.
"La Flagellazione di Piero" di Mariagrazia Pecci invero allude chiaramente al celebre dipinto di Piero della Francesca del 1453 e conservato nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.
Ci tengo a sottolineare che il romanzo ha soddisfatto le mie aspettative perché si tratta di una narrazione ricca di informazioni ben documentate e descrizioni molto affascinanti.
Per rendere l'idea della sua struttura ho riportato nell’articolo alcune citazioni tratte dal libro, evidenziando che è un romanzo interessante anche sotto il profilo storico-artistico.
Mariagrazia Pecci ha reso ancora più incantevole la figura dell’artista Piero della Francesca, raccontando una vicenda legata a un mistero toscano.
Avvincente fin dalle prime pagine, il libro si sviluppa alternando tre epoche differenti attraverso alcuni salti temporali risalenti al 1482 ai tempi del pittore Piero della Francesca, al 1988 a Sansepolcro e al 2012 rispettivamente a Firenze e ad Arezzo. Tra un capitolo e l'altro l’autrice accompagna il lettore nel passato e nel presente entro un intreccio intessuto con maestria.
La blogger e giornalista Lisa Giovinelli è la protagonista che scrive articoli inerenti ai misteri della Toscana e che si trova alle prese con un singolare enigma relativo a due giovani studenti del liceo artistico di Sansepolcro che sono scomparsi, dei quali ha ricevuto stranamente delle foto sul blog. Al fine della risoluzione del caso Lisa si avvale dell’aiuto da parte del suo amico questore Verroni.
Ma il capitolo che mi ha catturata maggiormente è relativo al racconto della Leggenda della Vera Croce nel quale la scrittrice si sofferma in modo meticoloso.
A tal proposito ho dedicato l’articolo a uno degli affreschi di Piero della Francesca che lo rappresenta ossia "Il sogno di Costantino".
Grazie a Mariagrazia ho avuto l'opportunità di dedicarmi a un artista noto per la tecnica pittorica e per gli studi geometrico prospettici alquanto rigorosi, conferendo alle opere un'atmosfera luminosa, il senso della profondità dei volumi e la plasticità dei corpi.
Concludo esprimendo i complimenti a Mariagrazia per aver creato una storia davvero intensa.
L'articolo prosegue parlando del dipinto di Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" 👇
Piero della Francesca e la Leggenda della Vera Croce (1452-1466) affresco, tempera a olio. Arezzo, basilica di San Francesco, cappella maggiore, coro. Piero della Francesca e la Leggenda della Vera Croce (1452-1466) affresco, tempera a olio. Arezzo, basilica di San Francesco, cappella maggiore, coro.

Piero della Francesca e la Leggenda della Vera Croce (1452-1466) affresco, tempera a olio. Arezzo, basilica di San Francesco, cappella maggiore, coro.

Facciamo un salto indietro nel tempo per arrivare esattamente al 1452 quando la famiglia Bacci incaricò Piero della Francesca di continuare gli affreschi relativi le Storie della Croce che Bicci di Lorenzo (1373-1452) aveva iniziato e che non potè terminare a causa della sua morte.
Piero della Francesca per rappresentare la storia del legno della Croce seguì non solo i Vangeli Apocrifi ma anche la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Gli affreschi sono stati suddivisi in dieci scene distribuite in due lunette e otto riquadri su tre registri, oltre a due figure di profeti.
L'opera è ricca di connotazioni politico religiose. Il ciclo si colloca nel clima della conquista turca di Costantinopoli (cade nel 1453) per la quale l'Europa temeva una possibile avanzata da parte del sultano Mehmed II.
Ma cosa racconta la Leggenda della Vera Croce? Sentiamo cosa riferisce l'autrice Pecci:
"Adamo prossimo a morire, ordinò al figlio Set di andare alle porte del Paradiso per chiedere aiuto a Dio un olio miracoloso che permettesse una morte serena. L'Arcangelo Gabriele, invece, gli diede un germoglio dell'albero della Conoscenza da collocare nella bocca di Adamo al momento della sua dipartita... La leggenda continuava col germoglio che crebbe e divenne albero. Re Salomone decise di impiegarlo nella costruzione del Tempio di Gerusalemme. Gli operai però non riuscirono a utilizzare quel legno. Malgrado i loro sforzi, risultava sempre troppo lungo o troppo corto rispetto all'occorrente e allora decisero di servirsene come passerella sul fiume Silce. Quando la Regina di Saba, trovandosi ad attraversare quel ponte, riconobbe il legno, profetizzò che un giorno sarebbe stato utilizzato per fabbricare una croce che avrebbe segnato il predominio del popolo ebraico. Re Salomone, messo a conoscenza della profezia, ordinò che la trave fosse sepolta nelle viscere della terra."

Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco 


Tra gli affreschi presenti nella basilica di San Francesco ad Arezzo si trova "Il sogno di Costantino" che è collocato nella porzione inferiore della parete dietro l'altare. L'opera è considerata il primo notturno della pittura italiana.
Mentre sta dormendo in una tenda cilindrica a Costantino gli compare un angelo in volo la notte che precede la battaglia contro i barbari di Massenzio. L'angelo tiene nelle braccia una croce luminosa che illumina la tenda per annunciare la vittoria dell'imperatore nel caso in cui avesse rappresentato la croce di Cristo sugli scudi dei soldati.
Una luce divina soprannaturale si diffonde armoniosamente, accendendo le tonalità dei gialli e dei rosa e creando un effetto di controluce sui militi.
Le loro armature riflettono attraverso un gioco di luci e ombre. L'atmosfera che si percepisce è quella di quiete malgrado la situazione tragica che si sarebbe verificata l'indomani. Quell'abbaglio luminoso proviene dalle piume dell'angelo che è giunto per rischiarare le tenebre e per rammentare all'uomo che non è solo. Le stelle non sono state inserite casualmente ma corrispondono alla loro vera posizione. Il momento rappresentato corrisponde all'alba poiché si riferisce alla cultura classica nella quale i sogni fatti all'alba erano considerati premonitori e veritieri.

Racconta Mariagrazia Pecci nel romanzo "La Flagellazione di Piero":
"L'imperatore Costantino sognò la sua vittoria contro l'usurpatore Massenzio solo se avesse utilizzato il simbolo della Croce. Piero rappresentò la scena del sogno attraverso l'imperatore Costantino che dormiva tranquillo sotto la tenda del suo accampamento, vegliato dalle guardie del corpo e da due soldati, mentre dall'alto si avvicinava un angelo che recava in mano una piccola croce. Seduta accanto al letto di Costantino inserì una figura che guardava trasognata fuori dal dipinto con un'espressione di impotenza:" 
Dettaglio - Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco Dettaglio - Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco
Dettaglio - Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco
Dettaglio - Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco Dettaglio - Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco
Dettaglio - Piero della Francesca "Il sogno di Costantino" Leggenda della Vera Croce, 1452-1459 Affresco cm. 329x190 Arezzo, San Francesco
Vi ringrazio per avermi letta.
Manuela

ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...