giovedì 18 giugno 2020

Gian Lorenzo Bernini, Busto di Medusa


Gian Lorenzo Bernini, Busto di Medusa (1644-1648) Musei Capitolini - Roma


Ovidio narra che la mitica Medusa aveva il potere di pietrificare chiunque osasse incrociare il suo sguardo. Bernini scolpisce un vero e proprio ritratto della più bella e mortale delle Gorgoni (si tratta di un Busto, non di una Testa troncata), fermata nel momento transitorio della metamorfosi. 
Il mito classico è rivisitato alla luce di una poesia di Giovan Battista Marino ("...Non so se mi scolpì scarpel mortale, / o specchiando me stessa in chiaro vetro / la propria vista mia mi fece tale", da La Galeria, 1630, I, 272): Medusa sta osservando in un immaginario specchio la sua immagine riflessa ed è colta nel momento in cui, con dolore ed angoscia, prende coscienza dell'atroce beffa e, materialmente davanti ai nostri occhi, si trasforma in un marmo. La Medusa, nelle intenzioni di Bernini, è una raffinata metafora barocca sulla scultura e sulle virtù dello scultore che ha il potere di lasciare "impietrito" dallo stupore chi ammira la straordinaria abilità del suo scalpello. (testo dal sito dei Musei Capitolini)




Autore: Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 - Roma 1680)
Titolo: Testa di Medusa
Supporto: Marmo
Anno: 1644 - 1648
Misure (cm.): 68
Posizione: Musei Capitolini
Località: Roma

mercoledì 17 giugno 2020

Gian Lorenzo Bernini, Scalone quadrato di Palazzo Barberini


Scalone quadrato di Gian Lorenzo Bernini (1630 ca.) - Palazzo Barberini - Roma
 Secondo la tradizione spetterebbe a Gian Lorenzo Bernini il disegno dello scalone a pozzo quadrato nel progetto di ampliamento di palazzo Sforza, comprato dai Barberini nel 1625 per essere destinato ad abitazione principale della famiglia. Contrapposto a quello elicoidale di Francesco Borromini, sia per posizione all’interno del palazzo che per impostazione stilistica, il progetto di Bernini doveva tener conto di una più complessa articolazione di livelli perché si inseriva nella preesistente ala settentrionale dell’edificio Sforza. Partendo dal piano più basso lo scalone doveva infatti collegare l’ingresso principale sul cortile della Cavallerizza (distrutto nel Novecento per la creazione di via Barberini) con la già esistente scalinata che conduceva al livello del giardino e poi salire al piano nobile, e al piano superiore. Bernini riuscì a superare le difficoltà enfatizzando le proporzioni monumentali e lo stile aulico richiesti dalla committenza. (dal sito Palazzo Barberini)




Autore: Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 - Roma 1680)
Titolo: Scalone quadrato
Supporto: -
Anno: 1630 ca.
Misure (cm.): -
Posizione: Palazzo Barberini
Località: Roma

martedì 16 giugno 2020

Venezia e la Porta della Carta. Perché si chiama così?




Fig. 1 Venezia, Palazzo Ducale - La Porta della Carta. Scultura Doge Foscari con il Leone alato.
Fig. 1 Venezia, Palazzo Ducale - La Porta della Carta. Scultura Doge Foscari con il Leone alato.


Fig. 2 Venezia, Palazzo Ducale - Ingresso Porta della Carta
Fig. 2 Venezia, Palazzo Ducale - Ingresso Porta della Carta


A cura di Manuela Moschin curatrice della pagina Facebook e Blog www.librarte.eu 

Se siete stati a Venezia avrete senz'altro notato l'antico ingresso monumentale chiamato La Porta della Carta (Fig.1 e 2) situato tra il Palazzo Ducale e la Basilica di San Marco.

Perché si chiama Porta della Carta?

Perché ai tempi dei dogi, all'ingresso del Palazzo Ducale, si trovava un banco con uno scrivano che aiutava gli analfabeti, ovverosia le persone che avevano la necessità di scrivere una lettera, oppure un contratto.

Si tratta di un capolavoro tardogotico iniziato nel 1439 e terminato nel 1442, che è dotato di un ricchissimo apparato decorativo a marmi intagliati.

Sotto l’ornata trifora è stato rappresentato il doge Francesco Foscari (Fig.1) inginocchiato davanti al Leone alato, simbolo di San Marco. Da un’antica tradizione si racconta che, un angelo in forma di leone alato rivolgendosi a San Marco disse “Pax tibi Marce, evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum” (Pace a te Marco, mio evangelista. Qui riposerà il tuo corpo).

I progettisti e i costruttori della Porta furono Giovanni Bon e il figlio Bartolomeo. Poiché Giovanni Bon morì prima del completamento dell’opera fu il figlio che la terminò, pertanto, solo il suo nome “Opus Bartholomei” è inciso sull’architrave originale, che si trova all’interno del Palazzo Ducale.

La Porta è arricchita da una serie di sculture. Sopra il portale si trova la statua della Giustizia eseguita da Giovanni Bartolomeo; il suo volto possiede un'espressione mite in segno di giudice benevolo.

Il ritratto del doge Foscari è caratterizzato da un forte realismo. Dall'espressione del viso traspare l’energia relativa alla sua capacità governativa e osservando le rughe profonde, assieme alla carne floscia, si è certi che la figura possiede un'età avanzata.

Vediamo ora altri particolari della Porta della Carta.

Nelle nicchie si trovano le virtù che un governo dovrebbe possedere per condurre uno Stato, ossia la Temperanza, la Fortezza, la Prudenza e la Carità (Fig.2) Pare che siano state eseguite da Bartolomeo Bon, Antonio Bregno, Giorgio da Sebenico e Nicolò Fiorentino.

La Temperanza è la virtù della pratica della moderazione, che sta versando da una brocca l’acqua nel vino. Lo sguardo attento, il suo modo di agire e la disposizione delle vesti trasmettono un senso di calma e beatitudine.

La Fortezza è la virtù che protegge dalle difficoltà. Sta impugnando la spada, pronta per agire in caso di aggressione e malgrado rappresenti la forza non manifesta atteggiamenti minacciosi.

La Carità è la virtù per la quale l’uomo ama Dio e il suo prossimo. Ricorda nelle pieghe delle vesti i modelli antichi.

La Prudenza, detta auriga virtutum (cocchiere delle virtù), dirige le altre virtù, indicando la regola e la misura. Virtù della saggezza è caratterizzata da un gusto gotico internazionale, il quale nascendo dagli ambienti di corte forma un’arte medievale laica.


Piccola curiosità:

Giuseppe Cherubini (Ancona, 1867- Venezia, 1960) (Fig.3) è un pittore che fu attivo a Venezia. Nel 1905 partecipò alla VI Biennale della città con l’acquerello raffigurante la Porta della Carta denominato “Magna Domus, Magna Queis” (Fig.4) unitamente ad artisti quali Giovanni Boldini, Luigi Bompard e Gaetano Previati. E’ interessante sapere che l’opera del Cherubini fu acquistata dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III. Il segretario della Biennale, Antonio Fradeletto, annunciò all’artista in una lettera:

“Egregio Signor Cherubini, sono lieto di poterla informare che S.M. il Re ha voluto designare per l’acquisto il suo quadro Magna domus, magna queis. In seguito a quanto Ella ebbe a dirmi mi sono creduto autorizzato di accettare la riduzione del prezzo a £ 1000. Cordiali saluti – A. Fradeletto”. (cit. da Distefano G.; Pietragnoli L.)

Vi saluto e vi abbraccio con affetto
Manuela 


Fig. 3 Il pittore Giuseppe Cherubini (Ancona, 1867- Venezia, 1960)

Fig. 4 Giuseppe Cherubini “Magna Domus, Magna Queis”, acquistato dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III


Francesco Borromini, Scala elicoidale di Palazzo Barberini


Scala elicoidale di Francesco Borromini (1633-1634) - Palazzo Barberini - Roma
 La scala, progettata da Francesco Borromini, serve l’ala sud del palazzo, ed è complementare a quella del Bernini, secondo un principio non solo estetico, ma anche distributivo e funzionale. Accessibile dal porticato esterno, conduceva agli ambienti del cardinale Francesco Barberini ed era destinata a una circolazione più privata. È elicoidale, quindi segue il principio dell’avvitamento attorno a un’asse di rotazione, ed è a pianta ovale, ovvero presenta uno schiacciamento in senso longitudinale, consentendo una salita più agevole rispetto alle scale a pianta circolare. Tale modello è codificato nella trattatistica cinquecentesca dal Vignola, da Sebastiano Serlio e Andrea Palladio. Ogni girata è composta da 12 colonne doriche binate, il cui capitello è decorato con piccole api (simbolo araldico della famiglia). L’asse maggiore misura 9,40 m, l’asse minore 7,85 m. La luce entra dall’oculo in cima e dalle finestre della facciata. Nel progetto iniziale la scala terminava con una rampa libera, poi viene in seguito sopraelevata rispetto all’ultimo piano del palazzo per ospitare la ricca biblioteca del cardinale Francesco, oggi trasferita in Vaticano. Le strutture spiraliformi, con tutti i problemi di progettazione che ne derivano, sono particolarmente congeniali allo spirito eccentrico di Borromini, che le ripropone in numerosi disegni e in dettagli architettonici di altre opere. (dal sito Palazzo Barberini)


Autore: Francesco Borromini (Bissone 1599 - Roma 1667)
Titolo: Scalone eicolidale
Supporto: -
Anno: 1633 - 1634
Misure (cm.): -
Posizione: Palazzo Barberini
Località: Roma

lunedì 15 giugno 2020

Giovanni da Rimini, Storie di Cristo


Giovanni Da Rimini, Storie di Cristo (1305ca.) - Palazzo Barberini - Roma

La tavola, acquistata nel 1897 dalla collezione Sciarra, illustra in sei riquadri altrettanti episodi della vita di Cristo: la Natività, la Crocifissione, la Deposizione, la Discesa al Limbo, la Resurrezione e, infine, il Giudizio universale. L’opera è stata attribuita a Giovanni da Rimini per la prima volta da Roberto Longhi nel 1935; in seguito, è stata inoltre identificata come parte di un dittico, l’altra metà del quale è conservata alla National Gallery di Londra. Resta tuttavia ignota l’originaria collocazione delle due tavole. I soggetti scelti rimandano a modelli della tradizione bizantina, a dimostrazione del fascino esercitato dall’arte orientale sugli artisti riminesi del XIV secolo, nonostante la ricezione e la rielaborazione delle innovazioni di Giotto siano invece rintracciabili nella resa dei corpi e dello spazio. Nelle allungate figure dalle teste minute e nell’attenzione minuziosa al dettaglio, sono inoltre riscontrabili alcune somiglianze con le miniature di Neri da Rimini, al quale l’opera fu erroneamente attribuita nel 1947. (dal sito Palazzo Barberini)

Autore: Giovanni da Rimini (Rimini fine XIII sec. - inizio XIV sec.)
Titolo: Storie di Cristo
Supporto: Tempera su tavola
Anno: 1305 ca
Misure (cm.): 52,5 x 35,5
Posizione: Palazzo Barberini
Località: Roma

domenica 14 giugno 2020

Alessandro Algardi, Battesimo di Cristo


Alessandro Algardi, Battesimo di Cristo (1644-1654) - Galleria Corsini - Roma

La piccola scultura attribuita ad Algardi è composta da due blocchi in bronzo dorato uniti al di sopra della base in marmo. Secondo le fonti dell’epoca, una fusione dello stesso modello era stata donata dall’artista al pontefice Innocenzo X Pamphili per ottenerne i favori. L’opera della collezione Corsini è caratterizzata dalla grande qualità del modellato, dalla precisione con cui sono restituiti i dettagli e dall’equilibrio compositivo: lo spazio che separa le due figure principali è chiuso in alto dal gesto del braccio con cui il Battista versa l’acqua su Gesù, e in basso dalle acque del Giordano. Il bronzetto è rappresentativo della produzione di Algardi, esponente di spicco della scultura classicista seicentesca. L’artista bolognese rappresentò infatti una sorta di alter ego di Bernini, contrapponendo alla predominante corrente barocca una diversa maniera di fare e d’intendere la scultura, godendo di grande successo soprattutto durante il pontificato di Innocenzo X Pamphili. (dal sito Galleria Corsini)

Autore: Alessandro Algardi (Bologna 1598 - Roma 1654)
Titolo: Battesimo di Cristo
Supporto: Bronzo
Anno: 1644 - 1654
Misure (cm.): 45,5 (altezza)
Posizione: Galleria Corsini

sabato 13 giugno 2020

Jacopo da Ponte detto BASSANO, Adorazione dei pastori


Jacopo da Ponte detto BASSANO, Adorazione dei pastori (1562) - Galleria Corsini - Roma

L’episodio dell’adorazione dei pastori, accorsi a Betlemme dopo l’annuncio degli angeli, è narrato nel Vangelo di Luca. Bassano affronta il tema da un lato rispettando la tradizione, dall’altro introducendo innovazioni. Fanno da quinta scenica delle rovine archeologiche, elemento frequente nell’iconografia italiana della Natività. Qui si vede una fila di colonne spezzate su un alto piedistallo, sul modello dei templi greci, cui è addossata una capanna. L’insolita struttura architettonica simboleggia il superamento del paganesimo e la costruzione della chiesa cristiana, di cui la nascita di Gesù è il primo atto di fondazione. La tela risale agli anni ’60 del Cinquecento, periodo in cui Bassano comincia a scurire le tinte. Le vesti della Madonna, di Giuseppe e dei pastori hanno tonalità smaltate, ma il paesaggio ha un’atmosfera notturna. Ciò che più colpisce è l’umiltà quasi irrispettosa dei pastori, in linea, del resto, con lo spirito del racconto evangelico, che vuole gli ultimi nella gerarchia sociale come primi adoratori del Messia. I pastori occupano il centro della scena, e se non ci fosse il lato sinistro del quadro, potrebbe sembrare una scena di genere a carattere agreste. Il pastore di spalle è inginocchiato, mostra i piedi nudi, a ricordare la sua estrema umiltà, e trattiene un agnello, animale sacrificale per eccellenza, riferimento alla futura Passione di Cristo. All’estrema destra, un curioso inserto: un ragazzino accovacciato che soffia su un tizzone ardente, nell’inutile sforzo di ravvivare una fiammella, ormai debole di fronte alla potente luce della rivelazione divina. La figura avrà in seguito larga diffusione come autonoma scena di genere. (dal sito Galleria Corsini)


Autore: Jacopo da Conte detto BASSANO (Bassano del Grappa 1515 ca. - 1592)
Titolo: Adorazione dei pastori
Supporto: Olio su tela
Anno: 1562
Misure (cm.): 105 x 157
Posizione: Galleria Corsini

Il busto di San Francesco d'Assisi e l'autoritratto angosciato di Adolf Wildt

© Photo by  Massimo Gaudio Adolf Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto) (1909) Marmo bianco, 37 x 33 x 20 cm, Galleria Comunale di Arte M...