Mosaico Nilotico di Palestrina
© Photo by Massimo Gaudio
| Mosaico del Nilo |
È l'unico posto dove puoi vedere l'intero Nilo dalla sorgente al mare, senza muoverti di un passo, stando seduto ammirando su un muro uno splendido mosaico pavimentale.
Questo posto è Palestrina l'antica Praeneste a 40 km da Roma.
Non è un semplice pavimento: è una mappa dipinta con le tessere, 4,31 × 5,85 metri, datata tra II e I secolo a.C., oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, dentro Palazzo Colonna Barberini.
Fu scoperto tra fine Cinquecento e inizio Seicento, per caso, nella cantina del vecchio Palazzo Vescovile, dove era il pavimento dell'antica aula absidata del Foro di Praeneste che si trova al centro di Palestrina.
Nel 1625 il cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto lo fa staccare, lo taglia a quadroni e lo porta a Roma. Nel 1630-1635 i Barberini comprano il feudo e, tramite il cardinale Lorenzo Magalotti, se lo riprendono. Nel 1640 torna a Palestrina restaurato, ma l'umidità lo rovina di nuovo. Solo nell’Ottocento viene smontato e restaurato da Giovanni Azzurri.
Nel 1943 il soprintendente Salvatore Aurigemma lo nascose a Roma per proteggerlo dai bombardamenti. Finita la Seconda Guerra Mondiale si pensò di riportare il Mosaico del Nilo immediatamente a Palestrina, ma Aurigemma si oppose sulla sua ricollocazione dove era già stato posizionato tra il 1855 e il 1943 per via del piano lievemente inclinato. Nel 1952: la Ponti-De Laurentiis vuole girare il primo documentario a colori in Italia. Aurigemma accetta solo se pagano loro il restauro. Nasce così Il Nilo di Pietra di Gian Luigi Rondi, e nel 1956 il mosaico viene finalmente montato in verticale, come un quadro, nell’unica sala del terzo piano di Palazzo Colonna Barberini.
È una veduta "a volo d'uccello" del Nilo, dall'alto verso il basso, come se scendessi con la corrente del fiume in piena.
In alto, ai confini con l'antico Egitto, si vede l'Etiopia selvaggia: montagne scure, pigmei che cacciano leoni, tigri, scimmie, ippopotami, coccodrilli. Alcuni animali hanno il nome scritto accanto. Scendendo la pelle delle figure si schiarisce, compaiono templi con obelischi, un nilometro per misurare la piena, case con ibis sacri sui tetti. Al centro una grande città murata con quattro colossi di faraoni all'ingresso, probabilmente Tebe. Sopra il portale di ingresso alla città c'è un'aquila imperiale che indica una epoca romana, non faraonica.
nel mosaico si notano gesti di vita quotidiana: egizi che cacciano ippopotami, pescano da barchette di papiro, allevano uccelli. Sotto un pergolato fiorito preparano un banchetto per festeggiare la piena, dono di Iside.
nella parte in basso si vede il Delta del Nilo con canali, una nave militare romana, templi in stile greco, sacerdoti in processione. È Alessandria d'Egitto in festa.
Questa grande composizione è attribuibile all'opera di artisti provenienti da Alessandria d'Egitto che lavorarono in Italia sin dal II secolo a.C. quali, per esempio quel Demetrio detto "il topografo" cioè pittore di paesaggi, che già nel 165 a.C. si era stabilito a Roma.
La datazione più solida resta quella tardo-ellenistica, e il contesto fa pensare a un'opera commissionata per il santuario della Fortuna Primigenia, dove l'Egitto era visto come terra di sapienza e di misteri.
È sicuramente uno dei pezzi più ipnotici dell'arte ellenistica che ci sia arrivato.
| Alessandria d'Egitto |
| Banchetto sotto un pergolato |
| Particolare delle tessere |
| Antica Nubia |
| Case con ibis sacri sui tetti |
| La sala espositiva |
| L'abside dove si trovava il mosaico presso il Foro di Praeneste |
| L'abside vista dall'alto Si vede chiaramente la forma del pavimento dove si trovava il mosaico |
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